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Lo sai che? Azienda non paga stipendio: per dimissioni va dato preavviso?

Lo sai che? Pubblicato il 5 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 ottobre 2017

Non ricevo lo stipendio da due mesi. Per contratto dovrei dare preavviso di licenziamento almeno 60 giorni prima. Visto che non vengo pagato mi posso licenziare senza rispettare i termini di preavviso?

La legge prevede il diritto del lavoratore di dimettersi in qualsiasi momento dando il preavviso secondo i tempi previsti nel contratto collettivo nazionale di categoria. Egli, tuttavia, ben potrebbe ugualmente rinunciare al periodo di preavviso (ad esempio, nel caso in cui abbia trovato un’altra offerta lavorativa che non vuol farsi sfuggire), dovendo tuttavia, in questo caso, corrispondere all’azienda la cosiddetta «indennità sostitutiva del preavviso» (un importo anch’esso indicato nel ccnl e trattenuto dall’ultima busta paga o dal Tfr). Quando però le dimissioni sono dovute a giusta causa esse possono avvenire «in tronco», ossia senza rispettare il preavviso. È quanto avviene, del resto, nel caso di licenziamento per giusta causa da parte del datore di lavoro: tutte le volte in cui il dipendente commette una grave violazione della legge o del contratto di lavoro, tale da recidere il legame di fiducia che lo lega all’azienda, il datore può licenziarlo in tronco, senza cioè il preavviso e senza corrispondergli l’indennità sostitutiva di preavviso.

Torniamo però al caso prospettato dal lettore. Se l’azienda non paga lo stipendio, per le dimissioni va dato il preavviso? La risposta è negativa. Difatti, il mancato versamento della retribuzione viene considerato, dalla giurisprudenza, un grave inadempimento che dà diritto alla risoluzione immediata del rapporto di lavoro. In altri termini, il dipendente può “licenziarsi” (il termine corretto è “dimettersi”) anche senza rispettare la clausola del ccnl che gli impone il preavviso e né dover corrispondere l’indennità sostitutiva.

In particolare la Cassazione ha detto [1] che il mancato pagamento della retribuzione, ossia del corrispettivo fondamentale della prestazione di lavoro subordinato, configura una giusta causa di dimissioni in tronco per colpa del datore di lavoro. Il lavoratore ha quindi diritto di recedere immediatamente dal rapporto di lavoro, senza obbligo di dare il preavviso, in presenza di un grave inadempimento del datore di lavoro tale da non permettere la prosecuzione, neppure provvisoria, del rapporto [2]. L’atto di recesso non deve immediatamente contenere i motivi delle dimissioni [3], tuttavia è importante che il lavoratore, nella lettera in cui comunica le dimissioni, specifichi espressamente che essere avvengono per giusta causa e, nel caso specifico, per mancato pagamento dello stipendio [4].

Ricordiamo inoltre che le dimissioni per giusta causa – come appunto nel caso di mancato pagamento dello stipendio – danno diritto al lavoratore di richiedere l’assegno di disoccupazione all’INPS (la cosiddetta Naspi).

Attenzione però. Secondo la giurisprudenza, il mancato pagamento di una sola retribuzione o, tanto più, il semplice ritardo non può configurare una giusta causa di dimissione. È necessario, invece, che ci sia il reiterato inadempimento: il datore deve cioè essere in arretrato con almeno due buste paga [5].

Anche con riguardo al dirigente, il mancato pagamento della retribuzione, che costituisce il corrispettivo fondamentale della prestazione del lavoro subordinato, integra la giusta causa di dimissioni in tronco del lavoratore per colpa del datore di lavoro, senza che possa rilevare che il mancato pagamento sia dovuto ad una situazione di crisi aziendale, nota al lavoratore medesimo, che abbia continuato a fornire la sua prestazione [6].

note

[1] Cass. sent. n. 6599/1983. Trib. Milano sent. del 10.05.2013; Cass. sent. n. 5146/1998; Cass. sent. n. 648/1988; Cass. sent. n. 9589/1987.

[2] Cass. sent. n. 12768/1997.

[3] Cass. sent. n. 13396/2013; n. 2956/1980.

[4] Cass. sent. n. 15079/2014.

