Diritto e Fisco | Articoli

Chi è il testimone di giustizia?

26 settembre 2017


Chi è il testimone di giustizia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 settembre 2017



La differenza tra testimone di giustizia e collaboratore di giustizia.

Quando si parla di testimoni di giustizia è facile e comune collegare questo nome a quello dei collaboratori di giustizia. Ma tra le due figure c’è una differenza abissale. Il testimone è colui che ha assistito a un crimine o ne è vittima e, in entrambi i casi, decide di denunciare i fatti alle autorità; il collaboratore è invece quello che comunemente viene detto «pentito»: si tratta del criminale che, in cambio di un trattamento “privilegiato”, decide di collaborare – appunto – con le indagini.

Per capire meglio chi è il testimone di giustizia e qual è la differenza tra testimone e collaboratore di giustizia riportiamo qui di seguito alcuni passi di un volume edito dalla Pellegrini Ed.: «Tra l’incudine e il martello. La denuncia di chi ha denunciato» a firma del direttore di questo giornale, l’avv. Angelo Greco.

 

Testimoni di ingiustizia

In Italia, attualmente, sono circa 71 i testimoni di giustizia [1]. Ognuna delle loro storie si può riassumere in tre momenti: deposizione, accesso al programma di protezione, abbandono.

Ma chi sono questi testimoni? Eroi senza patria e senza volto.

Il loro nome è stato estratto a sorte – una casuale combinazione dal catalogo dell’onomastica. La loro vita è inventata, pianificata, studiata a tavolino da un funzionario del Ministero dell’Interno. Sono persone in carne e ossa, con le loro paure, i sacrifici, le esistenze dilaniate, talvolta le famiglie distrutte. Rinnegati dai parenti, incompresi dai figli, a volte abbandonati dalla moglie o dal marito. Persone, in certi casi, sopraffatte dalla disperazione.

Alcuni di loro hanno una personalità borderline perché hanno deciso di aiutare la giustizia solo dopo un’iniziale accondiscendenza alle richieste mafiose. E, per questo, ancora più travagliati dal processo di recupero della loro coscienza e dignità. Un cammino di purificazione attraverso il dolore.

Intervistarli non è stato facile. Hanno le loro perplessità, sono pieni di diffidenza e soprattutto di un insostenibile carico di sfiducia. Beffati anche dalla stessa lingua italiana. Che per lungo tempo, sino all’intervento della legge n. 45/2001, li ha chiamati «collaboratori di giustizia», generando confusione tra due figure che, invece, hanno linee di distinzione nette.

Tutt’ora, gli stessi giornalisti usano le due espressioni in modo indistinto. Talvolta capita anche ai magistrati.

Invece, i testimoni di Giustizia sono coloro che, in gergo volgare – tutt’altro che impropriamente – vengono detti «testimoni oculari», quelli cioè che, senza far parte di organizzazioni criminali, sono a conoscenza di un fatto criminoso e intendono informarne le autorità.

Tra loro, c’è chi ha avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e di assistere involontariamente ad un reato consumato ai danni di un terzo (un omicidio, una violenza, ecc.). C’è chi, invece, è egli stesso la vittima (si pensi all’usura, al cosiddetto pizzo, alle estorsioni, alle concussioni, ecc.).

In ogni caso, il Testimone – e per questa ragione, pur compiendo un’improprietà grammaticale, lo indicherò d’ora innanzi con la lettera maiuscola – non proviene mai da ambienti malavitosi [2] (circostanza che lo distingue dal collaboratore), ma occupa una posizione normale all’interno del tessuto economico e sociale. Egli è spesso impegnato in attività imprenditoriali. Anzi, proprio a causa di tale occupazione, viene perseguitato dalle organizzazioni criminali.

Il dovere di testimoniare, a volte, può sorgere da un grido disperato di aiuto, altre volte da una sensibilità istituzionale, da un semplice atto di amore nei confronti della giustizia e del popolo. Il Testimone decide così di intraprendere una strada che espone se stesso e i propri cari alle rappresaglie degli accusati. Le istituzioni, quale contropartita, gli offrono tutela, lo sottopongono a un programma di protezione, lo costringono ad allontanarsi dalla sua terra, ad abbandonare i ricordi, le sue radici e a vivere sotto scorta.

