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Te la faccio pagare: cosa rischia chi lo dice?

22 giugno 2018


Te la faccio pagare: cosa rischia chi lo dice?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 giugno 2018



Minaccia: il reato dipende dal tipo di conseguenze prospettate alla vittima.

Quante volte abbiamo detto, o ci siamo sentiti dire, la classica frase «te la faccio pagare». Si tratta forse di una delle più inflazionate minacce, per quanto generica possa essere. Di fatto, serve sempre per affermare la propria superiorità e far comprendere all’avversario che «non finisce qui». Insomma, «te la faccio pagare» è un’intimidazione, un avvertimento di prosieguo della vicenda che vedrà sicuramente ribaltate le posizioni e chi prima ha dovuto soccombere, gioirà. Ma bisogna far attenzione al contesto e alle modalità con cui si proferiscono tali parole di sfida. Questo perché la Cassazione ha più volte detto che il confine con il penale è estremamente labile. La Corte, di recente [1], ha ribadito quando la frase «te la faccio pagare» costituisce reato di minaccia e quando, invece, è pienamente lecita. Cerchiamo dunque di comprendere quali possono essere le conseguenze a chi si sbilancia così tanto. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa rischia chi dice te la faccio pagare.

Te la faccio pagare è reato di minaccia?

Per stabilire cosa rischia chi dice «te la faccio pagare» bisogna investigare sulle intenzioni – velate o esplicite – di chi parla: cosa vuol fare? Se il riferimento è all’esercizio di azioni giudiziarie, ossia alla volontà di ricorrere al giudice, non scatta alcun reato perché la frase incriminata implica l’esercizio di un diritto. Il marito che, dopo aver verificato che la moglie ha dilapidato il patrimonio di famiglia al gioco, le intima «te la faccio pagare» e, nel dire ciò, fa capire che vuol ricorrere al giudice, chiedere la separazione e anche l’addebito, non commette reato di minaccia perché non sta facendo altro che esercitare un diritto che la legge gli riconosce. Il dipendente che, di fronte alla negazione delle ferie da parte del datore di lavoro, gli dice «te la faccio pagare, avrai a che fare con i miei avvocati» non sta commettendo un’intimidazione, ma sta avvalendosi di una facoltà che l’ordinamento gli riconosce.

Invece perché scatti il delitto è necessario che ci sia una concreta intimidazione della persona offesa ad un danno ingiusto come, ad esempio, quando un uomo, nel dire «te la faccio pagare» brandisce un bastone di legno in mano oppure fa chiaramente intendere il ricorso ad azioni di forza o ad altre forme di violenza. A volte, peraltro, basterebbe che alla frase si accompagni anche un dito puntato contro la persona offesa [2] per far intuire le proprie intenzioni non lecite. Non conta, peraltro, la reale intenzione di chi parla, ma quanto le sue parole sono riuscite a intimorire la vittima, secondo la percezione dell’uomo medio.

Quando c’è minaccia nel dire “te la farò pagare”

Nel reato di minaccia, l’elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica, mediante la progettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere provocato dall’autore alla vittima; non è necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire. È infine irrilevante l’indeterminatezza del male minacciato purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione concreta [3].

In un’altra sentenza la Cassazione ha detto [4] che non integra il delitto di minaccia a pubblico ufficiale la reazione genericamente minatoria del privato, mera espressione di sentimenti ostili non accompagnati dalla specifica prospettazione di un danno ingiusto, che sia sufficientemente concreta da risultare idonea a turbare il poliziotto nell’assolvimento dei suoi compiti istituzionali (nella specie, i giudici hanno ritenuto non integrare il reato l’utilizzo dell’espressione «se mi fai la contravvenzione giuro che te la faccio pagare, chiamo il mio avvocato e ti querelo»).

Sempre la Suprema Corte [5] ha chiarito che perché scatti il reato di minaccia non è necessario che questa sia necessariamente «notevole» (tanto che, anzi, la «gravità della minaccia» è oggetto di specifica previsione, quale circostanza aggravante); né è necessario – per poter agire penalmente contro il colpevole – che questa provenga da un soggetto di “notoria pericolosità”; giacché, diversamente, dovrebbe escludersi la punibilità di una qualsiasi minaccia rivolta da un soggetto sconosciuto alla persona offesa. Non si può quindi assolvere una persona che dice «te la faccio pagare» solo perché si tratta di una frase generica proveniente da persona incensurata e non pericolosa.

Te la faccio pagare, detto al vicino di casa

Di recente la Cassazione [6] ha ritenuto che dire te la faccio pagare al vicino di casa integra il reato di minaccia.

