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Se il figlio non cerca lavoro, stop mantenimento dei genitori

26 settembre 2017


Se il figlio non cerca lavoro, stop mantenimento dei genitori

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 settembre 2017



Addio mantenimento del padre al figlio di 35 anni che, pur disoccupato, non si è mai interessato a trovare un lavoro.

Non basta essere disoccupati e non autonomi economicamente per ricevere il mantenimento da parte dei genitori: il figlio maggiorenne che vuole conservare l’assegno mensile del padre, se ha terminato gli studi e ha raggiunto un’età e una formazione tale da consentirgli di lavorare, deve darsi animo nel cercare un’occupazione. Diversamente perde la “paghetta”. A chiarirlo è una sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1].

In base alla nostra legge, il figlio non perde il diritto ad essere sostenuto dai genitori solo perché ha superato i 18 anni. Il cosiddetto diritto al mantenimento (che, di solito, in caso di separazione dei coniugi, viene determinato dal giudice nella sentenza di divorzio) cessa, non con la maggiore età, ma solo quando sia stata raggiunta l’indipendenza economica. Ciò non vuol dire necessariamente «stabilità», ossia un lavoro a tempo indeterminato; deve tuttavia trattarsi di un’occupazione in linea con la formazione del giovane e tale da non potersi considerare precaria e limitata a un breve periodo (ad esempio non sarebbe sufficiente il lavoro occasionale svolto da uno studente come barman per mantenersi gli studi o in uno stabilimento balneare durante la stagione estiva). Il lavoro non deve essere necessariamente a tempo pieno, ma potrebbe trattarsi di part time se consente di procurarsi di che vivere.

Se il figlio, completata la formazione, rimane in panciolle e non dimostra di aver cercato un posto di lavoro, perde il diritto al mantenimento. La prova dell’inerzia del figlio deve essere però fornita dal genitore. Per questi l’obbligo di versare l’assegno cessa quando dimostra di aver messo il giovane nelle condizioni di essere economicamente autosufficiente. Le condizioni economiche del padre, in questo, non rilevano: non importa cioè se il genitore è benestante e ben potrebbe permettersi, ancora per molto tempo, di versare il mantenimento. Su ogni figlio grava l’onere di mantenersi da sé quando ve ne siano le possibilità e, quindi, di fare di tutto per trovare un lavoro.

In caso, di mancato impegno per la ricerca di un’occupazione lavorativa il padre può smettere di versare l’assegno, ma non può farlo dall’oggi al domani e di propria spontanea volontà: deve prima essere autorizzato dal giudice. In altri termini il genitore deve attivare un giudizio in tribunale – attraverso un avvocato – con il quale chiedere la revisione delle condizioni del mantenimento ai figli.

La Corte ha deciso il caso di una ragazza di 35 anni, disoccupata, ma senza problemi di salute e, quindi, in grado di trovarsi un lavoro e raggiungere finalmente l’indipendenza economica. Il padre ha così presentato ricorso in tribunale per ottenere la revoca del contributo al mantenimento della figlia disposto a favore dell’ex moglie. L’uomo ha posto in evidenza che la figlia, ormai 35enne, non si era mai attivata per la ricerca di una occupazione e non era affetta da patologie tali da ridurne la capacità lavorativa. Ha così vinto la causa e la giovane ha perso l’assegno.

note

[1] Cass. sent. n. 22314/2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 7 luglio – 25 settembre 2017, n. 22314
Presidente Genovese – Relatore Lamorgese