Al contrario, il collaboratore di giustizia ha avuto un ruolo anche marginale all’interno del fatto delittuoso, ma si è ravveduto, ha deciso di cambiare atteggiamento e di collaborare con lo Stato. Per il solo fatto di informare le autorità di quanto a sua conoscenza, egli usufruisce, oltre ad un programma di protezione personale ed economico, di una lunga serie di vantaggi e di sconti sulla pena.

Lascio poi alla cronaca quotidiana i numerosi casi di falso pentitismo e di strumentalizzazione di tali dichiarazioni per ulteriori fini criminali o solo per sfuggire al carcere duro. Dichiarazioni che spesso sono ontologicamente mendaci proprio perché provenienti da soggetti che, solo qualche giorno prima, avevano disprezzato le istituzioni, la legge, la morale.

Il collaboratore, difatti, resta generalmente segnato dai propri trascorsi e dalla buia realtà del clan. Egli non sempre realizza «un autentico pentimento che valga a riorientare la sua cultura e a pervenire ad una convinta e decisa adesione ai valori della legalità [3]». Ecco perché, a rigore, il termine “pentito” nasconde in sé una profonda improprietà. Le motivazioni che portano il delinquente a cooperare, senza che il suo animo, nello stesso tempo, riconosca l’empietà della propria condotta, e quindi senza un’effettiva conversione, impone di parlare più correttamente di “collaboratore”. Quest’ultimo termine, invero, fa riferimento ad una mera condizione di fatto – la collaborazione, appunto – e non anche ad una trasformazione morale.

La differenza tra testimone di giustizia e collaboratore di giustizia

C’è una profonda differenza etica ed ideologica tra chi sente il dovere civico della denuncia e chi, invece, si converte all’onestà.

Il collaboratore si muove secondo una finalità egoistica ed utilitaria, sia pure, nella migliore delle ipotesi, accompagnata dal ravvedimento. Il Testimone, al contrario, agisce per altruismo e coraggio, non dovendosi pentire di alcunché.

Il collaboratore riceve benefici per effetto del suo contributo alle indagini. Il Testimone non ottiene alcuna contropartita; egli è una persona integerrima che, per aiutare lo Stato nella ricerca dei colpevoli, ha deciso di sacrificare non solo una mattina in Questura, ma l’intera vita.

Eppure, non poche volte le istituzioni hanno dimostrato di essere più severe e distratte nei confronti dei Testimoni ed invece flessibili e benevole con i collaboratori: forse per via del ruolo ricoperto da questi ultimi, dell’importanza delle loro conoscenze e, quindi, delle dichiarazioni che forniscono. Essi conoscono le organizzazioni criminali dall’interno, sono al corrente dei loro obiettivi; sanno quali strategie perseguono le cosche, quali delitti hanno compiuto e quali intendono compiere; hanno notizia dei luoghi ove sono nascosti i patrimoni illeciti e ne consentono la confisca. Insomma, si crede che chi proviene da dentro l’organizzazione sia di maggior aiuto nelle indagini rispetto a chi invece ha assistito, dall’esterno, ad un singolo crimine. «Noi valiamo poco perché abbiamo poco da offrire: sappiamo solo quello che abbiamo visto» ha denunciato un Testimone dalle pagine di un giornale online [4].

Il collaboratore, inoltre, fa più notizia del Testimone. I media ne riempiono la cronaca perché colpisce di più la storia di un pentimento che quella di un uomo integerrimo. Non c’è bisogno di leggere i giornali per conoscere nomi come Ciancimino, Mutolo, Buscetta, Brusca. Qualcuno addirittura parla di super-pentiti, come se vi fosse una gerarchia di importanza nel pentimento.

Quanti Testimoni invece sono noti all’opinione pubblica? Eppure, fuori dalle headlines dei quotidiani, lontano dalle foto dei pubblici ministeri aggressivi ed armati di codice, il vero eroe del processo è il Testimone. Dietro il successo di un magistrato tutelato dalla scorta, dagli scatti di carriera e dalle prerogative della categoria c’è l’immolazione di un uomo della strada.

