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Lo sai che? Controllo prelievo contanti

Lo sai che? Pubblicato il 5 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 ottobre 2017

Fisco: l’Agenzia delle Entrate non può chiedere spiegazioni al contribuente che preleva una consistente somma di contanti. 

In molti se lo chiedono ancor oggi: esistono limiti ai prelievi dal conto corrente? Il problema è diventato comune perché si sente spesso parlare di indagini bancarie da parte dell’Agenzia delle Entrate e del fatto che, tramite la tracciabilità delle movimentazioni sul conto, è possibile ricostruire il reddito non dichiarato al fisco. In verità sul punto c’è spesso confusione. Così, nell’incertezza, molti contribuenti preferiscono fare piccoli prelievi, scaglionati nel tempo, piuttosto che prendere una consistente somma tutta in una volta. Anche quando si tratta di pagare una prestazione in nero, senza fattura o altri documenti fiscali – necessità che, per forza di cose, impone di scartare il bonifico bancario e obbliga l’utilizzo del contante – si fa molta attenzione nel momento in cui si fa il prelievo in banca. Il controllo sul prelievo di contanti è, tuttavia, solo una falsa convinzione ed, a ricordarlo, è la Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1]. Ma procediamo con ordine.

Lavoratori dipendenti e pensionati: limiti ai prelievi dal conto

Il fisco ben può conoscere, tramite le indagini bancarie e il ricorso all’Anagrafe dei rapporti finanziari, tutti i prelievi e i versamenti effettuati sul conto corrente da ogni contribuente. Ma l’Agenzia delle Entrate potrebbe mai chiedere: «A cosa servono i soldi prelevati dal conto corrente?». Potrebbe mai imporre al cittadino di giustificare la ragione per cui ha attinto dalla banca dei contanti? La risposta è assolutamente no, almeno per quanto riguarda i titolari di un reddito da lavoro dipendente o di pensione. Se anche è vero il contrario (in caso di versamenti, l’Agenzia delle Entrate ha il potere di domandare spiegazioni sull’origine dei contanti), il fisco non può presumere alcun comportamento illecito quando il contribuente preleva una grossa cifra di contanti. Questo significa anche libertà completa di estinguere il conto corrente in un’unica operazione e tenere a casa diverse migliaia di euro cash.

Questa regola è sempre stata valida per i lavoratori dipendenti e pensionati. Non lo è stata, a lungo, per professionisti e imprenditori. Vedremo a breve quali limiti incontrano queste due categorie di contribuenti e quali sono i rischi di controllo sul prelievo di contanti.

Una cosa è certa: chi è disoccupato, chi svolge un lavoro in nero, chi percepisce un reddito da prestazioni occasionali, chi è titolare di partita Iva ed è un parasubordinato, così come chi è un lavoratore dipendente o un pensionato è libero di prelevare dal proprio conto corrente quanti contanti desidera senza dover temere un controllo fiscale.

Professionisti, autonomi e artigiani

Un tempo, per professionisti, autonomi e artigiani funzionava in questo modo: ogni prelievo dal conto doveva essere giustificato; bisognava cioè indicare il beneficiario dei soldi. Diversamente il fisco avrebbe potuto presumere che i contanti servivano per eseguire investimenti senza dichiararli al fisco, ricevendo così altro reddito in nero. Questo ragionamento, però, secondo la Corte Costituzionale [2] non teneva conto di un importante fatto: che quasi sempre il professionista o l’artigiano usano un unico conto corrente sia per le esigenze familiari che per quelle professionali. Impossibile, quindi, dopo molti anni, ricordare se un prelievo è stato eseguito per fare la spesa o per acquistare attrezzatura di studio o pagare un dipendente. Quindi, visto che tale tipologia di contribuenti ha l’obbligo di una contabilità semplificata, secondo la Consulta non è possibile effettuare controlli sui prelievi di contanti in banca. O meglio: in caso di prelievi ingiustificati, il fisco non può presumere un’evasione fiscale, ma deve dimostrarla con prove precise. Ed è questo che ha chiarito proprio ieri la Cassazione [1].

La sentenza ricorda che la Consulta ha ritenuto la presunzione relativa ai prelevamenti, nei confronti dei professionisti, lesiva del principio di ragionevolezza e capacità contributiva.

È venuta quindi meno la presunzione legale sui prelevamenti operati sui conti bancari effettuata dal lavoratore autonomo, dal professionista intellettuale o dall’artigiano.

