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Cartella Iva: si prescrive dopo 10 anni

3 ottobre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 ottobre 2017



Iva e Irpef: perchè non si applica la prescrizione breve nonostante si tratti di tributi periodici.

La cartella esattoriale avente ad oggetto Iva si prescrive in dieci anni ed è pertanto illegittima l’intimazione di pagamento notificata oltre tale termine. Ciò anche qualora la cartella non è mai stata impugnata.

È quanto precisato da una recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Caltanissetta [1].

Perché l’Iva si prescrive in dieci anni?

Il credito erariale per la riscossione dell’Iva è soggetto all’ordinario termine di prescrizione decennale e non al termine quinquennale previsto dal codice civile “per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi”.

Secondo la giurisprudenza maggioritaria, l’Iva, a causa dell’autonomia dei singoli periodi di imposta e delle relative obbligazioni, non può considerarsi una prestazione periodica. Il debito deriverebbe di anno per anno da una nuova e autonoma valutazione riguardo alla sussistenza dei presupposti impositivi, e l’imposta è pertanto soggetta all’ordinario termine prescrizionale di dieci anni [2].

Quanto sopra vale anche per l’Irpef, essendo quest’ultima, al pari dell’Iva, un’obbligazione tributaria per la quale deve escludersi il carattere della periodicità, stante l’autonomia dei singoli periodi di imposta e delle relative obbligazioni.

Prescrizione breve cartelle non impugnate

La prescrizione della cartella segue la prescrizione propria del credito che ne è oggetto, anche dopo la notifica.

Si ricorda che sulla questione della prescrizione, si sono pronunciate le Sezioni Unite della Cassazione [3], che hanno affermato il seguente principio di diritto.

La scadenza del termine perentorio per proporre opposizione a cartella di pagamento, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve in quello ordinario (decennale).

La trasformazione del termine da quinquennale a decennale, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale definitivo, mentre la cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato.

Tale principio, pertanto, riguarda tutti gli atti di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali o di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via. Con la conseguenza che, qualora per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di applicare il termine decennale di prescrizione, tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo.

Il principio di diritto appena esaminato vale quindi per le cartelle aventi ad oggetto crediti aventi prescrizione breve (per esempio cinque o tre anni). Se il credito sotteso ha già di per se prescrizione decennale (come Iva e Irpef) questa resta tale anche dopo la notifica della cartella non opposta, a prescindere dalla presenza o meno di un titolo giudiziale definitivo.

note

[1] CTP Caltanissetta, sent. 1007/01/2017 del 11.09.2017.

[2] Cass. sent. n. 2941/2007.

[3] Cas. Sez. Unite, sent. n.  23397/2016.


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