[5] Trib. Ivrea, sent. n. 150/2017. Cass. sent. n. 5146/1998: « Il reiterato mancato pagamento di voci retributive legittima il lavoratore al recesso per giusta causa esonerandolo dall’obbligo di preavviso; la giusta causa di recesso non è da escludersi quando il lavoratore, rassegnando le dimissioni, ne abbia però posticipato l’effetto, così dimostrando la “possibilità” di prosecuzione del rapporto, ove ciò avvenga per rispetto dei principi di correttezza e buona fede nelle obbligazioni contrattuali, in considerazione della particolare posizione rivestita dal lavoratore nell’organizzazione aziendale e perciò dalle negative conseguenze di una immediata cessazione delle sue prestazioni. (Fattispecie relativa a medico responsabile del raggruppamento chirurgico di una casa di cura che, nella lettera di dimissioni per giusta causa, aveva precisato che le stesse avrebbero avuto effetto in un momento successivo)».

[6] Cass. sent. n. 6830/1987.

Cass. sent. n. 648/1988

La mancata corresponsione della retribuzione che – secondo l’apprezzamento del giudice del merito (censurabile, in sede di legittimità, solo per vizi di motivazione) – configuri, in concreto, grave inadempimento del datore di lavoro, giustifica la risoluzione del contratto di lavoro secondo i principi generali in tema di risoluzione per inadempimento dei contratti a prestazioni corrispettive e costituisce giusta causa di recesso del lavoratore ai sensi dell’art. 2119 cod. civ.. l’applicabilità sia della disciplina generale che della specifica norma citata non é esclusa dall’appartenenza del lavoratore alla categoria dirigenziale (dal momento che i dirigenti, ancorché immediati collaboratori dell’imprenditore, sono pur sempre lavoratori subordinati, la cui opera é in funzione tipicamente corrispettiva della retribuzione), mentre é irrilevante, a fronte dell’accertato grave inadempimento della controparte, il motivo per cui il lavoratore sia eventualmente indotto al recesso (nella specie, prospettiva di un’immediata assunzione in altro posto di lavoro).

Le dimissioni del lavoratore che adduce a giusta causa di licenziamento l’inadempimento della controparte sottoposta poi a procedura concorsuale, in ordine alla principale obbligazione di corrispondere la retribuzione pattuita, non possono considerarsi comprese nel divieto di cui all’art. 2119 c.c., non trovando la loro causa nella procedura stessa, ma nella precedente inadempienza. Costituisce, pertanto, giusta causa di dimissioni il mancato pagamento di una congrua parte della retribuzione dovuta al lavoratore adempiente la propria obbligazione, anche in fattispecie di appartenenza del dipendente alla categoria dirigenziale, dal momento che per espresso dettato legislativo, essa è una delle categorie di prestatori di lavoro subordinato, la cui opera di immediati collaboratori dell’imprenditore è, pur sempre, in funzione tipicamente corrispettiva della retribuzione.


Trib. Ivrea sent. n. 150/2017

La giusta causa di dimissioni si deve concretamente manifestare in circostanze che si presentino con caratteristiche di obiettiva gravità, da valutarsi secondo le norme generali del risarcimento del danno da inadempimento contrattuale. In particolare, con riferimento al mancato pagamento delle retribuzioni, la giusta causa sussiste in caso di reiterato mancato pagamento, non già nel caso di inadempimento


Tribunale Milano sent. del 10.05.2013.

PREMESSO

che la società ricorrente, socia accomandante al 30% della DONATO 93 s.a.s. di Galli Sabrina & C. che aveva in gestione una edicola nel mezzanino della stazione di San Donato Milanese della linea 3 della Metropolitana Milanese (costituente l’unico cespite aziendale),

ha rappresentato:

-che dopo anni in cui i rendiconti e le dichiarazioni annuali dei redditi avevano espresso valori sempre positivi, l’edicola era stata inopinatamente chiusa nel febbraio del 2011;

-che convocato dalla commercialista pro tempore della DONATO 93 dr.ssa GUIDO al fine di una rinuncia al diritto statutario di prelazione che consentisse la vendita dell’edicola, Roberto GAGLIARDI aveva appreso che la società aveva accumulato nei confronti dell’ATM un debito di circa € 85.000,00 per biglietti e abbonamenti non pagati;

-che il 21/4/2011 s’era svolta una riunione di tutti i soci (fra i quali, oltre all’accomandataria Sabrina GALLI, la di lei madre e sorella Adriana BARGIGGIA ed Elena GALLI, nonché il marito di quest’ultima Gianluca LASCALA e il padre dell’amministratrice Giovanni GALLI) nel corso della quale1 era stato presentato un rendiconto della situazione debitoria ammontante ad oltre € 340.000,00 complessivi (cui doveva probabilmente aggiungersi “un ulteriore credito di ATM di oltre € 500.000,00 non contabilizzato”);