Fatti di causa

Con decreto 3 maggio 2015, la Corte d’Appello di Roma ha accolto il reclamo di Gi. Vi. avverso l’ordinanza del Tribunale di Roma che aveva rigettato la sua domanda di revoca del contributo di mantenimento della figlia maggiorenne Gi., disposto a favore dell’ex coniuge Di Ma. Gi., rilevando che erano venute meno le relative condizioni, non essendosi la figlia, trentacinquenne, neppure attivata per la ricerca di un lavoro successivamente al compimento del diciottesimo anno di età e non essendo affetta da patologie che ne riducessero la capacità lavorativa.
La Di Ma. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi e a una memoria; Vi. non ha svolto difese.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato falsa applicazione dell’art. 739 c.p.c, non avendo la Corte di merito considerato che il reclamo era tardivo, a norma dell’art. 739, comma 2, c.p.c, in quanto proposto (con atto notificato il 15 aprile 2014) oltre il termine perentorio di dieci giorni dalla comunicazione del decreto da parte del cancelliere (in data 25 marzo 2015).
Il motivo è infondato. Nei procedimenti in camera di consiglio che si svolgono nei confronti di più parti ed anche in quelli contenziosi assoggettati per legge al rito camerale, qual è quello disciplinato dall’art. 9, comma 1, della legge n. 898/1970, salvo che non sia diversamente disposto in modo espresso, è la notificazione del decreto, effettuata ad istanza di parte (e non la comunicazione da parte del cancelliere), idonea a far decorrere – tanto per il destinatario della notifica che del notificante – il termine di dieci giorni per la proposizione del reclamo, ai sensi dell’art. 739, comma 2, c.p.c. (Cass. n. 4482/2003). E’ inammissibile l’ulteriore censura di omessa pronuncia sull’eccezione di tardività del reclamo, alla luce del principio secondo cui il mancato esame da parte del giudice di una questione puramente processuale non è suscettibile di dar luogo al vizio di omissione di pronuncia, il quale si configura esclusivamente nel caso di mancato esame di domande od eccezioni di merito (Cass. n. 321/2016).
Con il secondo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. ed erronea valutazione delle prove e della documentazione prodotta in primo grado, essendo infondata la richiesta del Vi. di revoca del provvedimento di mantenimento della figlia e non avendo la Corte valutato le ottime condizioni economiche del Vi., il quale era titolare di diversi fabbricati e terreni e aveva acquisito bene in via ereditaria.
Il motivo è inammissibile in entrambi i profili in cui è articolato: nella parte in cui si sofferma sulle condizioni reddituali del Vi., perché non coglie la ratio deciderteli del provvedimento impugnato, che è costituita dall’insussistenza delle condizioni per la permanenza dell’obbligo di corrispondere il contributo di mantenimento per la figlia (trentacinquenne), all’esito di un esauriente accertamento di fatto circa la complessiva condotta personale tenuta dall’interessata dal momento del raggiungimento della maggiore età, visto il mancato impegno per la ricerca di un’occupazione lavorativa (v. Cass. n. 12952/2015); nella parte in cui denuncia la violazione dell’art. 116 c.p.c, perché mira ad una impropria revisione dell’accertamento di fatto compiuto dai giudici di merito (la violazione del menzionato parametro normativo è configurabile solo allorché il giudice apprezzi liberamente una prova legale, oppure si ritenga vincolato da una prova liberamente apprezzabile, v. Cass. n. 11892/2016, n. 13960/2014).
Con il terzo motivo è denunciata violazione dell’art. 112 c.p.c. per l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, non avendo la Corte di merito verificato la produzione medica riguardante lo stato di salute di Vi. Gi., affetta da una malattia degenerativa che minerebbe la sua capacità lavorativa.
Il motivo è inammissibile: non v’è stata omessa pronuncia, risolvendosi il motivo in un’impropria istanza di revisione degli elementi probatori posti a sostegno dell’accertamento di fatto compiuto in concreto dai giudici di merito, in ordine alla questione dell’indipendenza economica della figlia. A tale riguardo la sentenza impugnata ha fatto applicazione del principio secondo cui l’obbligo del genitore separato o divorziato di concorrere al mantenimento del figlio (nella specie, di 35 anni) perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio sia stato posto nelle concrete condizioni per potere essere economicamente autosufficiente, senza averne però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta (tra le tante, Cass. n. 1773/2012).
Con il quarto motivo la ricorrente ha denunciato la violazione degli artt. 101 e 116 c.p.c. e 111 Cost. e del principio del contradditorio, avendo il Vi. depositato la propria documentazione fiscale oltre i termine fissato dal Collegio e avendo ciò compromesso l’esercizio del diritto di difesa.
Il motivo è inammissibile, poiché non coglie la ratio decidendi, costituita dal rilievo della imputabilità alla figlia della lamentata condizione di non autosufficienza economica, come si è osservato in risposta al secondo motivo.
Il ricorso è rigettato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.
Roma, 7 luglio 2017.

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2 Commenti

  1. Valevole per un ex marito che alterna periodi di lavoro a periodi di nullafacenza. E pretende un mantenimento minimo giornaliero

  2. Mia figlia a 20 anni sono quasi 3 anni che ha finito un corso base di parrucchiera in una scuola pubblica arti e mestieri. Non si sta impegnando a cercare nessun lavoro, e non si è inscritta in nessuna agenzia per il lavoro. Volevo spronarla interrompendo l assegno di mantenimento. E possibile?

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