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Le Guide Legittima difesa a casa e in strada. Differenze

Le Guide Pubblicato il 7 novembre 2017

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In casa ci si può difendere anche con le armi se c’è minaccia per l’incolumità fisica.

L’ordinamento italiano consente a chi si trova in pericolo di poter reagire per difendersi senza la necessità di attendere l’intervento delle forze dell’ordine. La legittima difesa, infatti, è una forma residuale di autotutela lasciata dall’ordinamento al singolo cittadino tutte le volte in cui non è possibile far intervenire chi è legittimato ad utilizzare la forza, cioè lo Stato. A seguito di una riforma del 2006, l’istituto in commento è stato modificato: oggi, pertanto, possiamo distinguere la legittima difesa domestica da quella tradizionale. Vediamo le differenza tra legittima difesa a casa e in strada.

La norma

La legittima difesa rientra, insieme ad alcune altre fattispecie (stato di necessità, consenso dell’avente diritto, esercizio di un diritto o adempimento di un dovere), tra le cosiddette cause di giustificazione, cioè tra quegli eventi che legittimano un comportamento che, altrimenti, costituirebbe reato. In parole povere, un fatto che normalmente sarebbe delittuoso (ad esempio, una lesione personale) viene giustificato (e, quindi, non punito) in presenza di una circostanza scusante (la lesione è stata inferta per difendersi da un’aggressione). Esiste un unico articolo, nell’ordinamento penale italiano, che si occupa esplicitamente della legittima difesa. Questa disposizione dice che non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui dal pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa [1]. Quanto appena detto è il fulcro della legittima difesa. Una legge del 2006 [2] ha introdotto un ulteriore comma all’istituto giuridico appena descritto. Questa nuova disposizione si occupa della legittima difesa nel caso di violazione di domicilio. Secondo la legge, nei casi di violazione di domicilio [3] la proporzionalità tra difesa ed offesa si presume quando, chi si trova legittimamente in quel luogo, utilizza un’arma (legalmente detenuta) per difendere la propria o l’altrui incolumità, ovvero per difendere i propri o gli altrui beni, se vi è pericolo di aggressione. In altre parole, si è stabilita per legge la proporzionalità, nel caso di violazione domiciliare, da parte dell’aggressore a cui si contrappone, per salvaguardare la propria incolumità o i propri beni, l’uso di un’arma legittimamente detenuta [4]. Prima di addentrarci nell’esame delle differenze tra legittima difesa a casa e in strada, vediamo brevemente quali sono i tratti comuni dell’istituto giuridico in esame.

La necessità della difesa

Perché la difesa possa essere realmente legittima è necessario che ricorrano alcuni elementi. Innanzitutto, occorre che chi agisce vi sia costretto dalla necessità di salvaguardare un diritto, proprio o altrui. Si pensi a Tizio che ferisce Caio perché questo sta aggredendo Sempronio, figlio del primo. La costrizione, però, deve essere tale da non lasciare alternativa all’agente. Tornando all’esempio, la lesione è giustificata se Tizio non ha proprio altro modo di salvare Sempronio: in altre parole, non ha il tempo di chiamare le forze dell’ordine. La costrizione di cui parla la norma, quindi, fa riferimento all’impossibilità di trovare una valida alternativa, lecita o altrimenti meno dannosa possibile. La necessità di difendersi, secondo la Corte di Cassazione, sussiste quando il soggetto si trova nell’alternativa tra reagire e subire, nel senso che non può sottrarsi al pericolo senza offendere l’aggressore. Quindi, la difesa è legittima se Tizio non solo non può chiamare i carabinieri o la polizia, ma nemmeno avrebbe potuto semplicemente allontanare Caio, cioè non avrebbe potuto agire con un comportamento meno dannoso per l’aggressore [5]. In altre parole ancora, la reazione deve essere, nella circostanza, l’unica possibile, perché non sostituibile con altra meno dannosa, ugualmente idonea ad assumere la tutela del diritto aggredito [6].