-che senza alcuna ulteriore comunicazione, Sabrina GALLI (spendendo il nome della DONATO 93) aveva quindi ceduto il 14/7/2011 l’azienda sociale a tale L.B. s.a.s., risultata esse stata costituita pochi giorni prima dell’acquisto dal cognato Gianluca LASCALA e dalla madre Adriana BARGIGGIA, contro un corrispettivo costituito dal solo accollo di debiti della cedente per complessivi € 346.600,00;

ha preannunciato:

-che sarebbe stata esercitata a nome della DONATO 93 s.a.s. azione di responsabilità nei confronti della socia accomandataria Sabrina GALLI, la quale doveva presumersi avesse distratto negli ultimi 5 / 6 mesi di gestione (con la complicità degli altri soci suoi parenti ed affini) tutti i ricavi omettendo il pagamento dei fornitori,

-azione risarcitoria da estendersi, attesa la natura fraudolenta della cessione ed ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., nei confronti sia della L.B. s.a.s. che di Gianluca Lascala e di Adriana BARGIGGIA,

-e sarebbe inoltre proposta nei confronti sia della DONATO s.a.s. che della L.S. s.a.s. “domanda di nullità / invalidità dell’atto di cessione d’azienda 14-20.07.2011 per esser stato posto in essere in frode alla legge” e in violazione dello statuto sociale, aggirando il diritto di prelazione che sarebbe spettato alla AL CAPOLINEA s.a.s. in caso di cessione delle quote, ad esclusivo e personale vantaggio dei membri della famiglia GALLI e spogliando la DONATO 93 del suo unico asset;

ed ha pertanto chiesto disporsi in via cautelare:

-nei confronti della L.B. s.a.s. il sequestro conservativo o giudiziario dell’intera azienda, e

-nei confronti di Sabrina GALLI, Gianluca LASCALA e Adriana BARGIGGIA, sequestro conservativo sino alla concorrenza di 600.000 o almeno 400.000 euro corrispondenti al valore dell’azienda ceduta;

che si sono costituiti (unitamente ad Elena GALLI, contro la quale non sono tuttavia state svolte domande) Gianluca LASCALA e la L.S. s.a.s., rappresentando che la chiusura dell’edicola era stata disposta dalla ATM proprietaria dei locali (la quale aveva altresì posto alla DONATO 93 s.a.s. ed ai suoi soci un ultimatum sino al 26/4/2013 in merito alla prosecuzione dell’attività), e che nel corso della riunione del 21/4/2011 i soci non avevano raggiunto alcun accordo sulle contrapposte proposte, onde a seguito di trattative personalmente effettuate dal LASCALA con il dr. DE LUCA della Direzione commerciale dell’ATM il rimedio era stato individuato -come da scrittura privata sottoscritta il giorno stesso della cessione- nella creazione di un nuovo soggetto (la L.B. s.a.s.) che rilevasse i debiti, soprattutto quelli verso ATM, curandone e garantendone il rientro graduale;

che quindi con la contestata alienazione di azienda erano stati ceduti dalla DONATO 93 s.a.s. -anche nell’interesse della socia AL CAPOLINEA- sostanzialmente ed esclusivamente debiti, laddove l’indisponibilità manifestata dalla ricorrente a qualsiasi ipotesi prospettata nell’assemblea del 21/4/2011 aveva “fatto ritenere ‘Al Capolinea s.a.s.’ rinunciataria del diritto di prelazione all’acquisto delle quote degli altri soci”;

RITENUTO

quanto alla dedotta mala gestio di Sabrina GALLI

che allo stato il confronto tra dati contabili disomogenei quali i ‘conti profitti e perdite’ redatti a fini fiscali dalla socia accomandataria (e quindi in termini di mero confronto fra entrate ed uscite) e i prospetti dei soli debiti consegnati nel 2011 dall’amministratrice alla socia oggi ricorrente, non consentono ancora di ritenere provato con il grado di verosimiglianza richiesto (anche) in questa sede che la situazione debitoria sia stata – come sostenuto da AL CAPOLINEA- il frutto dell’integrale distrazione di ricavi (vendite di giornali e riviste nonchè di biglietti e abbonamenti ATM) perpetrata dalla GALLI nei primi mesi del 2011, non avendo oltretutto la ricorrente prodotto in causa il rendiconto della gestione per tale anno né avendolo richiesto ante causam o in via istruttoria;

