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Cassazione: no all’ergastolo se ad essere ucciso è il figlio adottivo

28 settembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 settembre 2017



Lo ha stabilito la Corte di Cassazione: ciò che rileva per l’aggravante nel delitto di omicidio è solo il vincolo di sangue.

Al padre che uccide il figlio adottivo non si applica l’ergastolo. È questo quello che ha stabilito oggi la Corte di Cassazione: la sentenza shock di poche ore fa ha infatti escluso l’aggravante della discendenza nel cruento caso che ha riguardato l’uccisione del figlio da parte del padre adottivo. Secondo la Suprema Corte, infatti, l’aggravante prevista dal codice penale per l’omicidio del discendente o dell’ascendente (cioè, del figlio o del padre, per intenderci) [1] presuppone necessariamente la consanguineità, cioè il vincolo di sangue; vincolo che, ovviamente, non può sussistere nel caso di un legame prettamente giuridico come quello adottivo.

La Corte di Cassazione, pertanto, escludendo l’aggravante, ha respinto automaticamente anche la pena massima dell’ergastolo, che ora dovrà essere rideterminata dalla Corte di assise di appello, entro il limite minimo di sedici anni fissato dalla Corte stessa.

La sentenza non può che far storcere il naso, soprattutto dopo che la riforma del diritto di famiglia operata dal legislatore nel 2012 [2] che ha del tutto equiparato tra loro i figli naturali, legittimi e adottivi. Nel settore penale, però, almeno a detta della Suprema Corte, non è così: vale ancora il vincolo “effettivo” dettato dallo ius sanguinis.

A ben vedere, però, il ragionamento della Corte non è poi così criticabile: nel diritto penale vige il divieto di analogia in malam partem, cioè il divieto di applicare estensivamente al reo istituti giuridici previsti per altri settori e a lui sfavorevoli. Pertanto, ai fini della valutazione di un reato tremendo come l’omicidio, il rapporto che rileva tra vittima e carnefice è solamente quello naturale.

note

[1] Art. 577 cod. pen.

[2] L. n. 219/2012.

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