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Ladro sale in casa dal palo della luce: il Comune è responsabile?

5 ottobre 2017


Ladro sale in casa dal palo della luce: il Comune è responsabile?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 ottobre 2017



Il proprietario di un oggetto come il palo della luce è responsabile dei danni da questo provocato salvo il caso fortuito.

I ladri sono entrati in casa tua e hanno preso tutto ciò che potevano. Non sei assicurato e il danno è piuttosto elevato per le tue possibilità. Al momento non potrai acquistare un nuovo computer portatile (che ti è stato rubato), un lettore dvd e la televisione. Ma soprattutto hai perso tutti i gioielli e i contanti che nascondevi dentro il cassetto. La polizia è stata avvisata, ha effettuato un sopralluogo e, secondo gli agenti, non ci sono dubbi: i ladri si sono introdotti nell’appartamento salendo dal palo della luce. A questo punto ti chiedi se sia possibile farsi risarcire almeno dal Comune che, ignorando le regole di prudenza, ha voluto fissare il palo proprio accanto al tuo balcone, nonostante tu stesso abbia più volte fatto presente che ciò poteva costituire un pericolo. La risposta è contenuta in una ordinanza della Cassazione di poche ore fa [1].

Secondo la Corte il Comune non è responsabile se il ladro sale in casa dal palo della luce. È vero, la legge stabilisce che il proprietario di una cosa è responsabile per tutti i danni che da tale cosa derivano [2]. Tuttavia, a detta dei giudici supremi, il palo va considerato, «rispetto al furto», come «mera occasione, ma non certo quale causa immediata e diretta» dell’introduzione dei ladri nell’appartamento privato. Si tratta quindi di un evento accidentale, imprevedibile: un «caso fortuito» come dice la legge stessa. E ciò esclude l’ipotesi di una responsabilità del Comune.

Quindi, nel caso di specie, il derubato non può far causa al Comune perché ha installato il palo della luce proprio accanto al terrazzo di casa favorendo così l’arrampicata dei ladri e agevolando il furto dentro casa.

note

[1] Cass. ord. n. 23292/17 del 5.10.2017.

[2] Art. 2051 cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 6 luglio – 5 ottobre 2017, n. 23292
Presidente Amendola – Relatore Sestini

Rilevato che:

la Corte di Appello di Bari ha dichiarato inammissibile -ex art. 348 bis cod. proc. civ.- il gravame proposto da Ro. Gu. e Fr. e Gi. Am. avverso la sentenza di primo grado che aveva rigettato la domanda formulata dai medesimi nei confronti del Comune di Conversano, volta ad ottenere il risarcimento dei danni -ex artt. 2051 o 2043 cod. civ.- per il furto in appartamento commesso da ignoti che avevano utilizzato un palo della pubblica illuminazione posto in prossimità dell’abitazione dei ricorrenti;
la Guarino e gli Am. hanno impugnato, con unico atto, sia l’ordinanza di inammissibilità (oggetto di ricorso straordinario ex art. 111 Cost.) che la sentenza di primo grado (oggetto di ordinario ricorso per cassazione); ha resistito l’intimato con controricorso.
Considerato che:
in relazione all’ordinanza di inammissibilità dell’appello, i ricorrenti hanno denunciato la violazione dell’art. 348 ter cod. proc. civ., richiamando Cass., S.U. n. 1914/2016 e rilevando che era possibile «evidenziare dai verbali delle tre udienze svolte nel giudizio di appello che la Corte Distrettuale ha destinato l’udienza di trattazione ex art. 350 c.p.c. alla disamina della questione preliminare della regolarità della procura alle liti conferita dalla parte appellante al proprio procuratore e alla successiva regolarizzazione ex art. 182 c.p.c, e non ha disposto la trattazione della questione dell’inammissibilità dell’appello ex art. 348 ter c.p.c»;
a prescindere dalla scarsa chiarezza delle censure (che parrebbero individuare l’error in procedendo nella circostanza che il Collegio abbia proceduto preliminarmente alla verifica e alla regolarizzazione della procura alle liti e non abbia disposto la trattazione della questione dell’inammissibilità), il motivo è inammissibile per difetto di autosufficienza, in quanto non trascrive il contenuto dei verbali attestanti la sequenza delle attività svolte, onde consentire alla Corte di apprezzare l’esistenza del vizio sulla base della sola lettura del ricorso e, quindi, la decisività del documento prima di procedere al suo riscontro ex actis (cfr., ex multis, Cass. n. 19410/2015: «l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un “errar in procedendo”, presuppone che la parte, nel rispetto del principio di autosufficienza, riporti, nel ricorso stesso, gli elementi ed i riferimenti atti ad individuare, nei suoi termini esatti e non genericamente, il vizio processuale, onde consentire alla Corte di effettuare, senza compiere generali verifiche degli atti, il controllo del corretto svolgersi dell’iter processuale»);
in relazione alla sentenza di primo grado, i ricorrenti denunciano la violazione degli artt. 2051 e 2043 cod. civ.: censurano l’affermazione del Tribunale secondo cui il palo si era posto, rispetto al furto, «quale mera occasione ma non certo quale causa immediata e diretta dell’evento» e rilevano, in senso contrario, che il palo era stato «usato dai ladri secondo una funzione ragionevolmente tipica, ovvero come pertica», contestando pertanto che potesse ritenersi integrata l’ipotesi del caso fortuito e richiamando precedenti giurisprudenziali in materia di responsabilità ex art. 2051 o ex art. 2043 cod. civ. per furti commessi a mezzo di impalcature o ponteggi installati per l’esecuzione di lavori su un edificio;
il motivo è inammissibile in quanto generico e volto a sollecitare un diverso accertamento di merito in punto di rapporto causale fra la cosa (il palo) e il furto perpetrato da terzi, richiedendo pertanto una valutazione in fatto non demandabile al giudizio di legittimità;
le spese di lite seguono la soccombenza, con distrazione in favore del difensore del Comune, che si è dichiarato antistatario;
trattandosi di ricorso proposto successivamente al 30.1.2013, sussistono le condizioni per l’applicazione dell’art. 13, comma 1 quater del D.P.R. n. 115/2002.

P.Q.M.

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso e condanna i ricorrenti a rifondere al controricorrente le spese di lite, liquidate in Euro 5.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge, con distrazione in favore del difensore del controricorrente.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma I-bis dello stesso articolo 13.


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