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Lo sai che? L’avvocato può chiedermi il compenso a voce anche se ho perso?

Lo sai che? Pubblicato il 27 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 27 ottobre 2017

Per ottenere quanto dovutomi dal mio datore di lavoro mi sono rivolto a un patronato che mi ha assegnato un avvocato. Sono riuscito a recuperare pochissimo e mi ha chiesto un compenso altissimo e solo a voce. È corretto?

Dal quesito si comprende che l’avvocato ha svolto nell’interesse del cliente:

  1. un primo giudizio teso alla formazione di un titolo esecutivo contro il suo ex datore di lavoro; dalla comunicazione che ha inviato il curatore al lettore si capisce che la procedura correttamente scelta dall’avvocato è stata quella del ricorso per decreto ingiuntivo;
  2. un pignoramento di beni e/o crediti aziendali per tentare di ottenere forzatamente quanto di sua spettanza, ma infruttuosamente;
  3. un giudizio per la dichiarazione di fallimento dell’ex datore di lavoro, con esito positivo; il lettore è stato l’unico a chiedere e ottenere il fallimento;
  4. una domanda (o ricorso) per il riconoscimento al passivo fallimentare del credito vantato dal lettore, ossia il medesimo credito portato dal titolo esecutivo di cui al precedente punto a).

Detto ultimo punto costituisce un passaggio ineludibile e imposto dalla legge per ottenere:

  • il riconoscimento del credito in sede fallimentare e, quindi, il suo pagamento mediante il ricavato dalla vendita dei beni aziendali nel concorso con tutti gli altri creditori dell’impresa fallita;
  • il pagamento del tfr (e, in alcuni casi, delle ultime tre mensilità lavorative non corrisposte) a carico del Fondo di garanzia gestito dall’Inps [1]. In altri termini e più semplicemente, senza l’attività di cui al punto d) il lettore non avrebbe potuto ottenere il pagamento da parte dell’Inps.

Ciò posto, i punti fermi della vicenda sono:

  1. l’importo o la quantificazione dei compensi legali è corretta poiché essi corrispondono agli importi già stabiliti dal giudice;
  2. il legale non ha chiesto alcun compenso per l’attività rammentata ai precedenti punti b) e d) (probabilmente perché mancava una liquidazione del giudice, attesa l’infruttuosità della procedura esecutiva e l’impossibilità di ottenere una quantificazione dei compensi nello specifico procedimento di cui al precedente punto d);
  • i compensi legali sono stati riconosciuti in sede fallimentare così per come comunicato dal curatore;
  1. se il datore di lavoro aveva dei beni o de crediti tali da ricavare abbastanza denaro, i compensi legali verranno rimborsati dal curatore fallimentare.

Inoltre, la coincidenza tra i compensi liquidati dai due giudici con quelli richiesti dal lettore rende del tutto superflua una comunicazione di conto spese. Non vi è stato alcun acconto e, verosimilmente, le competenze legali sono state pure quantificate nella prima scrittura privata e nella delega sottoscritte dal lettore. La differenza tra quanto richiesto dal suo avvocato e dai legali dei colleghi del lettore, invece, potrebbe dipendere alla minore attività espletata da questi ultimi. È senz’altro così per quanto concerne la richiesta di fallimento che ha reso superflua ogni analoga richiesta (in questo caso il lettore ha spianato la strada ai suoi colleghi verso il pagamento da parte del fondo di garanzia). In ordine al diritto dell’avvocato a chiedere il pagamento dei compensi, invece, si può rispondere solo in termini di (ampia) verosimiglianza, non conoscendo il contenuto delle citate scrittura privata e dell’autorizzazione all’incasso. Poiché lui riferisce che con la prima scrittura privata ha autorizzato l’avvocato a sottrarre le spese legali dalla liquidazione a carico del fondo di garanzia e, addirittura, aveva autorizzato lo stesso legale all’incasso, il lettore non può più opporsi alla richiesta di pagamento da parte del suo legale. Verosimilmente, infatti, in uno o in entrambi i documenti è stato specificato l’importo dei compensi spettanti allo stesso avvocato. Tale conclusione non cambia neppure per l’esistenza della convenzione tra avvocato e il patronato. Infatti, la scrittura privata e autorizzazione all’incasso, sono state sottoscritte direttamente tra le parti (ossia tra professionista e cliente) in epoca successiva rispetto alla convenzione e, quindi, superano la stessa convenzione. Tanto più che scrittura privata e delega all’incasso subordinano il pagamento dei compensi legali al versamento da parte del fondo di garanzia. Una condizione che si è realizzata, seppure in parte rispetto al suo complessivo credito originario. La sottoscrizione di scrittura privata e delega all’incasso, inoltre, rendono del tutto ininfluente valutare se sia logico che le spese legali vengano messe a credito insieme ai suoi restanti crediti insoluti. Cosa diversa è valutare se il legale abbia agito conformemente alla convenzione che lo vincola con il patronato.

Se l’operato dell’avvocato è in contrasto con la convenzione con il patronato, il lettore potrebbe avanzare rimostranze nei confronti del sindacato e tramite esso ottenere una mediazione e una dilazione di pagamento. In ogni caso, ossia anche se non vi è violazione della citata convenzione, una richiesta tramite il patronato potrebbe indurre il legale a venir incontro al lettore. Il legale, se non è revocato, riceverà le comunicazioni del curatore fallimentare qualora vi sia una distribuzione di somme in suo favore. Egli sarà, quindi, sempre informato dello stato della procedura e potrà riscuotere dal lettore nel momento in cui lui riceva somme dal curatore.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Domenico Servello

note

[1] D. lgs. n. 80 del 27.01.1992.


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