Il diritto da tutelare

La legittima difesa si pone a protezione di un diritto proprio o altrui. Pertanto, il fatto deve essere commesso per tutelare un bene giuridicamente rilevante. Come vedremo quando si parlerà della proporzionalità tra offesa e difesa, il bene protetto non deve necessariamente essere quello dell’incolumità personale, potendolo essere anche uno meramente economico. In questo caso, però, non ci si potrà spingere fino a mettere in pericolo la vita dell’aggressore, perché la difesa del patrimonio mai può giustificare un delitto di sangue.

Il pericolo attuale

Altro requisito è che la difesa sia realizzata per difendersi da un pericolo attuale. Significa che il pericolo dal quale ci si intende proteggere deve essere incombente: presente, non passato. Di conseguenza, nel classico esempio di Tizio che spara a Caio mentre sta scappando con la refurtiva, Tizio non verrà giustificato, ma risponderà penalmente della sua azione (lesione personale od omicidio). La reazione ad un’aggressione ingiusta è legittima quando l’offesa non può essere neutralizzata tempestivamente se non intervenendo. Secondo la giurisprudenza, nel pericolo attuale rientrano non soltanto le situazioni statiche di minaccia di offesa ingiusta, ma anche le situazioni di pericolo che si protraggono nel tempo per non essersi esaurite in un solo atto [7].

L’offesa ingiusta

Continuando nella ricostruzione dell’istituto in commento, la difesa è legittima, sia in casa che in strada, quando si è costretti a proteggere un diritto proprio o altrui dal pericolo di un’offesa ingiusta. Quando l’offesa è ingiusta? Sembra un’inutile ripetizione, ma non lo è. La reazione al comportamento altrui è giustificata solamente se la condotta dalla quale ci si difende è iniqua, cioè è condannata dall’ordinamento italiano. Pertanto, se Tizio spintona Caio procurandogli lesioni soltanto perché questi stava cercando di recuperare dalle mani del primo un prezioso anello che gli apparteneva e che gli era stato ingiustamente sottratto, Tizio non potrà accampare la scusa della legittima difesa in quanto Caio cercava semplicemente di riprendersi quanto era suo.

La non volontarietà del pericolo

Requisito implicito della legittima difesa è che il pericolo dal quale l’aggredito intende difendersi non sia da lui cagionato. Ed infatti, secondo la giurisprudenza, non è invocabile la legittima difesa da parte di colui che accetti una sfida o si ponga volontariamente in una situazione di pericolo dalla quale è prevedibile o è ragionevole attendersi che derivi la necessità di difendersi dall’altrui aggressione [8]. Esempio: Tizio offende spudoratamente e picchia in pubblico Caio, persona notoriamente vendicativa; Caio decide di farsi giustizia da sé e di “restituire” a Tizio l’offesa patita. Tizio non potrà uccidere Caio ed essere giustificato, perché la reazione di Caio era prevedibile e causata dalla condotta di Tizio stesso. Allo stesso modo, non potrà essere invocata la scriminante della difesa legittima se entrambe le parti sono reciproci contendenti (Tizio e Caio si aggrediscono vicendevolmente allo stesso tempo) [9]. Lo stesso dicasi nel caso di rissa: sussiste, di norma, inconciliabilità tra la partecipazione alla colluttazione e la legittima difesa, potendo quest’ultima essere invocata solo da chi sia stato coinvolto nella contesa contro il suo volere [10].

