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Versamenti in banca: il contribuente deve provare l’origine del denaro

3 ottobre 2017


Versamenti in banca: il contribuente deve provare l’origine del denaro

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 ottobre 2017



Il contribuente deve offrire prova per ogni versamento effettuato sul conto corrente bancario.

Si chiama «inversione dell’onere della prova» ed è una delle tante trappole del fisco in cui cadono spesso i contribuenti. Di scena i versamenti sul conto corrente bancario. Quando l’Agenzia delle Entrate effettua un accertamento, può verificare quali prelievi e versamenti sono stati fatti da ogni cittadino sul proprio conto corrente. Ora, se sui «prelievi» l’Agenzia non può dire nulla (tranne che si tratti di imprenditori), sui «versamenti» invece ha un potere enorme. Può cioè chiedere chiarimenti sulla provenienza dei soldi depositati in banca. E il contribuente, a qualsiasi categoria appartenga (lavoratore autonomo, dipendente, pensionato, imprenditore) deve rispondere. Se però non offre soddisfacenti spiegazioni, quei soldi si presumono automaticamente frutto di evasione fiscale: vengono quindi tassati (anche se lo sono già stati in precedenza) e applicate le relative sanzioni. Chi vuol salvarsi da questa spirale, deve offrire una prova contraria, deve cioè dimostrare l’origine del denaro e mostrare come – lecitamente – si è procurato i soldi. A chiarirlo è stata la Cassazione qualche giorno fa [1].

Il fisco ha il coltello dalla parte del manico

I versamenti in banca vanno giustificati

Abbiamo già parlato nell’articolo Le 8 regole fiscali che fregano il contribuente di tutte le insidie che un eventuale conflitto con l’Agenzia delle Entrate può nascondere. Il principale è proprio in tema di accertamenti bancari. Spesso i contribuenti depositano i contanti sul conto con leggerezza, anche quando si tratta di fonte lecita: un regalo, una vendita di un bene di seconda mano, un risarcimento, una vincita. Il punto però – come sempre succede nel processo – non sono le intenzioni, ma le prove. All’Agenzia delle Entrate basta “presumere”, al contribuente spetta invece difendersi. Se la difesa manca, il fisco ha già vinto. Insomma, una partita che difficilmente termina con una vittoria per chi non ha conservato le prove scritte (perché solo queste valgono nel processo tributario) circa l’origine dei contanti.

Detto in parole più semplici: ogni volta che, dall’estratto conto bancario, risulta un versamento, il contribuente deve dimostrare che tali soldi:

  • o sono già stati tassati alla fonte (ad esempio una vincita)
  • o sono esenti (ad esempio una donazione).

Tale prova deve essere fornita in modo analitico per ogni versamento e non può consistere in una dichiarazione testimoniale (ad esempio quella della madre che confermi che il versamento del figlio è originato da una donazione da lei eseguita per contanti), ma necessariamente con una documentazione scritta. Leggi sul punto anche Versamenti sul conto: vanno giustificati?

Questi concetti sono stati espressi dalla Cassazione con le seguenti (e più tecniche) parole: «In tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’accertamento effettuato dall’ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’amministrazione è soddisfatto attraverso i dati e gli elementi risultati dai conti predetti, determinandosi un’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale deve dimostrare – con una prova non generica ma analitica – per ogni versamento bancario, che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili ad operazioni imponibili».

Che succede se il contribuente ha perso i documenti?

Che succede se, per i versamenti in banca, il contribuente non prova l’origine del denaro? Come abbiamo già detto, più nel dettaglio in I contanti versati sul conto corrente vanno tassati, l’Agenzia delle Entrate può presumere che si tratti di denaro “non dichiarato” e che, pertanto, deve essere ancora tassato. Poiché “non dichiarato”, scatteranno anche le sanzioni.

