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Violenza sessuale: quando è reato

10 novembre 2017 | Autore:


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Per la legge italiana non è necessario un rapporto completo per aversi violenza sessuale: è sufficiente che siano coinvolte le zone erogene della vittima.

La violenza sessuale è senz’altro uno dei delitti più riprovevoli, capace di segnare la vittima ben oltre il sopruso fisico patito. L’ordinamento italiano, proprio per contrastare il crescente fenomeno legato agli abusi sessuali, ha previsto una disciplina molto dettagliata, volta a punire qualsiasi tipo di coercizione della sfera sessuale di una persona. Vediamo allora quando è reato di violenza sessuale.

Il delitto di violenza sessuale

Il codice penale punisce con la reclusione da cinque a dieci anni chi, mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali [1]. Si parla in questi casi di violenza per costrizione. Secondo il codice, alla stessa pena soggiace anche chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima, ovvero traendo in inganno la stessa sostituendosi ad altra persona. In queste circostanze, non essendovi nessuna coercizione, si parla di violenza per induzione. La violenza sessuale è un reato comune, cioè un reato che può essere commesso da chiunque, senza la necessità di rivestire qualche particolare qualità (ad esempio, non sono reati comuni l’abuso d’ufficio e il peculato perché possono essere commessi soltanto da un pubblico ufficiale, quindi da un soggetto qualificato). L’elemento soggettivo del delitto è il dolo generico, ovvero la consapevolezza di compiere atti sessuali costringendo o inducendo la vittima a subirli contro il proprio volere. È indifferente il fine specifico dell’aggressore: l’atto sessuale può essere compiuto per dare mero sfogo alla propria libidine, per vendetta, per un malato innamoramento.

Gli atti sessuali

La norma che descrive il reato di violenza sessuale è piuttosto chiara, fatta eccezione per quella che rappresenta la condotta principale, cioè il compimento di atti sessuali. Al fine di definire cosa siano gli atti sessuali al centro del reato in esame si è soliti fare riferimento ad un criterio oggettivo e ad uno soggettivo. Secondo il primo, l’atto sessuale è solamente quelle inerente alle parti del corpo che la scienza medica definisce come zone erogene, cioè quelle zone capaci di stimolare l’istinto sessuale (organi genitali, cosce, labbra, ecc.). L’identificazione della natura sessuale dell’atto, pertanto, deve passare per la previa individuazione della zona corporea che l’autore ha cercato di violare con la propria condotta: se la parte del corpo rientra tra quelle erogene, si integra il reato di violenza sessuale. Secondo il criterio soggettivo, invece, si commette violenza sessuale anche quando la parte del corpo oggetto di attenzioni non può essere definita erogena, ma il comportamento del soggetto è comunque inequivocabilmente teso a raggiungere un piacere sessuale [2]. Secondo questa teoria, quindi, anche un bacio sulla guancia (zona non erogena), se dato all’evidente scopo di godere di una particolare voluttà, può integrare il delitto di cui stiamo parlando (sullo specifico tema del bacio come forma di violenza sessuale si rinvia alla lettura dell’articolo Il bacio è violenza sessuale?).

La giurisprudenza oscilla tra le due teorie: secondo la Corte di Cassazione, la nozione di atti sessuali comprende tutti quegli atti indirizzati verso zone erogene della vittima e quindi anche i toccamenti, palpeggiamenti e sfregamenti sulle parti intime, anche sopra i vestiti, suscettibili di eccitare la voluttà dell’autore [3]. Sempre secondo la Suprema Corte, la condotta vietata nel delitto di violenza sessuale ricomprende, oltre ad ogni forma di congiunzione carnale, qualsiasi atto che, anche senza contatto fisico diretto con la vittima, sia finalizzato ed idoneo a porre in pericolo il bene primario della libertà della persona attraverso l’eccitazione o il soddisfacimento dell’istinto sessuale dell’agente [4].