L’offesa alla sicurezza altrui, in questo caso, è resa più credibile proprio dai cattivi rapporti tra i due componenti del condominio. Pena lieve, comunque: solo 50 euro di multa. La frase pronunciata dall’imputato va considerata una «minaccia» in piena regola. Per i giudici, mettendo da parte gli ulteriori epiteti volgari rivolti alla donna, è evidente «l’effetto di minaccia reale ed attuale insito in quella frase», soprattutto tenendo presente «il complicato rapporto di vicinato» tra le parti. Ciò significa che la donna «poteva fondatamente temere che il vicino di casa, proprio in virtù di tali cattivi rapporti e della sua condizione di condomino, avrebbe potuto recarle danno».

Dalla Cassazione, però, apportano una correzione sul fronte della pena: l’uomo dovrà pagare «50 euro di multa», e non «100 euro», come erroneamente stabilito sia in primo che in secondo grado. Confermato, ovviamente, il suo obbligo di provvedere al «risarcimento dei danni» in favore della donna.

note

[1] Cass. sent. n. 44381/2017.

[2] Cass. sent. n. 44893/2015.

[3] Cass. sent. n. 44128/2016.

[4] Cass. sent. n. 20320/2015.

[5] Cass. sent. n. 18730/2012. Così anche Cass. sent. n. 18730/2012: «In tema di minaccia, la norma incriminatrice di cui all’art. 612 c.p. non richiede che il male minacciato debba essere notevole, dovendosi peraltro giungere alla conclusione opposta, considerato che la gravità della minaccia è oggetto di specifica previsione nel secondo comma che, infatti, le assegna il valore di circostanza aggravante (cassata la decisione dei giudici del merito che avevano escluso la configurabilità del reato perché l’espressione utilizzata “te la faccio pagare” non presentava i connotati della prospettazione di un male ingiusto e notevole)».

[6] Cass. sent. n. 28567/18 del 20.06.2018.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 7 maggio – 20 giugno 2018, n. 28567

Presidente Settembre – Relatore Morelli

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Con la sentenza impugnata, il Tribunale di La Spezia ha confermato la sentenza del Giudice di Pace di La Spezia che aveva condannato Lo. Gi. alla pena di 100 Euro di multa ed al risarcimento dei danni in favore della parte civile, in quanto colpevole di minaccia in danno di Gobbetti Stefania.

2. Propone ricorso il difensore dell’imputato denunziando il difetto di motivazione laddove le censure contenute nell’appello, a proposito dell’idoneità intimidatoria delle frasi attribuite al Lo., sono state respinte con motivazione apodittica.

2.1. Con il secondo motivo si denunziano violazione di legge e vizi motivazionali per mancanza di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza della minaccia di un danno ingiusto e della sua idoneità a turbare la libertà psichica della persona offesa. Si sostiene che la condotta attribuita al ricorrente non sarebbe idonea né ad integrare un male ingiusto né a menomare la sua sfera di libertà morale.

2.2. Con il terzo motivo si deduce l’erronea applicazione dell’art.533 c.p. in difetto dell’idoneità minatoria delle frasi attribuite al ricorrente.

2.4. Con il quarto motivo si deduce la nullità della sentenza per vizi motivazionali.

3. Il ricorso, benché articolato in diversi motivi, deduce, nella sostanza, il vizio di motivazione con riguardo alla idoneità intimidatoria delle frasi attribuite al ricorrente ed indirizzate alla parte offesa, vale a dire: “Si…guarda, te la farò pagare, brutta troia”.

Non esistono differenze di rilievo rispetto alla frase che, secondo il ricorrente, sarebbe stata pronunciata: ” stai attenta brutta troia questa volta te la farò pagare”.

Al di là della volgarità dei termini usati, il giudice di appello, ha evidenziato che l’effetto di minaccia reale ed attuale – che comunque è insito nella frase “te la farò pagare”- è legato al complicato rapporto di vicinato fra le parti, sicché la parte offesa poteva fondatamente temere che il vicino di casa Lo., proprio in virtù di tali cattivi rapporti e della sua condizione di condomino, avrebbe potuto recarle danno.

Si tratta di una motivazione effettiva e coerente con il costante indirizzo giurisprudenziale secondo cui la minaccia è penalmente rilevante quando sia tale da incidere sulla libertà morale del soggetto passivo, indipendentemente dagli effetti ottenuti (in tal senso Sez. 5, n. 46528 del 02/12/2008 – dep. 17/12/2008, Parlato e altri, Rv. 242604 e la costante giurisprudenza di legittimità).

Il ricorso è manifestamente infondato e quindi inammissibile.

3.1. L’inammissibilità nel ricorso non preclude la constatazione dell’illegalità della pena, che è stata inflitta in misura ben superiore a quella che, all’epoca dei fatti, era la pena edittale massima di 50 Euro.

In questi termini va operata la modifica del trattamento sanzionatorio; la necessità di porre rimedio all’erronea determinazione della pena evita la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e dell’ammenda, che normalmente consegue all’inammissibilità de) ricorso.

P.Q.M.

annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio, che ridetermina in Euro 50 di multa.

Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.


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