Anche le statistiche giocano contro i Testimoni. Secondo le stime, essi producono un volume di contenzioso contro la pubblica amministrazione maggiore rispetto a quello dei collaboratori [5]. Infatti, il bagaglio culturale che li caratterizza acuisce in loro la percezione dell’ingiustizia, la consapevolezza della diminuzione della qualità di vita e della libertà, in ultimo la forte disillusione rispetto alle aspettative. Non accettano le condizioni a cui sono sottomessi e ricorrono con facilità alle vie giudiziarie proprio per ripristinare quella giustizia in nome della quale avevano agito. Questa proliferazione di cause contro il ministero contribuisce ad alimentare l’idea del Testimone come un carico per lo Stato e non una ricchezza. Una volta, Lord Bowen scrisse: «Piove sul giusto e piove anche sull’ingiusto; ma sul giusto di più, perché l’ingiusto gli ruba l’ombrello».

Un solo aspetto accomuna, nella gretta mentalità popolare, i Testimoni ai collaboratori di realtà mafiose. È la macchia di infamia che, con le proprie deposizioni, rompendo il vincolo di solidarietà su cui si basa l’organizzazione criminale, entrambi gettano sulle proprie famiglie. Il “pentito” – così è indistintamente definito, entro tali ambienti, sia il collaboratore che il Testimone [6] – viene rinnegato ed allontanato dai suoi stessi congiunti.

Le mogli di Pasquale ed Emanuele Di Filippo, rispettivamente Giuseppina Spadaro, 29 anni (a sua volta figlia del boss della Kalsa, Tommaso Spadaro) e Angela Marino, 28 anni, appena sanno del pentimento dei loro uomini, telefonano all’Ansa di Roma e dicono: «Sono venuti quelli della D.I.A., ci hanno offerto protezione, abbiamo rifiutato. Scrivetelo, fatelo sapere. Noi non abbiamo fatto nulla di male, siamo brave persone, non abbiamo niente di cui pentirci [7]».

Prima di decidere di vivere col marito in una località segreta, Giuseppina Spadaro riferisce ai giornalisti: «Meglio morti, meglio se li avessero ammazzati. Invece sono due infami pentiti. Ai miei figli l’ho già detto: «Non avete più un padre, rinnegatelo, dimenticatevi di lui» (…). Quando ho sentito bussare la polizia, ho pensato: «Ora mi dicono che mio marito è stato ucciso». Invece no, è stato peggio. Se lui fosse morto avrei avuto più onore. Meglio morto che pentito, non ho dubbi [8]». Angela Marino così descrive la sua quotidianità familiare prima del pentimento del marito: «La nostra era una vita normalissima. Vivevamo tranquilli e beati, gestivamo un distributore di benzina, non ci mancava niente, credetemi. Non capisco perché hanno fatto questa scelta, cosa li abbia spinti a dire quello che hanno detto. Quando non sapevo che “quello” si era pentito, dicevo ai miei figli che il padre sarebbe tornato presto, ma adesso lo devono dimenticare, anzi, l’hanno già dimenticato. Per loro è morto, come se un padre non l’avessero mai avuto».

Agata Di Filippo, 27 anni, sorella dei pentiti e moglie di Nino Marchese, fratello del pentito Giuseppe e della moglie di Bagarella, Vincenzina, non è meno dura con i suoi fratelli: «Voglio che si sappia che io, mia madre e mio padre, ci dissociamo totalmente dalla decisione presa dai miei fratelli, anzi dai miei ex fratelli. Sono infami e tragediatori. Lo ripeto: infami e tragediatori. Capiteci, per la nostra famiglia è una tragedia [9]».

Ma è davvero il loro pensiero o solo un espediente per evitare la vendetta trasversale?

La figura del Testimone di giustizia ha ricevuto riconoscimento ufficiale solo con la legge del 13 febbraio 2001 n. 4510. Prima del 2001, lo Stato non faceva distinzione tra Testimoni e collaboratori, estendendo di fatto ai primi la disciplina creata apposta per i secondi: senza quindi differenziare i malviventi da coloro che piuttosto volevano affrontarli. Il Testimone veniva così sottoposto alle medesime misure di assistenza e tutela previste per il collaboratore. Tant’è che i moduli prestampati che il malcapitato doveva firmare al rilascio delle dichiarazioni recitavano l’impegno a non commettere altri delitti e a restituire allo Stato i proventi dell’attività criminale. Una sorta di refuso, un campo “da non considerare” nel caso di specie, ma che spiegava il suo indiscutibile impatto emotivo. Era quella che, in gergo tecnico, si definisce una lacuna normativa: un vuoto, una fattispecie non regolata da norme e che ci additava, ancora una volta, come uno Stato primitivo. La sostanziale equiparazione tra gli esponenti del mondo del crimine e i cittadini onesti ha fatto sorgere questioni delicate e complesse, oltre ad un comprensibile malcontento più volte sollevato innanzi alle sedi istituzionali. Così, per superare le critiche, la riforma del 2001 ha distinto le due figure sul piano concettuale, terminologico e della successiva fase di gestione.