Alcuni aspetti processuali

Il delitto di violenza sessuale è procedibile soltanto a querela di parte, da proporsi entro sei mesi dalla commissione del fatto. Cosa significa? Secondo il codice di procedura penale [5], la querela è una condizione di procedibilità con la quale si manifesta la volontà di procedere in ordine ad un fatto che costituisce reato. In termini più semplici, la querela è la volontà, manifestata per iscritto o verbalmente da chi è vittima del reato, di perseguire l’autore del fatto delittuoso. Senza questo consenso la legge non può punire l’autore del reato. Al contrario, si procede d’ufficio quando non c’è alcun bisogno che la vittima esterni la sua volontà di far punire il colpevole, in quanto lo Stato procederà indipendentemente da essa. Perché allora alcuni reati sono punibili a querela e altri no? Perché di norma i primi sono meno gravi e, per evitare di ingolfare ancor più la macchina della giustizia, la legge ha pensato di lasciare alla discrezionalità della vittima la loro perseguibilità. Oppure per ragioni di convenienza: ad esempio, il codice penale persegue d’ufficio alcuni delitti contro il patrimonio (furto in abitazione, truffa, ecc.); quando questi, però, sono commessi a danno del coniuge  legalmente separato, ovvero del fratello o della sorella, diventano punibili a querela. La ragione è molto semplice: l’ordinamento lascia alla discrezionalità della persona offesa la scelta di punire o meno una persona a lei legata da sentimenti affettivi o da parentela. Nel caso della violenza sessuale, invece, la ragione della procedibilità a querela di parte non è né quella della minor gravità del reato (anzi, trattasi di reato gravissimo) né quella delle ragioni di convenienza legate al vincolo tra vittima e agente. La legge italiana comprende la delicatezza della situazione in cui versa la vittima di un delitto di questo genere, delitto che, come detto, espone la persona offesa non soltanto ad una violenza fisica, ma anche psicologica. Pertanto, la decisione di attivare la giustizia penale è stata rimessa alla volontà della vittima, l’unica in grado di valutare la convenienza di un procedimento penale che potrebbe ulteriormente provarla. Tra l’altro, l’ordinario termine di proponibilità della querela (pari a tre mesi) è prorogato a sei mesi per consentire alla vittima di affrontare la scelta in maniera più lucida. La querela, una volta sporta, è irrevocabile. Secondo l’ordinamento italiano, si procede invece d’ufficio: 1) se la violenza è commessa nei confronti di persona che al momento del fatto non ha compiuto gli anni diciotto; 2) se il fatto è commesso dall’ascendente, dal genitore, anche adottivo, o dal di lui convivente, dal tutore ovvero da altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia o che abbia con esso una relazione di convivenza; 3) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio nell’esercizio delle proprie funzioni; 4) se il fatto è connesso insieme ad altro delitto per il quale si procede d’ufficio; 5) se il fatto è commesso nei confronti di chi non ha compiuto nemmeno dieci anni.

Infine, sempre al fine di garantire la maggiore tutela possibile alle vittime di questo reato, la persona offesa può essere ammessa al gratuito patrocinio anche in deroga ai normali limiti di reddito previsti dalla legge [6].

Le avances sul posto di lavoro

Sono molteplici le ipotesi che integrano il reato di violenza sessuale. Ad esempio, rischiano di sfociare in questo odioso delitto anche le eccessive ed insistenti attenzioni rivolte nei confronti dei colleghi di lavoro. Quando, infatti, le avances trascendono la mera richiesta, la lusinga o il comportamento poco consono sul luogo di lavoro, è possibile che si concretizzi il reato di violenza sessuale. Perché le avances possano integrare il reato in questione è necessario che le stesse siano qualificabili come atti sessuali. V’è da dire che, come sempre accade, la valutazione va rimessa al giudice, il quale dovrà esaminare attentamente il fatto nella sua concretezza e stabilire se un atto non rivolto ad una zona erogena possa essere penalmente rilevante. Nel caso delle avances su luogo di lavoro, rileveranno anche l’eventuale condotta reiterata del  datore/collega, il fine che intende perseguire, i rapporti tra vittima e autore. Spesso, però, è difficile dimostrare la violenza subita, soprattutto quando non ci sono testimoni. A tal proposito, interessante è una sentenza della Corte di Cassazione riguardante una dipendente che aveva rinunciato al posto fisso perché molestata sul lavoro [7]. Secondo la Suprema Corte, la decisione di lasciare un posto di lavoro sicuro, da parte di una giovane donna, a pochi giorni dall’assunzione e in zone afflitte da preoccupante disoccupazione giovanile, è indice di genuinità delle accuse mosse al datore di lavoro, il quale quindi è stato condannato in base alle sole accuse della vittima.

