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Lo sai che? Sono in pensione, posso lavorare?

Lo sai che? Pubblicato il 8 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 8 ottobre 2017

Pensione anticipata, di anzianità, di vecchiaia, di reversibilità e d’invalidità: ne ha diritto chi continua a lavorare?

Chi ha una pensione diretta, cioè percepisce la pensione di vecchiaia, di anzianità o anticipata, è libero di lavorare senza che il suo trattamento mensile venga ridotto: il divieto di cumulo tra lavoro e pensione, difatti, è stato abolito dal 2008 [1].

Ci sono invece dei limiti di cumulo, anche se parziali, per quanto riguarda la pensione di reversibilità e l’assegno ordinario d’invalidità. È  invece totalmente incompatibile con qualsiasi lavoro la pensione per inabilità assoluta e permanente allo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa.

Ma procediamo per ordine e vediamo, caso per caso, la compatibilità della pensione con lo svolgimento di un nuovo lavoro.

Lavoratore che ha diritto a una pensione diretta

Come appena esposto, se l’interessato ha diritto alla pensione di vecchiaia, di anzianità o anticipata, può svolgere un’attività lavorativa senza che la prestazione si riduca. La libertà di sommare i redditi da lavoro con la pensione vale sia per le pensioni dirette liquidate con il sistema di calcolo retributivo e misto , sia per quelle calcolate col sistema contributivo.

Nel caso in cui, però, l’assegno sia liquidato esclusivamente col sistema contributivo, perché sia permesso il pieno cumulo della pensione coi redditi da lavoro il diritto al trattamento deve essere raggiunto con almeno 60 anni d’ età per le donne e 65 anni per gli uomini, oppure con 40 anni di contributi, o, ancora, con la quota 96 (somma di età e contributi), con almeno 35 anni di contribuzione e 61 anni di età: questi risultano, difatti, i requisiti vigenti precedenti alla riforma Fornero, ancora applicabili in queste ipotesi.

Lavoratore che ha diritto alla pensione con opzione Donna

L’opzione Donna, o opzione Contributiva Donne, è un regime sperimentale che permette alle lavoratrici di pensionarsi con soli 57 anni e 7 mesi d’età (58 e 7 mesi se autonome), e 35 anni di contributi, optando per il ricalcolo contributivo della prestazione. Il calcolo della pensione con opzione Donna, tuttavia, ha delle piccole differenze rispetto al calcolo contributivo ordinario (ad esempio è prevista l’integrazione al trattamento minimo):  da una lettura logica della norma non sembrerebbero dunque esserci ostacoli al cumulo pieno della pensione coi redditi da lavoro. In ogni caso, la Legge Maroni [2] inserisce l’opzione Donna tra le pensioni di anzianità, quindi non vi sono dubbi sul fatto che si tratti di una pensione diretta.

Lavoratore che ha diritto all’assegno ordinario d’invalidità

Ci sono invece dei limiti al cumulo tra la pensione e l’assegno ordinario d’invalidità (categoria Io). I titolari di questo trattamento, infatti, subiscono un taglio del 25% se il reddito totale supera quattro volte il trattamento minimo , e del 50% se lo supera cinque volte; una volta decurtato il trattamento, se l’assegno risulta ancora più alto del trattamento minimo ,il pensionato subisce una seconda riduzione.

Se, però, il pensionato possiede almeno 40 anni di contributi, decade del tutto il limite di cumulo con i redditi da lavoro, a qualunque categoria appartengano. Inoltre, quando l’assegno d’invalidità è convertito in trattamento di vecchiaia, al raggiungimento dell’età pensionabile, può essere liberamente sommato coi redditi da lavoro.

Lavoratore che ha diritto all’Ape social

Il lavoratore, per aver diritto all’anticipo pensionistico a carico dello Stato, cioè all’Ape sociale, deve cessare l’attività lavorativa. Successivamente può rioccuparsi, ma non deve superare i seguenti limiti di reddito:

  • per l’attività lavorativa dipendente o parasubordinata, 8mila euro all’anno;
  • per l’attività di lavoro autonomo, 4.800 euro annui.

