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Come saranno le pensioni di domani

27 settembre 2017 | Autore:


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Come saranno le pensioni dei lavoratori più giovani e quanto si dovrà versare per avvicinarsi all’ultimo stipendio.

Le pensioni del futuro saranno sempre più basse, nonostante gli anni di lavoro in più e l’innalzarsi dell’età pensionabile: questo è il risultato del calcolo contributivo della pensione, notevolmente penalizzante rispetto al “vecchio” calcolo retributivo che si basa sugli ultimi stipendi. Oltre al sistema di calcolo contributivo della pensione, però, buona parte della “colpa” dell’abbassamento degli assegni è della discontinuità della carriera lavorativa dei giovani, che inizia sempre più tardi ed è sempre più precaria.

Tutto ciò avrà un effetto disastroso, con pensioni più basse dell’assegno sociale e un accesso al trattamento spostato sempre più in avanti nel tempo: si stima che i nati negli anni 80 potranno uscire dal lavoro intorno ai 75 anni, con prestazioni ben più esigue dell’ultimo stipendio o reddito.

Per trovare un rimedio a quella che sembra essere una “bomba sociale a orologeria”, sono allo studio diverse soluzioni:

  • da una parte, si pensa ad una pensione minima di garanzia per i giovani, derivante dal cumulo della prestazione con l’assegno sociale;
  • dall’altra, si vuole rafforzare la previdenza complementare incentivando la devoluzione del Tfr ed i versamenti di contributi integrativi.

Per scongiurare il dramma sociale delle pensioni, si sta poi pensando di abbattere, o quantomeno di diminuire, le soglie di accesso alla pensione di vecchiaia ed anticipata contributiva: ad oggi, infatti, chi vuole accedere alla pensione calcolata esclusivamente col sistema contributivo deve percepire una prestazione almeno pari a 673 euro mensili, per la pensione di vecchiaia, o a 1255 euro, per la pensione anticipata a 63 anni.

In attesa di conoscere quali saranno i nuovi interventi per migliorare le pensioni dei più giovani vediamo come funziona il calcolo della pensione, per sapere quale prestazione ci aspetterà in futuro e capire come mai molti di coloro che sono già pensionati riescono a percepire assegni simili all’ultimo stipendio pur avendo pochi anni di versamenti alle spalle.

Contributi da versare per la pensione

La pensione di un lavoratore dipende innanzitutto dai contributi versati. Per i lavoratori dipendenti, l’azienda paga un’aliquota complessiva (cioè una percentuale sul reddito imponibile) che comprende, però, non solo i contributi utili alla pensione, ma anche quelli assicurativi, che servono a garantire al lavoratore una prestazione in caso di malattia, infortunio, maternità, nonché i contributi per gli assegni familiari.

Generalmente, per i lavoratori dipendenti del settore privato l’aliquota contributiva utile alla pensione è pari al 33%: ciò significa che, se in un anno il dipendente riceve 30mila euro di stipendio, i contributi accantonati ai fini della pensione ammontano a 9.900 euro.

Le aliquote sono diverse per i lavoratori autonomi, i liberi professionisti e gli imprenditori, a seconda della gestione di appartenenza, così come possono differire i sistemi di calcolo applicati.

Considerando che le aliquote dei lavoratori autonomi sono generalmente più basse, anche le loro pensioni lo sono di conseguenza.

Come si calcola la pensione

La legge prevede tre sistemi di calcolo della pensione, per gli iscritti in una delle gestioni facenti capo all’Inps, secondo l’anzianità del lavoratore al 31 dicembre 1995: il retributivo, il contributivo ed il misto, che è un mix tra i due sistemi. Per artigiani e commercianti esiste poi il sistema reddituale, molto simile al retributivo.

Calcolo retributivo della pensione

Il calcolo retributivo si applica ai lavoratori che possiedono almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995. Si basa sugli ultimi stipendi o redditi del pensionato ed è diviso in due quote:

  • la quota A, che tiene conto degli ultimi 5 anni di retribuzione, rivalutati, e delle settimane possedute al 31 dicembre 1992;
  • la quota B, che tiene conto degli ultimi 10 anni di retribuzione, rivalutati, e delle settimane possedute al 31 dicembre 2011.

