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News In pensione più tardi e con assegni più bassi dal 2019

News Pubblicato il 2 ottobre 2017

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Aumentano i requisiti per l’uscita dal lavoro e diminuiscono i coefficienti di trasformazione: così la pensione si allontana e si abbassa.

In pensione a 67 anni, ma con assegni più bassi: è questo lo scenario che si prospetta nel 2019, nel caso in cui non siano accolte le richieste dei sindacati, che domandano il blocco, o almeno un aumento più leggero, dei requisiti per la pensione.

Secondo le ultime stime Istat, nel 2016 la speranza di vita media è aumentata, quindi non è possibile disporre il blocco degli adeguamenti sulla base dei decrementi della speranza di vita registrati nel 2015; inoltre, considerando che le casse dell’Inps sono sempre più in rosso, si vorrebbe fare “cifra tonda” e mandare tutti in pensione a 67 anni, anziché a 66 anni e 11 mesi come originariamente previsto dalla legge Fornero; parallelamente alla pensione di vecchiaia, tutte le altre prestazioni soggette ad adeguamento aumenterebbero i loro requisiti di 5 mesi (la pensione anticipata sarebbe così raggiungibile con 43 anni e 3 mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne).

Ma non è finita qui: in pochi, difatti, hanno considerato che l’aumento dei requisiti per la pensione si accompagna alla riduzione dei coefficienti di trasformazione, abbassando di conseguenza la prestazione: un meccanismo, anche questo, previsto dalla legge Fornero, volto a evitare che alla crescita dell’età pensionabile si accompagnasse una crescita esponenziale degli assegni, determinando così il default del sistema previdenziale.

Vediamo dunque, per capire meglio la situazione di chi si pensionerà dal 2019 in poi, come mai la diminuzione dei coefficienti di trasformazione abbassa la pensione.

Come si abbassa la pensione

I coefficienti di trasformazione sono delle cifre, espresse in percentuale, che “trasformano” il montante contributivo, cioè la somma dei contributi accumulati dal lavoratore, in pensione. Questi coefficienti crescono con l’aumento dell’età pensionabile: in pratica, più tardi il lavoratore si pensiona, più il coefficiente aumenta e si alza la pensione.

Facciamo un esempio pratico per capire meglio: considerando che il coefficiente di trasformazione valido per chi si pensiona a 66 anni è pari a 5,506 ed il coefficiente valido per chi si pensiona a 67 anni è 5,700, se il pensionato ha accumulato un montante contributivo, nell’arco della vita lavorativa, pari a 300mila euro percepirà 16.518 euro di pensione annua (300mila per 5,506%) se si pensiona a 66 anni e 17.100 euro (300mila per 5,7%) se si pensiona a 67 anni.

Il ragionamento funziona, ovviamente, anche al contrario: quindi, se a causa degli adeguamenti alla speranza di vita i requisiti per la pensione si alzano, i coefficienti di trasformazione vengono abbassati, e di conseguenza anche le prestazioni.

Quanto detto vale, però, soltanto per le quote di pensione calcolate col sistema contributivo, mentre non vi sono decurtazioni per le quote calcolate col sistema retributivo, che si basa sugli ultimi redditi o stipendi. Pertanto, più sono gli anni calcolati col sistema contributivo (la quota contributiva va dal 1996 in poi per chi ha diritto al calcolo misto della pensione, dal 2012 in poi per chi aveva diritto al calcolo interamente retributivo), più la diminuzione del coefficiente di trasformazione incide sulla prestazione, abbassandola.

Di quanto diminuisce la pensione

Ad oggi ancora non sappiamo di quanto potrebbero essere abbassati i coefficienti di trasformazione. L’ultima volta sono stati diminuiti nel 2015, con effetto dal 1° gennaio 2016, in corrispondenza dell’aumento dei requisiti per la pensione: la diminuzione minima, corrispondente all’età pensionabile di 57 anni, è stata pari allo 0,058%, mentre il calo corrispondente a 70 anni di età è stato pari allo 0,163%.

Tradotto in “soldoni”, chi si è pensionato a 57 anni di età nel 2016 o nel 2017, con un montante contributivo di 300mila euro ha perso, rispetto a chi si è pensionato nel 2015, 174 euro annui ,mentre chi, alle stesse condizioni, si è pensionato a 70 anni nel 2016 o nel 2017 ha perso, rispetto a chi si è pensionato nel 2015, 489 euro.

