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Chiudere una società per non pagare le tasse: rischi

25 settembre 2017


Chiudere una società per non pagare le tasse: rischi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 settembre 2017



Che succede a chi svuota la società per non lasciare beni, soldi, conti correnti e macchinari ed evitare il pignoramento da parte di Agenzia Entrate Riscossione?

Se una persona fisica dona i propri beni ai figli e si rende volontariamente nullatenente per non subire il pignoramento da parte del fisco, rischia il reato di «sottrazione fraudolenta al pagamento di imposta» (a condizione che si tratti del mancato pagamento di Irpef o Iva e che l’evasione superi 50mila euro). Ma cosa rischia chi decide di chiudere una società per non pagare le tasse e mette in atto una procedura di graduale svuotamento di tutti i beni, a partire dai conti correnti, per finire ai macchinari e ai crediti? Di tanto si è occupata una recente e interessantissima sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Palermo [1]. Ma procediamo con ordine.

Che fine fanno i debiti quando si chiude una società?

Quando una società si estingue, tutti i rapporti giuridici (debiti e crediti) passano ai soci. Si realizza, cioè, una situazione simile a quella di una successione ereditaria. In pratica i soci rispondono delle passibilità rimaste ancora pendenti. Ma con i seguenti limiti:

  • nelle società di capitali (Srl, Spa, Sapa), ciascun socio è responsabile dei debiti solo nella misura della propria quota e sempre limitatamente a quanto ha percepito con l’ultimo bilancio di liquidazione. Per esempio: se con l’estinzione della società i soci non hanno proceduto alla divisione di alcuna somma, essi non subiranno i pignoramenti dei creditori rimasti insoddisfatti; se, invece, con l’ultimo bilancio i soci hanno diviso tra loro mille euro, ciascuno di essi risponderà dei debiti fino a un terzo (333,33 euro);
  • nelle società di persone invece continua a valere la responsabilità illimitata dei soci. Per cui, una volta chiusa la società, dei debiti ancora pendenti dovranno rispondere i soci con i loro patrimoni personali (proprio come avviene, del resto, quando la società è ancora attiva ma senza beni pignorabili).

Queste regole, però, per una serie di ragioni processuali hanno trovato difficoltà di applicazione. Così, per superare questo ostacolo, è stata prevista una regola speciale: per il caso di soli debiti tributari – quelli cioè con il fisco o con l’Agenzia delle Entrate Riscossione – la società si considera ancora in vita fino a 5 anni dalla sua chiusura. In pratica l’estinzione della società ha effetto nei confronti dell’erario «trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione» dal registro delle imprese. Entro questo termine, quindi, il fisco può ancora aggredire la società, sia essa di persone o di capitale.

Lo svuotamento della società

Proprio per aggirare questa riforma, spesso gli imprenditori, prima di chiudere definitivamente una società, la “parcheggiano”, ossia la lasciano inattiva e, nello stesso tempo, provvedono al suo svuotamento: svuotano i conti correnti, trasferiscono i macchinari ad altra società di comodo, cedono i crediti ed i contratti in corso ad un nuovo soggetto (di solito dagli stessi costituito ex novo), ecc. Il tutto per far sì che, nel momento in cui bussa alla porta il fisco, non trovi nulla. Ma cosa rischia chi si comporta in questo modo e chiude una societàsvuotandola completamente per non pagare le tasse?

Secondo la sentenza in commento, la liquidazione e la cancellazione di una società – pur se eseguita nel formale rispetto delle norme, ma con lo scopo di evitare le obbligazioni tributarie – può far scattare la piena responsabilità dell’ex socio e amministratore per l’illecito di «abuso del diritto», un illecito tributario che è stato di recente depenalizzato [4]. Restano però ferme tutte le sanzioni amministrative tributarie che non sono di poco conto.

note

[1] Ctr Palermo, sent. n. 185/21/2017.

[2] Cass. S.U. sent. n. 4060 e 4061 del 2010.

[3] Art. 28 del Dlgs 175/2014.

[4] Art. 10 bis Statuto dei diritti del contribuente (Legge 27 luglio 2000, n. 212) e art. 1 del D.Lgs. n. 128 del 5 agosto 2015 recante “Disposizioni sulla certezza del diritto nei rapporti tra fisco e contribuente”, in attuazione degli articoli 5, 6 e 8, comma 2, della legge 11 marzo 2014, n. 23.

Autore immagine: 123rf com

Per leggere la sentenza integrale clicca qui


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