In particolare, per il calcolo della quota A si deve:

  • rivalutare la retribuzione degli ultimi 5 anni secondo la variazione dell’indice annuo del costo della vita, calcolato dall’Istat ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria;
  • dividere per 260 la retribuzione media rivalutata degli ultimi 5 anni: si ottiene così la retribuzione media settimanale (Rms);
  • moltiplicare la Rms per il numero di settimane di contributi al 31 dicembre 1992 e per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa Rms;
  • si ottiene così la quota A di pensione.

Per il calcolo della quota B si deve:

  • rivalutare la retribuzione degli ultimi 10 anni secondo la variazione dell’indice annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’ISTAT (indice FOI), con l’incremento dell’1% per ogni anno solare preso in considerazione;
  • dividere per 520 la retribuzione media rivalutata degli ultimi 10 anni: ottieni così la retribuzione media settimanale (R.M.S.);
  • moltiplicare la R.M.S.per il numero di settimane di contributi dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 2011 e per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della R.M.S.;
  • si ottiene così la quota B di pensione.

Si può anche utilizzare, per il calcolo col sistema retributivo, un metodo più veloce ma più approssimativo:

  • individuare la retribuzione media pensionabile rivalutata degli ultimi anni;
  • moltiplicarla per un’aliquota di rendimento del 2%, che a sua volta si deve moltiplicare per il numero di anni di contributi.

In pratica, chi ha una retribuzione media pensionabile di mille euro e 40 anni di contributi deve effettuare queste operazioni:

  • 1000 x 40 x 2%;
  • cioè 1000 x 80%;
  • si ottengono pertanto 800 euro di pensione.

Il metodo reddituale, utilizzato per i lavoratori autonomi, si basa sullo stesso sistema di calcolo, ma considera nella quota A gli ultimi 10 anni e nella quota B gli ultimi 15 anni.

Il metodo retributivo non può essere utilizzato per i periodi dal 1° gennaio 2012, in quanto da tale data si applica il calcolo contributivo anche a chi è soggetto al calcolo interamente retributivo.

Calcolo misto della pensione

Il calcolo misto della pensione si applica ai lavoratori che possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995. Per i conteggi si devono seguire le stesse procedure del calcolo retributivo, ma nella quota B sono incluse soltanto le settimane di contributi possedute dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 1995, anziché al 31 dicembre 2011.

Dal 1° gennaio 1996 ai contribuenti misti si applica il calcolo contributivo.

Chi subisce il calcolo contributivo della pensione

Devono utilizzare il calcolo contributivo:

  • i lavoratori che hanno meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, per i periodi dal 1° gennaio 1996 (cioè i contribuenti che applicano il metodo misto);
  • i lavoratori che non hanno contributi versati prima del 1996;
  • i lavoratori che optano per la pensione anticipata con: Opzione Donna, Opzione contributiva Dini, Computo nella Gestione Separata;
  • i lavoratori che hanno più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, per i periodi dal 1° gennaio 2012 (cioè i contribuenti che applicano il metodo retributivo).

Come funziona il calcolo contributivo della pensione

Il calcolo contributivo non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni, ma sui contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa. Questi contributi vengono accantonati, rivalutati e trasformati in pensione da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Anche il calcolo contributivo si divide in due quote:

  • la quota A, sino al 31 dicembre 1995;
  • la quota B, dal 1° gennaio 1996 in poi.

Calcolo contributivo della pensione: quota B

Per stabilire l’assegno di pensione corrispondente alla quota B, si deve:

  • calcolare, per ogni anno, il 33% dello stipendio (inteso come retribuzione imponibile previdenziale), a partire dal 1996, per i lavoratori dipendenti; diversamente, bisogna considerare l’aliquota prevista dall’ente previdenziale per la specifica categoria;
  • rivalutare i contributi accantonati ogni anno, secondo la media quinquennale del Pil (prodotto interno lordo);
  • sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;
  • moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, che varia in base all’età, ottenendo così la quota B di pensione.

Bisogna prendere in considerazione, ai fini del calcolo, tutti gli importi percepiti, se facenti parte dell’imponibile previdenziale, non solo le voci fisse e continuative dello stipendio.