Quando mi chiesero di scrivere sull’argomento dei Testimoni, che esulava dalla mia quotidiana attività di avvocato civilista, mi son tornate alla memoria le scene di un film cult del 1990: “Due nel mirino”, con Mel Gibson e Goldie Hawn. La pellicola racconta la storia di Rick Jamin, testimone che ha deciso di denunciare alcuni criminali all’F.B.I. L’intelligence sottopone Rick, per quindici anni, ad un programma di protezione, finché viene riconosciuto da una vecchia fiamma, Marianna Graves, che lo credeva morto, ma che tuttavia conserva ancora l’antico rancore per essere stata, a suo tempo, lasciata senza giustificazione. Nonostante Rick tenti di non coinvolgere l’ex amante nella sua vita pericolosa, i killer individuano la coppia e li raggiungono. Così per i due comincia un’avventura tra sparatorie, nascondigli e situazioni divertenti. Vorrei, però, che chi mi legge dimenticasse i programmi di protezione hollywoodiani, accreditati dall’efficiente serietà della polizia d’oltreoceano [11]. Qui siamo in Italia e tutto è obliquo: tant’é che la Torre di Pisa dovrebbe essere simbolicamente raffigurata sulla bandiera quale emblema di una nazione da sempre traballante, in piedi non per scienza, ma per miracolo.

note

[1] Dati aggiornati alla data del 30 aprile 2007. Fonte: ministero dell’Interno, Commissione Centrale per la definizione e l’applicazione delle speciali misure di protezione. Bilancio di un anno di attività, Giugno 2007. Documentazione della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, Doc. n. 168/1, XV Legislatura.

[2] Non può essere, di conseguenza, testimone colui al quale sia stata applicata o sia in corso di applicazione una misura di prevenzione a carattere personale o patrimoniale. In altre parole, la sua fedina penale deve essere immacolata.

[3] Così nella “Relazione sui Testimoni di Giustizia”, redatta dalla Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o simile. Relatore: on. Angela Napoli. Approvata dalla Commissione nella seduta del 19 febbraio 2008, XV Legislatura, doc. XXIII, n. 6, p. 39.

[4] Da www.ilnuovo.it, articolo di Gabriele Masiero del 14 maggio 2002.

[5] Cfr. “Relazione sui Testimoni di Giustizia”, cit., p. 38.

[6] In tal modo, si intende esaltare la dualità tra lo Stato (inteso come parassita e usurpatore) e la cosca mafiosa, feudataria, vera titolata al controllo del popolo e della sua ricchezza, per via di millenaria investitura.

[7] Giornale di Sicilia del 28 giugno 1995. Così riportato da Anna Puglisi e Umberto Santino in “Appunti sulla ricerca del Centro Impastato su ‘Donne e mafia’”, in www.centroimpastato.it/publ/online/appunti_ricerca_donne.php3.

[8] A. Puglisi e U. Santino, op. cit.

[9] A. Puglisi e U. Santino, op. cit.

[10] La legge n. 45/2001 ha riformato il decreto legge del 15.1.1991 n. 8 (convertito con modificazioni nella legge 15.03.1991 n. 82).

[11] Il Programma di sicurezza dei testimoni, messo in atto dall’U.S. Marshals Service, è stato autorizzato dall’Organized Crime Control Act del 1970 e successivamente modificato dal Comprehensive Crime Control Act del 1984. L’U.S. Marshals ha protetto, riallocato e dato nuove identità a più di 8.200 testimoni e 9.800 familiari, sin da quando, nel 1971, è stato varato.

Autore immagine: 123rf com


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

1 Commento

  1. ” qui siamo in Italia ” dove ogni parola assume un significato diverso in base agli ”opportunismi del momento” – la legge è inutile se non è seguita da fatti reali.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI