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Lo sai che? Te la faccio pagare: cosa rischia chi lo dice?

Lo sai che? Pubblicato il 27 settembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 27 settembre 2017

Minaccia: il reato dipende dal tipo di conseguenze prospettate alla vittima.

Quante volte abbiamo detto, o ci siamo sentiti dire, la classica frase «te la faccio pagare». Si tratta forse di una delle più inflazionate minacce, per quanto generica possa essere. Di fatto, serve sempre per affermare la propria superiorità e far comprendere all’avversario che «non finisce qui». Insomma, «te la faccio pagare» è un’intimidazione, un avvertimento di prosieguo della vicenda che vedrà sicuramente ribaltate le posizioni e chi prima ha dovuto soccombere, gioirà.

Ma bisogna far attenzione al contesto e alle modalità con cui si proferiscono tali parole di sfida. Questo perché la Cassazione ha più volte detto che il confine con il penale è estremamente labile. Da ultimo, una sentenza di ieri [1], ha ribadito quando la frase «te la faccio pagare» costituisce reato di minaccia e quando, invece, è pienamente lecita. Cerchiamo dunque di comprendere quali possono essere le conseguenze a chi si sbilancia così tanto.

Per stabilire cosa rischia chi dice «te la faccio pagare» bisogna investigare sulle intenzioni – velate o esplicite – di chi parla: cosa vuol fare? Se il riferimento è all’esercizio di azioni giudiziarie, ossia alla volontà di ricorrere al giudice, non scatta alcun reato perché la frase incriminata implica l’esercizio di un diritto. Il marito che, dopo aver verificato che la moglie ha dilapidato il patrimonio di famiglia al gioco, le intima «te la faccio pagare» e, nel dire ciò, fa capire che vuol ricorrere al giudice, chiedere la separazione e anche l’addebito, non commette reato di minaccia perché non sta facendo altro che esercitare un diritto che la legge gli riconosce. Il dipendente che, di fronte alla negazione delle ferie da parte del datore di lavoro, gli dice «Te la faccio pagare, avrai a che fare con i miei avvocati» non sta commettendo un’intimidazione, ma sta avvalendosi di una facoltà che l’ordinamento gli riconosce.

Invece perché scatti il delitto è necessario che ci sia una concreta intimidazione della persona offesa ad un danno ingiusto come, ad esempio, quando un uomo, nel dire «te la faccio pagare» brandisce un bastone di legno in mano oppure fa chiaramente intendere il ricorso ad azioni di forza o ad altre forme di violenza. A volte, peraltro, basterebbe che alla frase si accompagni anche un dito puntato contro la persona offesa [2] per far intuire le proprie intenzioni non lecite. Non conta, peraltro, la reale intenzione di chi parla, ma quanto le sue parole sono riuscite a intimorire la vittima, secondo la percezione dell’uomo medio.

Nel reato di minaccia, l’elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica, mediante la progettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere provocato dall’autore alla vittima; non è necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire. È infine irrilevante l’indeterminatezza del male minacciato purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione concreta [3].

In un’altra sentenza la Cassazione ha detto [4] che non integra il delitto di minaccia a pubblico ufficiale la reazione genericamente minatoria del privato, mera espressione di sentimenti ostili non accompagnati dalla specifica prospettazione di un danno ingiusto, che sia sufficientemente concreta da risultare idonea a turbare il poliziotto nell’assolvimento dei suoi compiti istituzionali (nella specie, i giudici hanno ritenuto non integrare il reato l’utilizzo dell’espressione «se mi fai la contravvenzione giuro che te la faccio pagare, chiamo il mio avvocato e ti querelo»).

Sempre la Suprema Corte [5] ha chiarito che perché scatti il reato di minaccia non è necessario che questa sia necessariamente «notevole» (tanto che, anzi, la «gravità della minaccia» è oggetto di specifica previsione, quale circostanza aggravante); né è necessario – per poter agire penalmente contro il colpevole – che questa provenga da un soggetto di “notoria pericolosità”; giacché, diversamente, dovrebbe escludersi la punibilità di una qualsiasi minaccia rivolta da un soggetto sconosciuto alla persona offesa. Non si può quindi assolvere una persona che dice «te la faccio pagare» solo perché si tratta di una frase generica proveniente da persona incensurata e non pericolosa.

note

[1] Cass. sent. n. 44381/2017.

[2] Cass. sent. n. 44893/2015.

[3] Cass. sent. n. 44128/2016.

[4] Cass. sent. n. 20320/2015.

[5] Cass. sent. n. 18730/2012. Così anche Cass. sent. n. 18730/2012: «In tema di minaccia, la norma incriminatrice di cui all’art. 612 c.p. non richiede che il male minacciato debba essere notevole, dovendosi peraltro giungere alla conclusione opposta, considerato che la gravità della minaccia è oggetto di specifica previsione nel secondo comma che, infatti, le assegna il valore di circostanza aggravante (cassata la decisione dei giudici del merito che avevano escluso la configurabilità del reato perché l’espressione utilizzata “te la faccio pagare” non presentava i connotati della prospettazione di un male ingiusto e notevole)».


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