 

Calcolo contributivo della pensione: quota A

Per calcolare la quota A, il procedimento è più complicato: questa quota, relativa ai periodi precedenti al 1996, va calcolata solo da chi ha optato per il sistema contributivo (Opzione Donna, Opzione Dini o Computo nella Gestione Separata). Per chi ha versato il primo contributo dopo il 1° gennaio 1996, ovviamente non esiste alcuna quota A.

Per ottenere il montante contributivo riferito alla Quota A bisogna:

  • considerare le 10 retribuzioni annue (o le retribuzioni 1993-1995 per i dipendenti pubblici) che precedono il 1996;
  • applicare l’aliquota contributiva riferita all’epoca del versamento (quella del 1995, ad esempio, era pari al 27,12%);
  • rivalutare i contributi così ottenuti, sulla base della media quinquennale del PIL;
  • ricavare una media annua di contribuzione dividendo il totale della somma del periodo per 10 (o per 3, per i dipendenti pubblici);
  • moltiplicare il risultato ottenuto per il numero complessivo degli anni di contributi, valutati però ponderandoli con il rapporto tra l’aliquota contributiva vigente in ciascun anno e la media delle aliquote vigenti nei 10 (o 3) anni precedenti quello in cui viene esercitata l’opzione per il contributivo;
  • si ottiene, così, il montante contributivo della quota A, che deve essere moltiplicato per il coefficiente di trasformazione per trasformarsi in quota A di pensione.

In alternativa, si possono sommare i due montanti contributivi, della quota A e della quota B, per trovare il montante contributivo totale, che si trasformerà in rendita utilizzando il coefficiente di trasformazione corrispondente all’età pensionabile.

Coefficiente di trasformazione: come i contributi si trasformano in pensione

I coefficienti di trasformazione da utilizzare per chi si pensiona nel 2017 sono:

  • 4,246% per chi ha 57 anni;
  • 4,354% per chi ha 58 anni;
  • 4,468% per chi ha 59 anni;
  • 4,589% per chi ha 60 anni;
  • 4,719% per chi ha 61 anni;
  • 4,856% per chi ha 62 anni;
  • 5,002% per chi ha 63 anni;
  • 5,159% per chi ha 64 anni;
  • 5,326% per chi ha 65 anni;
  • 5,506% per chi ha 66 anni;
  • 5,700% per chi ha 67 anni;
  • 5,910% per chi ha 68 anni;
  • 6,135% per chi ha 69 anni;
  • 6,378% per chi ha 70 anni.

Quando l’età, alla data del pensionamento, non corrisponde a “cifra tonda” (ad esempio, 57 anni e 6 mesi), bisogna aggiungere al coefficiente  le relative frazioni di anno.

Per arrivare alla pensione annuale bisogna poi moltiplicare, in misura percentuale, il coefficiente al montante contributivo; dividendo la pensione annua per 13, si ottiene l’assegno mensile.

Ad esempio, se il montante contributivo totale(eventuale quota A più quota B) è di 300mila euro, e l’interessato si pensiona, col calcolo interamente contributivo, a 60 anni esatti nel 2017, ha diritto a:

  • una pensione annua di 13.767 euro (300mila per 4,589%);
  • una pensione mensile (assegno annuo diviso 13 mensilità) di 1.059 euro.

Calcolo contributivo e retributivo a confronto

In base a quanto esposto, risulta chiaro come mai chi è soggetto al calcolo contributivo della pensione percepisce un assegno molto più basso rispetto a chi percepisce un trattamento calcolato col retributivo: mentre quest’ultimo, difatti, potrà contare su un assegno molto vicino agli ultimi stipendi, a prescindere dai contributi realmente versati, chi è soggetto al calcolo contributivo è notevolmente penalizzato.

Il calcolo contributivo, difatti, non solo non “regala” nulla, perché la pensione viene calcolata esclusivamente dai contributi versati, ma addirittura “toglie”, considerando quanto sono basse sia le rivalutazioni che i coefficienti di trasformazione. Indici di rivalutazione e coefficienti di trasformazione, peraltro, continuano ad abbassarsi ogni anno.

Sarà dunque indispensabile intervenire, ma per rimediare alla situazione non basterà la previdenza integrativa (in pochi si possono permettere di versare contributi in più): saranno sicuramente necessari degli interventi di assistenza per integrare le pensioni, come l’ipotizzata pensione minima di garanzia.

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