Imprenditori

Passiamo infine agli imprenditori. Per loro le regole sono diverse; la disparità di trattamento si giustifica per il fatto che essi sono tenuti a una contabilità analitica: tanto esce dalla cassa, tanto bisogna riportare nei registri. Per ciò, anche dopo molto tempo dalla spesa, è sempre possibile ricordare per quale scopo è stato effettuato un prelievo. Ad esempio, un imprenditore che, un giorno, prende 100 euro dalla cassa per acquistare della cancelleria, dovrà scriverlo nel bilancio. Lo stesso dicasi per i prelievi dal conto corrente. Ciò nonostante la legge ha voluto accordare a tali contribuenti un minimo margine di elasticità: tutti i prelievi che inferiori a mille euro al giorno, e sempre che non superino 5mila euro al mese, non vanno giustificati. Dopo tale soglia, invece, se non c’è possibilità di indicare il beneficiario del prelievo, scatta l’accertamento fiscale. Il doppio limite – e in particolare il vincolo dei 5mila euro mensili – serve per evitare che il divieto possa essere raggirato con tanti piccoli prelievi quotidiani.

Dunque, nel caso dei titolari di un reddito di impresa, i controlli sui prelievi di contanti in banca restano tutt’oggi possibili.

Versamenti in banca

La situazione è completamente diversa per i versamenti sul conto. In quest’ambito invece non ci sono differenze tra i vari contribuenti e tutti sono tenuti – a richiesta del fisco – a giustificare la provenienza dei soldi. Leggi sul punto Versamenti, vanno giustificati?

note

[1] Cass. sent. n. 23162/17 del 4.10.2017.

[2] C. Cost. sent. n. 228/2014. La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 32 del dpr 600 del 1973.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, sentenza 18 maggio – 5 ottobre 2017, n. 23162
Presidente Cappabianca – Relatore La Torre

Ritenuto in fatto

L’Agenzia delle entrate ricorre con due motivi per la cassazione della sentenza della C.T.R. della Lombardia n. 102/2/11, dep. il 14 luglio 2011, che su ricorso contro avviso di accertamento basato su indagini bancarie in assenza di documentazione contabile, per IVA, Irpef, Irap anno 1999 proposto da R.I., esercente attività di assemblaggio articoli per l’infanzia, senza dipendenti, presso l’abitazione della madre, ha accolto parzialmente l’appello del contribuente, “riducendo il maggior reddito accertato ai fini di tutte le imposte accertate, relative sanzioni e interessi”. In particolare la C.T.R., preso atto che l’accertamento era stato legittimamente condotto sulla base di verifica dei movimenti bancari in assenza di contabilità, e confermato l’accertamento sulla base dei versamenti bancari, ha accolto la domanda del contribuente relativa alla esclusione dei prelievi bancari dai ricavi di esercizio.
R.I. è rimasto intimato.

Considerato in diritto

1. Col primo motivo del ricorso l’Agenzia delle entrate deduce violazione di legge, degli artt. art. 32 comma 1 n. 2 del dpr. 600/73; art. 51 comma 2 n. 1 dpr 633/72; artt. 2697, 2727, 2729 c.c.; lamenta, con riferimento all’IRAP, che spettava al contribuente la dimostrazione che i beneficiari dei prelevamenti erano estranei all’attività d’impresa.
2. Col secondo motivo si deduce violazione di legge, dell’art. 51, comma 2 n. 2 dpr. 633/72 e artt. 6 e 8 d.lgs. 471/97, per avere la C.T.R., con riferimento all’IVA, totalmente annullato il recupero degli acquisti senza fattura, in mancanza della prova richiesta e non fornita dal contribuente, così esonerandolo dalla sanzione per omessa regolarizzazione degli acquisti senza fattura nonostante la sussistenza della violazione.
3. I due motivi, che possono essere esaminati congiuntamente stante la loro connessione, sono infondati e vanno respinti.
3.1. Premesso che la C.T.R., con accertamento in fatto non censurabile in questa sede di legittimità, ha qualificato il contribuente, in base alle caratteristiche della sua attività, lavoratore autonomo, le censure sono infondate alla luce della sentenza 24 settembre 2014, n. 228, con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 32 del d.P.R. n. 600 del 1973, qualificando la presunzione posta dalla citata norma (Cass. n. 23041 del 2015), essendo definitivamente venuta meno la presunzione di imputazione dei prelevamenti operati sui conti correnti bancari ai ricavi conseguiti nella propria attività dal lavoratore autonomo o dal professionista intellettuale, che la citata disposizione poneva, spostandosi, quindi, sull’Amministrazione finanziaria l’onere di provare che i prelevamenti ingiustificati dal conto corrente bancario e non annotati nelle scritture contabili, siano stati utilizzati dal libero professionista per acquisti inerenti alla produzione del reddito, conseguendone dei ricavi (v. Cass. n. 23041 del 11/11/2015, n. 12781 del 21/06/2016).
3.2. Data l’estensione al caso in esame degli effetti della pronuncia di incostituzionalità dell’art. 32 d.P.R. 600/73, costituendo l’efficacia retroattiva delle pronunce di illegittimità costituzionale principio generale (che trova un unico limite, non ricorrente nel caso di specie, nei rapporti esauriti in modo definitivo), il ricorso va rigettato e va corretta la motivazione della sentenza impugnata nei termini di cui sopra.
4. Nulla sulle spese, non avendo l’intimato svolto attività difensiva in questa sede.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.


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