che pertanto, in difetto di prova sufficiente delle condotte espressamente dissipative contestate e non potendosi escludere che i debiti di cui alla clausola 3) della cessione di azienda del 14/7/2011 siano invece maturati in un tempo più ampio per ragioni di difficoltà o anche di semplici incapacità gestionali della socia accomandataria, la responsabilità di quest’ultima non può ritenersi pronosticamente accertata, e con essa -tantomeno- la ventilata compartecipazione a tali illeciti da parte di Gianluca LASCALA e Adriana BARGIGGIA;

quanto alla dedotta invalidità della cessione da DONATO 93 s.a.s alla L.B. s.a.s. nonché più in generale alla natura fraudolenta della complessiva operazione in danno della socia ricorrente,

che per stessa deduzione di quest’ultima i debiti per € 364.600,00 il cui accollo in capo alla L.B. s.a.s. ha costituito il corrispettivo della cessione del 14/7/2011 esistono realmente (come confermato, quanto a quelli vantati a vario titolo dal fornitore principale e locatore ATM, dalla scrittura privata transattiva di pari data prodotta in corso di procedimento) ed anzi sarebbero ben maggiori, onde non si vede in qual modo l’aver acquisito un’azienda il cui valore è sostanzialmente negativo (salvo per un ipotetico avviamento di difficile quantificazione, peraltro neppure proposta dalla ricorrente) possa essersi risolto in un danno patrimoniale per la accomandante qui ricorrente del quale debbano rispondere sia Sabrina GALLI (e la madre, accomandante nella L.B. s.a.s.) che Gianluca LASCALA, fra l’altro espostosi personalmente con l’ATM quale socio illimitatamente responsabile della L.B. acquirente;

che del resto neppure può condividersi l’equivalenza ipotizzata in ricorso fra cessione dell’azienda e cessione delle quote con violazione del patto di prelazione, atteso che l’alternativa alla cessione dell’azienda al soggetto terzo resosi disponibile (sia pur costituitosi ad hoc in persona di due soci della DONATO 93) sarebbe semmai stata – come del resto sostanzialmente sollecitato già nella comunicazione di Sanrina GALLI in data 7/4/2011- o il rilievo da parte della AL CAPOLINEA s.a.s. delle quote di tutti gli altri soci ovvero una offerta di acquisto della azienda ad parte dei GAGLIARDI ad un valore almeno pari al quantitativo di debiti accollatisi dalla L.B. s.a.s., in relazione alle quali ipotesi da un lato è emersa nel corso della riunione del 21/4/2011 l’espressa indisponibilità dei GAGLIARDI, e dall’altro non consta che questi abbiamo mai effettuato alcuna concreta manifestazione di intenti od offerta;

che inoltre la violazione del patto di prelazione, ove mai esistente, avrebbe quale effetto al più il diritto della AL CAPOLINEA s.a.s. ad un risarcimento e non integrerebbe quel ius ad rem sul complesso aziendale che solo potrebbe giustificare il sequestro giudiziario alternativamente richiesto dalla ricorrente;

RITENUTO PERTANTO

che allo stato ed ex actis, anche a prescindere dalla sospetta tardività della reazione giudiziale dell’accomandante (che ha atteso ad agire oltre due anni dalla manifestazione del dissesto sociale ed oltre un anno e mezzo dall’intervenuta cessione dell’azienda sociale), non può ritenersi pronosticabile l’accoglimento delle domande di merito prospettate nel ricorso né comunque possibile il sequestro giudiziario dell’azienda;

che alla reiezione integrale del ricorso non segue alcuna pronuncia sulle spese in relazione sia ai convenuti non costituitisi che a quelli -come Elena GALLI- nei confronti dei quali nessuna domanda era stata proposta, mentre la AL CAPOLINEA s.a.s. dovrà rifondere a Gianluca LASCALA ed alla L.B. s.a.s. le spese di resistenza, liquidabili in complessivi € 2.100,00;

P.T.M.

visti gli artt. 669 bis e seguenti c. p. c.,

1)-rigetta integralmente il ricorso cautelare meglio indicato in epigrafe;

2)-condanna la AL CAPOLINEA s.a.s. di Roberto Gagliardi & C. a rifondere alla L.B. s.a.s. nonché a Gianluca LASCALA le spese del procedimento, che liquida in complessivi € 2.100,00, oltre al rimborso del contributo previdenziale di categoria ed alla rivalsa dell’I.v.a. alle rispettive aliquote di legge;

3)-manda la Cancelleria per la comunicazione alle parti della presente ordinanza.


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