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Lo sai che? Pensione: estratto conto errato, l’Inps risarcisce

Lo sai che? Pubblicato il 3 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 3 ottobre 2017

Licenziamento o dimissioni causate da un estratto conto sbagliato rilasciato dall’Inps: chi va in pensione prima ma non ha ancora i requisiti contributivi va risarcito.

L’azienda per cui lavori sta effettuando alcuni licenziamenti per ristrutturazione. A chi se ne va spontaneamente sono stati promessi incentivi e premi, oltre ovviamente all’assegno di disoccupazione. Alcuni tuoi colleghi stanno già firmando, davanti ai sindacati, accordi per il licenziamento. Ti è stata fatta la stessa proposta e sei tentato di accettarla perché, dall’ultimo estratto conto della pensione che ti ha fornito l’Inps, hai già maturato i contributi e gli anni di lavoro necessari ad avere il trattamento pensionistico. Così, accetti il licenziamento e presenti la domanda di pensionamento all’Inps. Ma qui qualcosa va storta. L’Istituto di Previdenza si accorge di aver sbagliato i calcoli e che non hai ancora maturato tutti gli anni necessari. In altre parole, dovrai ancora attendere per avere la pensione. In questi casi, quali sono i tuoi diritti? A chiarirlo è una sentenza della Cassazione emessa qualche ora fa [1].

Chi, con la convinzione di avere i contributi per andare in pensione, si dimette o accetta il licenziamento dell’azienda, mentre invece il calcolo fornito nell’estratto conto dell’Inps è errato, ha diritto ad essere risarcito dall’Inps stesso. L’ente previdenziale deve quindi versargli tutti i contributi necessari per raggiungere l’anzianità contributiva e poter conseguire l’assegno mensile. La ragione di tale decisione è semplice: l’Inps ha l’obbligo di non fornire informazioni errate su beni essenziali della vita come il diritto alla quiescenza visto che ha poteri di indagine e certificazione. L’estratto conto – sottolinea la Cassazione – non può considerarsi come un qualsiasi documento informale, privo del valore di certificato solo perché la richiesta viene fatta online o allo sportello. Del resto, non sono necessarie forme particolari per la richiesta o per il rilascio ai cittadini dei dati ufficiali detenuti dall’Inps e che l’ente deve fornire obbligatoriamente per legge [2]. L’estratto conto fa quindi fede.

Del resto la Costituzione impone alla pubblica amministrazione di agire in modo trasparente secondo «buon andamento»: ciò implica, nel caso di specie, che gli estratti conto dell’Inps non possono frustrare la fiducia di chi sta per andare in pensione visto che il diritto alla previdenza sociale è garantito dalla Costituzione.

Al massimo si può configurare un concorso di colpa se il lavoratore non approfondisce una comunicazione non chiara, ma questo non esclude la responsabilità dell’ente.

La Cassazione ha più volte affermato che, nell’ipotesi in cui un ente previdenziale comunichi a un proprio assicurato un’informazione errata in ordine all’avvenuta maturazione del requisito contributivo occorrente per fruire della pensione di vecchiaia, l’assicurato può fare affidamento sulla correttezza di tali dati; ne consegue che se essi sono errati, l’Inps deve risarcire il lavoratore [3]. La pubblica amministrazione ha l’obbligo di non fornire al cittadino informazioni errate o approssimative e dunque deve astenersi dal comunicare dati raccolti in forma provvisoria o incerta fino al compimento delle necessarie verifiche; infatti, la buona fede, quale criterio di comportamento, opera non soltanto in rapporti tra privati ma anche in quelli tra pubblici poteri e cittadini. Il cittadino, che riceve un danno ingiusto da dichiarazioni non veritiere rese da una pubblica amministrazione, deve però essere risarcito in misura diminuita, qualora abbia trascurato le espressioni cautelative usate dalla medesima e idonee a fare dubitare dell’esattezza dei dati esposti.