Lo stesso, ma in misura ancora maggiore, dovrebbe accadere a chi si pensionerà dal 1° gennaio 2019 in poi, rispetto a chi riuscirà a pensionarsi entro il 31 dicembre 2018.


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1 Commento

  1. CONSIDERAZIONI sul sistema pensionistico italiano
    la legge 335/95 o riforma Dini, con il passaggio dal retributivo al contributivo, ha rivoluzionato i principi previdenziali fino ad allora esistenti.
    Prima del 1995 la previdenza si reggeva sul presupposto che tre lavoratori offrivano il loro contributo affinché si potesse dare reddito certo ad un pensionato.
    Pertanto, il rapporto pensionati/lavoratori doveva essere di uno a tre.
    La regola era che la pensione venisse rapportata alla media degli ultimi stipendi percepiti.
    Il sistema contributivo è, invece, un piano di accumulo che ogni lavoratore fa durante l’arco della vita lavorativa. Il numero dei pensionati è svincolato dal numero dei lavoratori. Siamo nella situazione in cui ognuno pensa per se e non è più in vigore alcun principio solidaristico.
    Se questa considerazione è esatta, il sistema pensionistico italiano ha degli aspetti da chiarire.
    Cominciamo a stabilire, in via di principio, che la Costituzione italiana mentre per il compenso del lavoro (art. 36) parla di una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro per la pensione (art. 38) parla di mezzi adeguati alle loro (dei lavoratori) esigenze di vita.
    Sembrerebbe di capire che mentre nell’arco della vita lavorativa un magistrato debba guadagnare di più di un addetto alla fotocopiatrice (quantità e qualità di lavoro diversa), dopo, nel periodo della pensione, la retribuzione proporzionata alla quantità e qualità di lavoro, lascia il posto ai mezzi adeguati ma non differenziati o fortemente differenziati come dispone il sistema pensionistico attuale.
    Lo Stato, secondo la Costituzione, non è tenuto a mantenere il tenore di vita delle persone che hanno svolto un lavoro importante e con elevati compensi. Chi ha svolto un lavoro ben remunerato ha avuto la possibilità di costruirsi gli strumenti economici con cui mantenere il tenore di vita in vecchiaia. I mezzi adeguati, chi è stato ben remunerato nel lavoro, li dovrebbe avere di per sé e non dovrebbe avere bisogno di pesare sulle casse dello Stato, anche se ha versato il proprio contributo per far si che lo Stato mantenga i meno fortunati.
    È così? I padri Costituenti volevano dire questo?
    Il nuovo sistema pensionistico con il metodo contributivo dovrebbe essere sottoposto ad ulteriori riflessioni:
    1. La percentuale dei contributi previdenziali a carico del lavoratore potrebbe essere decisa dallo stesso lavoratore, all’interno di un campo di variazione dettato dalla legge, secondo il presupposto delle esigenze che possono variare durante l’arco della vita lavorativa; (perché andare a stipulare assicurazioni per pensioni integrative se il lavoratore può versare di più allo stesso ente previdenziale? Il di più versato in tempi di abbondanza sarà riconosciuto, in periodo di pensione o potrebbe consentire di andare in pensione con qualche anno di anticipo. Viceversa, il lavoratore che ha problemi esistenziali, versa il minimo ed ha una busta paga più alta).
    2. La percentuale dei contributi a carico del lavoratore dovrebbe variare in base al reddito e per determinati redditi alti ci dovrebbe essere il contributo di solidarietà da suddividere per i redditi bassi;
    3. Il montante accumulato, come per le pensioni integrative o i piani di accumulo, è di proprietà dell’assicurato e dovrebbe essere gestito dall’ente di previdenza in nome del principio del salvaguardare un reddito certo fino alla fine della vita, laddove il lavoratore non possegga mezzi propri. Agli eredi, in caso di morte dell’assicurato prima dell’utilizzo totale della somma accantonata, dovrebbe essere garantita la parte di quanto accumulato e non goduto dal lavoratore;
    4. I contributi previdenziali versati dal lavoratore assicurato dovrebbero essere investiti al fine di garantire il massimo rendimento e non ancorati al PIL. (l’assicurato non percepirà più una pensione legata al reddito ed ai contributi che altri versano per assicurargli un reddito, ma un assegno legato a quanto ha accumulato con un versamento, in parte suo ed in parte del datore di lavoro.)
    5. In ultimo: la tassazione. Ciò che si riceve con il sistema contributivo è una rendita e non una pensione, pertanto dovrebbe essere tassata come si tassano gli interessi sul conto corrente e non come si tassano i redditi.
    giuseppe vella

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