Questo significa che se un contribuente riceve dei soldi in contanti sui quali ha già pagato le tasse, e poi li versa in banca, ma non conserva le prove della loro origine, in caso di accertamento bancario, non essendo capace di offrire il cosiddetto «onere della prova contraria» subirà una seconda volta la tassazione, insieme all’applicazione delle sanzioni.

note

[1] Cass. ord. n. 22395/17 del 26.09.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 19 luglio – 26 settembre, n. 22395
Presidente Mocci – Relatore Crucitti

Fatti di causa

L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, nei confronti di C.F. (che resiste con controricorso), avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia n. 834/35/2016, depositata in data 16/02/2016, con la quale – in controversia concernente l’impugnazione di avviso di accertamento emesso, a carico del contribuente, stante la mancata presentazione di dichiarazione dei redditi, per maggiori IRPEF ed addizionali, dovute in relazione all’anno d’imposta 2009, a seguito di indagini bancarie D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 32 – è stata riformata la decisione di primo grado, che aveva respinto il ricorso del contribuente. In particolare, i giudici d’appello, nell’accogliere il gravame del contribuente, hanno sostenuto che, nel merito della pretesa impositiva (infondate le “eccezioni formali” pure sollevate), il contribuente aveva dimostrato che “i versamenti in contanti sul conto corrente n. (omissis)” si riferivano allo stipendio netto annuo percepito in Svizzera per attività di cuoco, nonchè al “finanziamento decennale ottenuto nel 2007 per Euro 60.000,00” ed al versamento “per Euro 40.600,00 relativo allo stipendio percepito in Italia” per lavoro dipendente espletato presso una società, e che la mancata presentazione della dichiarazione dei redditi era “giustificata dal fatto che nell’anno in questione” lo stesso aveva “percepito solo redditi di lavoro dipendente”.
A seguito di deposito di proposta ex art. 380 bis cip.c., è stata fissata l’adunanza della Corte in Camera di consiglio, con rituale comunicazione alle parti; la ricorrente ha depositato memoria ed il Collegio ha disposto la redazione della ordinanza con motivazione semplificata.

Ragioni della decisione

1. La ricorrente lamenta, con il primo motivo, la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4, per difetto di motivazione o motivazione apparente, in violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, comma 2, nn. 4 e art. 61, art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., art. 11 Cost., comma 6, avendo i giudici della C.T.R. reso una decisione avente motivazione apparente in ordine alla valenza della prova liberatoria offerta dal contribuente e comunque illogica.
2. La censura è infondata. La giurisprudenza di questo giudice di legittimità ha affermato che si ha motivazione omessa o apparente quando il giudice di merito omette di indicare, nel contenuto della sentenza, gli elementi da cui ha desunto il proprio convincimento ovvero, pur individuando questi elementi, non procede ad una loro disamina logico-giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito (v. Cass. U. 22232/2016: Cass. n. 16736/2007; Cass. 12915/2017). Ciò non ricorre nel caso in esame, laddove la C.T.R. ha ritenuto che il contribuente avesse dato idonea dimostrazione al fine di vincere la prova presuntiva fondante l’accertamento fiscale. Si tratta di una motivazione che non può considerarsi meramente apparente, in quanto esplicita le ragioni della decisione. I profili di apoditticità e contraddittorietà della motivazione, censurati col motivo in esame, dunque, quand’anche sussistenti, non vizierebbero tale motivazione in modo così radicale da renderla meramente apparente, escludendone l’idoneità ad assolvere alla funzione cui al D.Lgs. n. 546 del 1999, art. 36 (cfr. Cass. 5315/9015; Cass. 9105/2017).
3. Con il secondo motivo, la ricorrente denuncia poi la falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2 e D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41, nonchè art. 2728 c.c., avendo i giudici della C.T.R. ritenuto sufficiente la prova liberatoria offerta dal contribuente, pur non essendo sufficiente una deduzione (e relativa prova) generica e non puntuale.
4. Tale doglianza è fondata. La sentenza della C.T.R. non risulta conforme ai principi di diritto da ultimo espressi da questa Corte (Cass. 15857/2016: “In tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’accertamento effettuato dall’ufficio finanziario su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto, secondo il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti, determinandosi un’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale deve dimostrare, con una prova non generica ma analitica per ogni versamento bancario, che gli elementi desumibili dalla motivazione bancaria non sono riferibili ad operazioni imponibili”), non essendovi correlazione temporale tra i dati considerati dalla C.T.R., ai fini della valutazione della prova contraria offerta dal contribuente, in relazione ai vari movimenti bancari contestati, e l’anno, 2009, oggetto dell’accertamento.
5. Per tutto quanto sopra esposto, in accoglimento del secondo motivo del ricorso, respinto il primo, va cassata la sentenza impugnata con rinvio alla C.T.R. della Lombardia, in diversa composizione. Il giudice del rinvio provvederà alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo del ricorso, respinto il primo, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla C.T.R. della Lombardia in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

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