La proporzionalità tra difesa ed offesa

Siamo giunti ad un punto cruciale, in quanto la differenza tra legittima difesa a casa e in strada si gioca tutta sul terreno della proporzionalità. La difesa è legittima soltanto quando, oltre al ricorrere di tutti i requisiti sopra analizzati, essa sia proporzionata all’offesa. Ci sono sostanzialmente due modi di interpretare la proporzionalità: il primo riconnette la nozione ai mezzi utilizzati per difendere ed offendere (bastoni, coltelli, pistole, ecc.); il secondo, invece, collega la proporzionalità ai beni giuridici in gioco. La prima teoria dice che la difesa è legittima se Tizio, aggredito, reagisce con la stessa arma di Caio, aggressore. Se fosse così, però, vorrebbe dire che Caio, armato di pistola e impegnato a svaligiare la casa di Tizio, potrebbe essere ucciso a colpi di arma da fuoco dal padrone di casa solamente perché “a parità di armi”. È chiaro che questa interpretazione non può essere sostenuta. Vale pertanto la seconda teoria: la proporzionalità deve riguardare i diritti, i beni che sono sul tavolo della contesa. Se Caio svaligia la casa di Tizio, quest’ultimo non è legittimato a ferirlo o ad ucciderlo, anche se brandissero la stessa arma, perché il bene giuridico aggredito da Caio (il patrimonio di Tizio) è meno importante, nella scala dei valori costituzionali, del bene giuridico che aggredirebbe Tizio difendendosi (cioè l’incolumità fisica o la vita stessa di Caio). Sebbene in teoria sia semplice soppesare i beni giuridici in conflitto, nella pratica non è sempre così. Ad esempio, la Corte di Cassazione ha escluso la legittima difesa nel caso dell’aggredito dotato di grande prestanza fisica che, pur avendo la possibilità di immobilizzare l’aggressore, aveva reagito asportandogli con un morso parte della palpebra di un occhio, con conseguente sfregio permanente al viso e indebolimento dell’organo della vista [11].

La legittima difesa a casa

Come anticipato, nel 2006 è stato introdotto un ulteriore comma alla legittima difesa tradizionale, cioè a quella che non distingue tra difesa nel domicilio e difesa al di fuori di esso. Secondo la nuova previsione, ogni qualvolta ci si debba difendere all’interno della propria casa, del proprio studio professionale o comunque nel luogo ove si lavora, la proporzionalità di cui abbiamo appena parlato si presume quando, chi si trova legittimamente in quel posto, utilizza un’arma (regolarmente detenuta) per difendere la propria o l’altrui incolumità, ovvero per difendere i propri o gli altrui beni, se vi è pericolo di aggressione. Al di là del dibattito giuridico suscitato dalla norma, la legittima difesa a casa intende tutelare chi viene aggredito all’interno delle mura domestiche (o di quelle del proprio studio, della propria attività imprenditoriale, ecc.): infatti, si presume che chi si introduca nel domicilio altrui non abbia affatto buone intenzioni. La violazione delle mura private mette la vittima in uno stato di totale soggezione, in quanto colta di sorpresa in un luogo ove dovrebbe sentirsi al sicuro; a ciò si aggiunga che il reo, in queste circostanze, si presenta quasi sempre armato, pronto ad ogni evenienza. La nuova fattispecie differisce da quella classica per la presunzione di proporzionalità: in parole semplici, mentre nella legittima difesa in strada, cioè quella al di fuori delle mura private, il giudice, nello stabilire se il comportamento sia scusato o meno, deve verificare, tra le altre cose, che tra difesa e offesa ci sia proporzione (nei termini sopra detti), nel caso di difesa domiciliare la proporzionalità non deve essere accertata perché, appunto, si presume, cioè si ritiene esistente. Nello specifico, perché operi questo meccanismo, è necessario che chi si è introdotto illegittimamente nel domicilio: minacci l’incolumità degli altri; minacci il patrimonio altrui, quando non vi è desistenza e v’è pericolo di aggressione.