Lavoratore che ha diritto alla pensione d’inabilità

Nessun cumulo, nemmeno parziale, è invece concesso per la pensione d’ inabilità, quando è riconosciuta un’inabilità permanente e assoluta a qualsiasi attività lavorativa: questa prestazione è infatti incompatibile con ogni tipo di attività lavorativa, dipendente o autonoma, anche se svolta all’estero.

Basta anche la sola iscrizione a un albo professionale o a un elenco di lavoratori per far scattare la revoca della pensione d’inabilità; tuttavia, se ne ricorrono le condizioni, il lavoratore non perde tutto, ma può aver diritto a un assegno ordinario di invalidità.

Non c’è incompatibilità con l’attività lavorativa, invece, se la pensione è riconosciuta, a seguito di dispensa dal lavoro, per inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro (questi due trattamenti sono riconosciuti solo ai dipendenti pubblici).

 

Lavoratore che ha diritto alla pensione di reversibilità

Per la pensione ai superstiti, che può essere di reversibilità o indiretta, il divieto di cumulo è parziale: il beneficiario, se il reddito superi tre volte il trattamento minimo, si vedrà tagliare l’assegno tra il 25% e il 50%, a meno che non vi siano nel nucleo familiare figli minori di età, o studenti o inabili.

Secondo la Legge Dini [4], nel dettaglio, è possibile cumulare la pensione ai superstiti con gli altri redditi del beneficiario, sino alle seguenti soglie:

  • se il reddito del pensionato è superiore a 3 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld), la percentuale di cumulabilità della pensione di reversibilità è pari al 75%: in parole semplici, la reversibilità è ridotta del 25% se il reddito dell’interessato supera i 19573,71 euro (pari a 3 volte il trattamento minimo del 2017 moltiplicato per 13 mensilità);
  • se il reddito del pensionato è superiore a 4 volte il trattamento minimo annuo, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 60%: in pratica, la reversibilità è ridotta del 40% se il reddito dell’interessato supera i 26098,28 euro;
  • se il reddito del pensionato è superiore a 5 volte il trattamento minimo annuo, la percentuale di cumulabilità della pensione di reversibilità è pari al 50%: in pratica, la reversibilità è dimezzata se il reddito dell’interessato supera i 32622,85 euro.

Il trattamento che deriva dal cumulo dei redditi con la reversibilità ridotta non può, però, essere inferiore a quello spettante per il reddito pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente.

Nessuna decurtazione è prevista, invece, per  i “vecchi pensionati”, cioè per i titolari di pensione di reversibilità precedente al primo settembre 1995: tuttavia, per loro, le rate di pagamento sono congelate, dunque non ottengono aumenti fino a quando non viene riassorbita l’ eccedenza.

Obbligo di terminare l’attività lavorativa per pensionarsi

È importante, infine, non dimenticare che, per poter conseguire il trattamento di vecchiaia, anzianità o anticipato, a prescindere dal regime, deve terminare il rapporto di lavoro subordinato. Non è necessario, invece, cessare l’ attività di lavoro autonomo.

In base a quanto chiarito da una recente sentenza della Corte di Cassazione in materia [3], difatti, sia per quanto concerne la pensione di vecchiaia, che per quella di anzianità o anticipata, per ricevere il trattamento è necessario cessare l’attività di lavoro dipendente sino alla decorrenza della pensione. In parole semplici, la pausa lavorativa, che serve ad evitare il rischio di rigetto della domanda di pensione, deve protrarsi almeno sino alla data di decorrenza della pensione stessa.

note

[1] Art. 19 Legge 133/2008.

[2] Art. 1, Co. 9, legge 243/04.

[3] Cass. sent n. 5052 del 15.03.2016.

[4] L. 335/1995.


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