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Lo sai che? Lavoratore rifiuta trasferta: cosa rischia

Lo sai che? Pubblicato il 4 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 4 ottobre 2017

Il dipendente che rifiuta la missione a termine può essere licenziato?

Il tuo datore di lavoro ha deciso di mandarti in trasferta per sei mesi. A te non piace viaggiare, né stare lontano da casa. Questo trasferimento proprio non ci voleva e, se anche per un tempo limitato, è tua intenzione opporti fino alla fine. Del resto il datore di lavoro ha diverse sedi operative e ben potrebbe mantenerti nel luogo ove già presti servizio, senza necessità di spostarti in un altro. Hai però sentito dire che è nel potere dell’azienda spostare i dipendenti a proprio piacimento e, pertanto, in caso di diniego, rischieresti il licenziamento. Prima, quindi, di opporti alla scelta del datore, è necessario che tu sia ben informato dei tuoi diritti e doveri: il lavoratore che rifiuta la trasferta cosa rischia?

Trasferta: cos’è?

Facciamo prima un passo indietro e cerchiamo di capire cos’è la trasferta o, come spesso viene chiamata, la missione. La legge non menziona mai questo termine. Per trasferta si intende uno spostamento temporaneo (in questo si distingue dal trasferimento) del lavoratore presso un’altra località rispetto a quella in cui egli sta svolgendo la propria attività lavorativa.

Le trasferte sono regolate dai contratti collettivi che stabiliscono anche le indennità spettanti al lavoratore.

Differenze tra trasferta e trasfertista

Attenzione a non fare confusione. Anche se i due termini sembrano simili, c’è una grossa differenza tra lavoratore in trasferta e trasfertista. Quest’ultima figura si ha solo in presenza delle seguenti condizioni: a) mancata indicazione nel contratto della sede di lavoro; b) svolgimento di un’attività che richiede la continua mobilità; c) corresponsione, in relazione allo svolgimento dell’attività lavorativa in luoghi sempre variabili e diversi, di un’indennità o maggiorazione di retribuzione in misura fissa, attribuite senza distinguere se il dipendente si è effettivamente recato in trasferta e dove la stessa si è svolta.

Quanto viene pagata la trasferta?

Oltre alla retribuzione che già aveva presso la sede di origine, il lavoratore in trasferta ha diritto a una specifica indennità di trasferta, che viene indicata nel Ccnl di categoria. Tale importo è in parte legato alle spese sostenute e in parte strettamente connesso al maggiore disagio causato al lavoratore (cosiddetta diaria). La misura dell’indennità è normalmente correlata ai giorni trascorsi dal lavoratore in trasferta.

Il datore di lavoro può obbligare il dipendente alla trasferta?

Come abbiamo detto, la trasferta o missione viene regolata dal contratto collettivo nazionale. È in esso che si trovano eventuali limiti e restrizioni per le parti. In generale, però, il datore di lavoro non ha limiti al potere di assegnare in trasferta il lavoratore, salvo rispettare la libertà e la dignità dello stesso. Di conseguenza il dipendente non può rifiutare la trasferta senza una valida ragione. La trasferta effettuata solo per una incompatibilità ambientale del dipendente – che litiga in continuazione con i colleghi – è stata più volte ritenuta lecita dalla giurisprudenza perché mira a tutelare l’azienda e la produzione.

Viceversa, la trasferta per ragioni discriminatorie è considerata illegittima.

Che rischia il lavoratore che rifiuta la trasferta?

Vediamo ora a quali conseguenze va incontro il dipendente che rifiuta la trasferta. Posto il generale potere dell’azienda di imporre la missione e l’impossibilità per il dipendente di opporsi, è stato ritenuto lecito il licenziamento. Si tratta, infatti, di un comportamento che denota insubordinazione. Non è quindi diritto del dipendente scegliere se accettare o meno la trasferta.

A confermare l’impossibilità del lavoratore di rifiutare la trasferta è anche la Cassazione che, a più riprese [1], ha detto che è irrilevante l’eventuale consenso o disponibilità del lavoratore alla trasferta; è altresì irrilevante l’identità o la diversità delle mansioni espletate durante la trasferta rispetto a quelle abituali nella sede di lavoro.

In un noto precedente, il Tribunale di Milano ha ritenuto legittimo il licenziamento del lavoratore che rifiuti la decisione dell’azienda di inviarlo in trasferta per un periodo di 4 mesi.

Per poter rifiutare la trasferta è necessario che un giudice abbia dichiarato illegittima e/o discriminatoria la scelta del datore. Quindi, prima di rinunciare alla trasferta, onde evitare di perdere il posto di lavoro, sarà consigliabile proporre un ricorso al giudice perché accerti la fondatezza della scelta aziendale.

note

[1] Cass. sent. n. 16812/2002, n. 9870/1998.

[2] Trib. Milano, sent. del 26.03.1994.

