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Cambio residenza: va comunicato al datore di lavoro?

31 Gennaio 2019


Cambio residenza: va comunicato al datore di lavoro?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 Gennaio 2019



Valida la lettera di licenziamento inviata dall’azienda al vecchio indirizzo se il nuovo non è stato comunicato attraverso la produzione del certificato di residenza.

Sei stato assunto da una azienda. Ora sono passati un po’ di anni e, nel frattempo, hai cambiato casa e residenza: all’epoca della firma del contratto abitavi in un appartamento più piccolo di una periferia; ora, invece, ti sei spostato in città e l’abitazione può finalmente accogliere con comodità tutta la famiglia. Volutamente però non hai voluto comunicare il cambio residenza al tuo datore di lavoro il quale non è al corrente del nuovo indirizzo: non lo hai fatto un po’ perché ti sei dimenticato, un po’ perché ritieni che, in questo modo, eventuali comunicazioni che potrebbero essere per te pregiudizievoli – ad esempio una lettera di licenziamento – diventerebbero automaticamente inefficaci in quanto spedite in un domicilio ove tu non vivi più. Ma è legittimo un comportamento del genere? Dipende. A dare i chiarimenti è stata la Cassazione in alcune recenti ed interessanti sentenze che, appunto, specifica quando il cambio residenza va comunicato al datore di lavoro e che consentono di rispondere alla domanda che si pongono molti lavoratori: il cambio di residenza va comunicato al datore di lavoro?

Il contratto di lavoro

Prima di addentrarci nel cuore di questa problematica è opportuno fare un passo indietro.

Quando il datore di lavoro ed il lavoratore decidono di dare avvio ad una nuova esperienza lavorativa, stipulano tra di loro un contratto di lavoro. Tale contratto deve contenere alcune informazioni base tra le quali:

  • la ragione sociale dell’azienda, il legale rappresentante, l’indirizzo della sede legale, la partita iva;
  • il nome, cognome, data di nascita, indirizzo di residenza, codice fiscale del dipendente:
  • tutti gli altri elementi tipici del contratto di lavoro come, tra gli altri, mansioni affidate al dipendente, sede di lavoro, orario di lavoro, richiamo al CCNL applicato, retribuzione, bonus, eventuali finge benefit, etc.

Le informazioni fornite nel contratto di lavoro hanno una funzione importante poichè servono, di fatto, a dare esecuzione al contratto di lavoro.

L’azienda, in particolare, può avere bisogno dell’indirizzo di residenza del lavoratore per tutta una serie di eventualità. Si pensi a tutte le comunicazioni che l’azienda potrebbe fare al dipendente in costanza di rapporto e che, in alcuni casi, vengono consegnate brevi manu al dipendente ma in altri casi (si pensi all’assenza prolungata di un dipendente per malattia ed infortunio) non possono che essere inviate tramite il servizio postale.

Sapere l’indirizzo di residenza aggiornato ed eventuali variazioni dello stesso è, dunque, fondamentale per dare esecuzione al contratto individuale di lavoro e per consentire al datore di lavoro di assolvere anche ai propri obblighi contrattuali e di legge.

Spesso sono gli stessi CCNL a stabilire quali informazioni il lavoratore deve fornire all’atto dell’assunzione ed a prevedere un obbligo specifico di aggiornamento di questi dati qualora subissero nel tempo delle modifiche.

L’obbligo di comunicazione del cambio di residenza

Tutte le volte in cui il dipendente cambia residenza deve, quindi, comunicarlo al proprio datore di lavoro, sempre che tale obbligo sia contenuto nel contratto collettivo di lavoro della categoria cui appartiene. Se non adempie a tale obbligo, tutte le lettere inviate dall’azienda all’indirizzo comunicato in origine (e la cui variazione non è stata comunicata al datore di lavoro) hanno ugualmente valore. È quindi necessario leggere cosa prevede il CCNL per stabilire se è obbligo del lavoratore informare l’azienda di eventuali cambi di residenza. Per comprendere meglio la questione facciamo un esempio.

Immaginiamo un dipendente metalmeccanico il quale, dopo tre anni dalla firma del contratto di lavoro, si sposta dalla precedente casa in affitto. Nello stesso tempo cambia la residenza. Nonostante il suo contratto collettivo gli imponga di inoltrare all’azienda un certificato di residenza di data non anteriore a tre mesi, egli non adempie a tale obbligo. Per delle contestazioni successive, l’azienda decide di intimargli il licenziamento. Al lavoratore viene dato correttamente il tempo per difendersi. Egli invia così degli scritti e, nei sei giorni successivi alle sue giustificazioni  (perché questo è il termine previsto dallo specifico ccnl), il datore lo licenzia. La lettera di licenziamento però viene spedita al vecchio indirizzo. Una volta che l’azienda si è accorta del mutamento di casa, spedisce nuovamente una nuova lettera al nuovo indirizzo. Il dipendente però impugna il licenziamento perché, nel frattempo, è scaduto il termine dei 6 giorni. Può farlo?