La legittima difesa a casa e il pericolo di aggressione

Se nulla da dire v’è nel caso della minaccia all’altrui incolumità (anche per strada la difesa è legittima in presenza di aggressione fisica), nel secondo sembrerebbe essere messo in discussione tutto il discorso della proporzionalità che abbiamo fatto prima. Infatti, la legge consente di difendersi con le armi anche se in pericolo vi è solo il patrimonio. Per non incorrere in una illegittimità costituzionale, la legge ha però specificato che in questo caso, oltre che aggressione patrimoniale, vi deve anche essere il pericolo di un’aggressione personale: testualmente, «quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione». Con l’aggiunta di questi due requisiti (non desistenza e pericolo di aggressione alla persona) la legge ha voluto dire che è legittimo l’uso delle armi contro chi si introduce illegalmente nel domicilio quando il malintenzionato voglia rubare ma, al contempo, pur essendo stato avvisato di abbandonare il proprio intento criminoso, continui la sua opera e, anzi, minacci l’incolumità dei presenti. Facciamo un esempio. Tizio si introduce furtivamente in casa di Caio; questi lo scopre con le mani nel sacco e gli punta la pistola (legittimamente detenuta) contro, intimandogli che, se non andrà via, sparerà. Tizio, anziché desistere, cioè invece di accettare l’invito e andarsene, con una mossa fulminea estrae dalla tasca un coltello a serramanico. Caio, impaurito dal gesto, fa fuoco e lo uccide. Secondo la legge, Caio non commette omicidio perché è scusato, cioè giustificato dalla legittima difesa, in quanto sono presenti tutti gli elementi della difesa domiciliare: violazione di domicilio (da parte di Tizio); legittima detenzione di un’arma (da parte di Caio); invito ad abbandonare (cioè a desistere); pericolo di aggressione (Tizio, anziché recedere dai propri intenti criminosi, estrae il coltello).

Differenze tra legittima difesa a casa e in strada

La portata della norma del 2006 è meno rivoluzionaria di quanto si possa credere. Continuando l’esempio di sopra, se Caio avesse sparato a Tizio mentre questi era ancora intento a rubare, Caio sarebbe stato processato per omicidio, perché Tizio non aveva tentato alcuna aggressione personale. Al contrario, poiché Tizio, anziché allontanarsi, ha deciso di proseguire e, anzi, estraendo il coltello, ha fatto pensare ad un’aggressione, ha legittimato Caio a difendersi sparandogli. Ma non sarebbe successo lo stesso anche senza la legittima difesa introdotta nel 2006? Anche dalla semplice analisi della prima parte della norma (quella che sopra è stata definita il fulcro della legittima difesa), si capisce che l’aggredito sarebbe comunque stato legittimato a difendersi, poiché la proporzionalità non riguarda gli strumenti impugnati (nell’esempio di prima, pistola contro coltello a serramanico), bensì negli interessi coinvolti (l’incolumità fisica di entrambi).

La riforma del 2006 ha inserito l’elemento della difesa armata, subordinandolo al pericolo di aggressione fisica anche nel caso di minaccia al patrimonio. Se non avesse fatto così, cioè se avesse legittimato l’utilizzo di un’arma anche nel semplice caso di furto, la norma sarebbe stata molto probabilmente dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, poiché in contrasto con i valori della nostra carta fondamentale, la quale pone al primo posto la persona, non il patrimonio. Pertanto, la differenza concreta tra la legittima difesa in casa e quella per strada sta nel mezzo utilizzato per difendersi più che nella presunzione di proporzionalità, presunzione la cui carica innovativa è stata neutralizzata dal requisito del pericolo di aggressione, pericolo da riferirsi sempre all’incolumità fisica, non ai beni.

È fondamentale, prima di concludere, ribadire una cosa: quanto detto circa questa nuova forma di autotutela nel domicilio privato non cancella tutti gli altri requisiti della legittima difesa sopra analizzati. In caso di violazione di domicilio, pertanto, ciò che si presume sussistente è soltanto la proporzionalità tra difesa ed aggressione; tutti gli altri presupposti (necessità di difendersi; pericolo attuale e inevitabile; offesa ingiusta), invece, non si presumono ma devono concretamente sussistere. Di conseguenza, la nuova legittima difesa non consente un’indiscriminata reazione nei confronti del soggetto che si introduce illecitamente nella dimora altrui, ma presuppone comunque un attacco, nell’ambiente domestico, alla propria o all’altrui incolumità, o quanto meno un pericolo di aggressione. Alla luce di ciò, la Corte di Cassazione ha escluso la legittima difesa in relazione all’omicidio di una persona che si era introdotta con l’inganno nel condominio dell’imputata per ottenere il pagamento di un debito [12]. Allo stesso modo, è stata esclusa la scriminante in commento tutte le volte in cui l’aggredito può, senza alcun rischio, rifugiarsi in un posto sicuro per chiamare soccorso oppure allontanarsi dal luogo dell’aggressione [13].