Autore immagine: 123rf com

Cassazione civile, sez. lav., 27/11/2002, n. 16812

Fatto

Svolgimento del processo

Con sentenza 26 marzo – 29 novembre 1999, il Tribunale di Roma rigettava l’appello proposto dalla società Ferrovie dello Stato avverso la decisione del locale Pretore che aveva dichiarato il diritto di Passaro Antonio a percepire l’indennità di trasferta per il periodo maggio 1988 – agosto 1989, nel quale egli fu distaccato dal Comparto di Verona a prestare servizio, presso il CEU (Direzione Centrale informatica) di Roma.

La società Ferrovie dello Stato aveva impugnato la decisione del Pretore, deducendone l’erroneità per avere il primo giudice ritenuto la temporaneità del distacco presso l’Ufficio di Roma.

In realtà il dipendente era stato trasferito presso questa sede ancor prima dell’adozione del formale provvedimento definitivo, sulla base di una disposizione che ne aveva anticipato gli effetti. Del resto, mancava una vera e propria disposizione del superiore responsabile che autorizzasse il distacco, e l’assegnazione alla nuova sede aveva coinciso con un vero e proprio mutamento di mansioni, che era avvenuto a seguito di una specifica domanda del lavoratore interessato.

I giudici di appello osservano che era circostanza incontroversa che l’appellato (dipendente della società presso la sede di Verona) aveva risposto ad un bando della società per partecipare ad una selezione di personale da utilizzare nel settore informatico, con il profilo di segretario informatico.

La domanda era stata accettata dalla società, che lo aveva distaccato pressa il Servizio Informatico di Roma. Solo dopo qualche tempo era passato – insieme con gli altri colleghi che avevano superato la selezione al profilo professionale di segretario informatico e, contestualmente, era stato trasferito definitivamente presso la sede di Roma dall’impianto di provenienza.

In considerazione della temporaneità del distacco, avvenuto per preminenti esigenze della società (quindi non a domanda dell’interessato, che si era limitato a presentare una semplice dichiarazione di disponibilità, rispondendo all’interpello della società stessa), i giudici di appello confermavano che il dipendente aveva diritto di ricevere l’indennità di trasferta per tutto il periodo del distacco.

Avverso tale decisione ricorre per cassazione la società Ferrovie dello Stato, ora rete Ferroviaria italiana s.p.a. con un unico motivo, illustrato da memoria.

Il Passaro ha depositato controricorso tardivo.

Il suo difensore ha partecipato alla discussione odierna.

Diritto

Motivi della decisione

Con l’unico motivo, la società ricorrente denuncia insussistenza della fattispecie della trasferta, violazione e-o falsa applicazione dell’art. 2103 codice civile, in relazione all’indennità di trasferta ex art. 17 della legge 11 febbraio 1970 n. 34.

Contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di appello, il lavoratore distaccato su Roma aveva modificato definitivamente la sua sede lavorativa sin dall’inizio, per cui la richiesta di corresponsione del trattamento di trasferta relativa al periodo successivo non poteva avere alcun fondamento.

La trasferta si basa, infatti, sulla provvisorietà della variazione del luogo abituale.di lavoro.

Tra l’altro, il lavoratore aveva espressamente richiesto di cambiare sede ed aveva svolto a Roma mansioni del tutto diverse da quelle affidategli in precedenza.

Non vi era, pertanto, alcun elemento sulla base del quale potesse affermarsi che il provvedimento di modifica della sede di servizio del lavoratore poteva essere assimilato alla trasferta.

Osserva il Collegio:

il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

Secondo l’orientamento consolidato di questa Corte “la trasferta si caratterizza per il fatto di comportare un mutamento temporaneo del luogo di esecuzione della prestazione, nell’interesse e su disposizione unilaterale del datore di lavoro che la dispone, e per tale profilo si distingue dal trasferimento, che viceversa comporta l’assegnazione definitiva del lavoratore ad altra sede diversa da quella precedente”. Esulano pertanto dalla nozione di trasferta sia la volontà del lavoratore, nel senso che è irrilevante il suo eventuale consenso o disponibilità, sia l’identità o diversità delle mansioni espletate durante la trasferta rispetto a quelle abituali nella sede di lavoro (cfr. Cass. n. 9870 del 1998).

Sulla base di tali premesse, sfugge a qualsiasi censura la decisione dei giudici di merito che ha riconosciuto il diritto all’indennità di trasferta al lavoratore avviato presso il servizio informatica di Roma, per il periodo intercorso tra l’applicazione provvisoria e il trasferimento definitivo nella nuova sede, cui venne poi destinato.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato, con la condanna della ricorrente al pagamento delle spese (liquidate come in dispositivo, tenuto conto che il controricorso è stato depositato fuori termine e che l’avv. Nappi, il quale ha chiesto la distrazione delle spese, ha partecipata alla discussione orale).

p.q.m.

la Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese che liquida in euro 13,00 oltre ad euro 1.000 (mille) per onorari da distrarsi in favore dell’avv. Pasquale Nappi, antistatario.

Così deciso in Roma, il 23 settembre 2002

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