 

note

[1] Cass. sent. n. 23050/17 del 3.10.2017.

[2] Art. 54 della legge 88/1989.

[3] Cass. sent. n. 3195/2012 («Nell’ipotesi in cui un ente previdenziale, avente personalità giuridica di diritto privato, comunichi ad un proprio assicurato un’informazione erronea in ordine all’avvenuta maturazione del requisito contributivo occorrente per poter fruire della pensione di vecchiaia, pur non essendo applicabile l’art. 54 l. 9 marzo 1989 n. 88, il quale pone a carico dell’Inps l’obbligo di comunicare agli assicurati l’entità dei contributi versati, merita nondimeno tutela, ai sensi dell’art. 1175 c.c., l’affidamento dell’assicurato, essendo altresì gli organi degli enti previdenziali privati, per l’attività di amministrazione e di gestione svolta, in possesso di dati e di conoscenze, che comportano la titolarità di poteri e di connessi doveri, anche di comunicazione, da esercitare con diligenza. Ne consegue che grava sull’ente previdenziale l’obbligo di risarcire il danno derivato dall’erronea comunicazione e dalla conseguente decisione dell’assicurato di cancellarsi dall’albo professionale»); Cass. sent. n. 21454/13 («Il danno subito dal lavoratore che sia stato indotto alla anticipata cessazione del rapporto di lavoro, a seguito di errata comunicazione dell’Inps sulla propria posizione contributiva, e che si sia visto poi rigettare la domanda di pensione di anzianità per insufficienza dei contributi versati, in quanto fondato sul rapporto giuridico previdenziale, è riconducibile ad illecito contrattuale. Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno in un importo commisurabile a quello delle retribuzioni perdute fra la data della cessazione del rapporto di lavoro e quella dell’effettivo conseguimento della detta pensione, in forza del completamento del periodo di contribuzione a tal fine necessario, ottenuto col versamento di contributi volontari da sommarsi a quelli obbligatori anteriormente accreditati». «Nell’ipotesi in cui l’I.N.P.S. abbia fornito all’assicurato, mediante il rilascio di estratti-conto assicurativi, contenenti risultanze di archivio e pur se privi di sottoscrizione, una erronea indicazione (in eccesso) del numero dei contributi versati, solo apparentemente sufficienti a fruire di pensione di anzianità, il danno sofferto dall’interessato per la successiva interruzione del rapporto di lavoro per dimissioni e del versamento dei contributi, è riconducibile non già a responsabilità extracontrattuale, ma contrattuale, in quanto fondata sull’inadempimento dell’obbligo legale gravante su enti pubblici dotati di poteri di indagine e certificazione, anche per il tramite delle clausole generali di correttezza e buona fede (applicabili alla stregua dei principi di imparzialità e di buon andamento di cui all’art. 97 Cost.), di non frustrare la fiducia di soggetti titolari di interessi al conseguimento di beni essenziali della vita (quali quelli garantiti dall’art. 38 Cost.), fornendo informazioni errate o anche dichiaratamente approssimative, pur se contenute in documenti privi di valore certificativo». «In tema di danno da errate informazioni della P.A., con riferimento al risarcimento del danno subito dal lavoratore che si sia dimesso anticipatamente nella convinzione, derivante da erronea informazione dell’INPS circa la congruità della sua posizione contributiva utile, di avere maturato il diritto alla pensione di anzianità, benché sia da escludersi in via generale che l’ordinamento imponga all’assicurato l’obbligo di verificare l’esattezza dei dati forniti dall’I.N.P.S., può trovare applicazione il principio di cui all’art. 1227, comma secondo, cod. civ., che impone l’onere di doverosa cooperazione della parte creditrice per evitare l’aggravamento del danno indotto dal comportamento inadempiente del debitore, sicché l’assicurato deve essere risarcito in misura diminuita, qualora abbia trascurato le espressioni cautelative usate dalla medesima e idonee a far dubitare dell’esattezza dei dati esposti»).


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