Secondo la Cassazione [1], tutte le volte in cui il CCNL impone al lavoratore di comunicare il certificato di residenza al datore di lavoro, il mancato adempimento a tale obbligo fa sì che tutte le comunicazioni spedite al vecchio indirizzo abbiano valore anche se lì non vi abita più nessuno. Un rischio che corre il dipendente come sanzione per non aver rispettato l’obbligo di inviare il certificato di residenza. Risultato: nell’esempio di poc’anzi il dipendente potrà essere ugualmente licenziato.

Il consiglio pratico che può trarsi da questa sentenza è quindi quello di leggere bene il proprio contratto collettivo ed evitare di “fare i furbi” poiché, altrimenti, diventa ancora più difficile difendersi.

Obbligo di comunicare il cambio di residenza: l’impugnazione del licenziamento

La Cassazione è tornata di recente ad occuparsi di questo tema [2], confermando sostanzialmente la sua impostazione.

Il caso affrontato dalla Cassazione è parzialmente diverso.

Un dipendente era stato licenziato da una società la quale aveva inviato il telegramma con la lettera di licenziamento all’indirizzo di residenza che il lavoratore aveva comunicato originariamente, quando era sorto il rapporto di lavoro.

Nel frattempo, il dipendente aveva cambiato residenza ma non aveva comunicato nulla al datore di lavoro.

Durante il giudizio il dipendente si è difeso asserendo che il telegramma non era stato inviato al suo attuale indirizzo di residenza e che, dunque, non lo aveva letto e per questo non aveva potuto impugnare il licenziamento nel termine di legge, ossia, entro 60 giorni dal ricevimento del telegramma stesso.

La Cassazione ha dato ragione alla Corte d’appello ed ha respinto il ricorso del dipendente.

Questa sentenza fa emergere gli altri rischi connessi alla mancata comunicazione del cambio di residenza. Finchè il dipendente non comunica il nuovo indirizzo di residenza, infatti, l’azienda può legittimamente continuare ad inviare le comunicazioni al vecchio indirizzo e le comunicazioni sono, a tutti gli effetti valide.

In questo modo il dipendente rischia di non poter far nulla contro decisioni a lui sgradite. Si pensi al caso in cui l’azienda comunichi, nel vecchio indirizzo, il trasferimento in una sede di lavoro lontana da quella attuale, oppure il cambio di mansioni, o ancora il licenziamento.

Le comunicazioni saranno valide e il dipendente decadrà da tutte quelle azioni contro questi provvedimenti che devono essere esercitate entro un certo numero di giorni dal ricevimento della comunicazione.

Mancata comunicazione del cambio di residenza: sanzioni disciplinari

La mancata comunicazione del cambio di domicilio o di residenza non è un problema solo per il rischio di ricevere comunicazioni al vecchio indirizzo che sono del tutto efficaci, ma espone il dipendente anche a possibili conseguenze sul piano disicplinare.

Come noto, infatti, nel rapporto di lavoro, il dipendente è sottoposto al potere disciplinare del datore di lavoro.

Ciò significa che se il lavoratore pone in essere un comportamento contrario ai propri doveri di legge, previsti dal CCNL, dal codice disciplinare aziendale o dal contratto individuale di lavoro, il datore di lavoro può avviare un procedimento disciplinare nei suoi confronti e, alla fine di tale procedimento, gli può infliggere una punizione, ossia una sanzione disciplinare che può consistere in:

  • rimprovero verbale;
  • rimprovero scritto;
  • multa fino a 4 ore di retribuzione;
  • sospensione dal lavoro e dalla retribuzione fino a 10 giorni;
  • licenziamento disciplinare.

Si tenga conto che spesso gli stessi CCNL prevedono che la comunicazione del cambio del domicilio o della residenza sia un obbligo e, in caso di violazione, prevedono anche la sanzione disciplinare che può essere applicata al dipendente.

Ad esempio, il CCNL Commercio e Terziario [3] prevede che è dovere del personale di comunicare immediatamente all’azienda ogni mutamento della propria dimora sia
durante il servizio che durante i congedi. Il CCNL prevede anche tale obbligo deve essere reso noto al personale con comunicazione scritta o mediante affissione
nell’interno dell’azienda.

note

[1] Cass. sent. n. 22295/2017.

[2] Cass. sent. n.15891/2018.

[3] Art. 224, CCNL Commercio, Terziario e Servizi.


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