Alcuni casi concreti

Fin da subito la giurisprudenza ha dovuto fare i conti con i problemi interpretativi legati alla portata della legittima difesa domiciliare. Tizio veniva tratto in giudizio con l’accusa di omicidio colposo: nello specifico, gli veniva contestato di aver cagionato per colpa la morte di Caio il quale, una sera, con altre due persone non identificate, si era introdotto furtivamente nella sua abitazione. All’imputato era contestato l’eccesso dai limiti di legge per la difesa del suo diritto in quanto aveva esploso un colpo di pistola dalla finestra dell’abitazione contro Caio che già stava fuggendo. In primo grado Tizio veniva assolto; in appello, invece,  veniva condannato. La Corte di Cassazione, chiamata ad esprimersi sul caso, ha affermato che, nonostante la nuova legittima difesa domiciliare, l’uso di un’arma legittimamente detenuta è giustificata solamente se vi è pericolo per la propria o l’altrui incolumità ovvero per il patrimonio, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione [14]. Nel caso affrontato, Tizio aveva sparato a Caio quando questi aveva già guadagnato la strada e gli dava le spalle: una condotta assolutamente inequivocabile, che non poteva far temere Tizio per la sua incolumità. La Suprema Corte ha perciò ritenuto l’imputato colpevole del reato attribuitogli.

Tizia, giocatrice seriale, perde tutto il danaro del marito. Per nascondere il fatto, chiede un prestito a Caia. Tizia ben presto diventa inadempiente e non restituisce quanto prestatole. Caia, con un pretesto, si presenta a casa di Tizia e minaccia di svelare ai familiari la sua dipendenza dal gioco e il debito che ha contratto se non paga immediatamente. Tizia, sentitasi minacciata in casa propria da Caia, la accoltella per ben trentanove volte. Tratta in giudizio, Tizia invoca la legittima difesa, sostenendo di essersi sentita minacciata nel proprio domicilio. La Corte di Cassazione, nel confermare la condanna della signora ad oltre dodici anni di reclusione, afferma che la causa di giustificazione della legittima difesa non può mai consentire un’indiscriminata reazione nei confronti di chi, seppur con l’inganno, si introduca nella propria dimora, essendo sempre necessario che vi sia il pericolo di un’aggressione [15].

Tizio viene svegliato di notte da alcuni rumori sospetti; dalla finestra scorge Caio che tenta di rubargli l’auto. Gli intima di fermarsi ma Caio continua a manomettere la serratura della portiera. Tizio allora, convinto di aver assolto l’obbligo, impostogli dalla legittima difesa domiciliare, di invitare il malfattore a desistere dalla sua condotta, gli spara con un’arma legalmente detenuta. Anche in questo caso, la Corte di Cassazione ha condannato Tizio: pur non avendo desistito, dal ladro non ci si poteva attendere alcuna aggressione, in quanto il suo intento era chiaramente quello di rubare l’automobile, non di fare del male al proprietario o ai suoi familiari [16].

note

[1] Art. 52 cod. pen.

[2] L. n. 59/2006 del 13.02.2006.

[3] Art. 614 cod. pen.

[4] Cass., sent. n. 25339/2006 del 21.07.2006.

[5] Cass., sent. n. 4194/1985 del 07.05.1985.

[6] Cass., sent. n. 2554/1996 del 07.03.1996.

[7] Cass., sent. del 20.03.1992.

[8] Cass., sent. n. 48742013 del 31.01.2013.

[9] Cass., sent. n. 31633/2008 del 29.07.2008.

[10] Cass., sent. n. 6812/1978 del 30.05.1978.

[11] Cass., sent. n. 1555/1979 del 09.02.1979.

[12] Cass., sent. n. 12466/2007 del 26.03.2006.

[13] Cass., sent. n. 4890/2009 del 04.02.2009.

[14] Cass., sent. n. 32282/2006 del 29.09.2006.

[15] Cass., sent. n. 12466/2007 del 23.03.2007. 

[16] Cass., sent. n. 28802/2014 del 03.07.2014.

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