Le molestie sessuali

Ben diverso è il reato di molestie sessuali. Il codice penale punisce con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro chi, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo [8]. Dalla lettura della norma si evince che il legislatore non ha previsto un autonomo delitto di molestie sessuali, bensì un più generico reato di molestia o disturbo alle persone arrecato per una ragione riprovevole. La fattispecie è completamente diversa da quella, sopra menzionata, della violenza sessuale. Il bene giuridico tutelato è sia la tranquillità pubblica che quella del privato (reato cosiddetto plurioffensivo): nel primo caso, rileva che la condotta molesta avvenga in luogo pubblico o aperto al pubblico; nel secondo, invece, l’utilizzo del mezzo telefonico o di qualsiasi altro idoneo ad arrecare disturbo. Trattasi di una contravvenzione, cioè di un reato minore, non punito con la reclusione e suscettibile di prescrizione più breve di quella prevista per i delitti. Detto ciò, secondo la Corte di Cassazione integra il reato di molestie la condotta di continuo ed insistente corteggiamento che risulti sgradito alla persona destinataria [9]. Nel caso affrontato dai giudici, l’ex fidanzato della persona offesa le aveva rivolto frasi ed attenzioni per ore, alla presenza di numerosi avventori del locale pubblico ove la donna lavorava come cameriera. Ancora, costituisce il reato di molestie l’insistente corteggiamento di una donna che si estrinsechi in ripetuti pedinamenti e in continue telefonate [10]. Commette la stessa contravvenzione anche la donna che segue metodicamente in automobile l’ex fidanzato e lo infastidisce [11], nonché l’uomo che, durante una proiezione cinematografica, taglia una ciocca di capelli alla ragazza che gli siede davanti [12].

Alcuni casi pratici

Secondo la Corte di Cassazione, in tema di reati sessuali, il toccamento non casuale di una parte del corpo non considerata come zona erogena ma suscettibile di eccitare il desiderio sessuale configura il delitto di violenza sessuale tentata e non quello di molestia sessuale, dovendosi quest’ultimo ritenere integrato solo in presenza di espressioni volgari a sfondo sessuale ovvero di atti di corteggiamento invasivo ed insistito diversi dall’abuso sessuale vero e proprio [13]. Sempre la Suprema Corte ha ritenuto che il toccamento dei glutei va considerato violenza sessuale e non molestia, atteso che nel reato di violenza la condotta sanzionata (cioè gli atti sessuali) comprende qualsiasi atto che, risolvendosi in un contatto corporeo, pur se fugace ed estemporaneo, ponga in pericolo la libera autodeterminazione della vittima [14]. Una sentenza più recente ha invece stabilito che quando il corteggiamento molesto consiste in gesti a sfondo sessuale ed esplicite allusioni, può integrarsi il tentativo di violenza sessuale nel caso in cui la vittima non abbia possibilità di fuga [15]. Anche in questa circostanza, infatti, la libertà sessuale della vittima aveva subito una costrizione intollerabile poiché il reo si era rifiutato di aprire la porta del mezzo di trasporto da lui condotto, impedendo il passaggio alla donna e costringendola ad osservare i suoi osceni atteggiamenti. Sempre secondo la Suprema Corte, integra il reato di violenza sessuale anche la condotta del signore che ferma per strada una ragazza e, dopo un breve colloquio, le mette addosso alcune gocce di profumo, accarezzandole i polsi e dandole un bacio sulla guancia: per la Corte di Cassazione, infatti, il riferimento al sesso comporta un rapporto corporale che non deve necessariamente limitarsi agli organi genitali, ma comprende anche le zone erogene tra le quali rientrano anche i polsi [16].

note

[1] Art. 609-bis cod. pen.

[2] Fiandaca – Musco, Diritto penale. Parte speciale.

[3] Cass., sent. n. 21167/2006 del 25.05.2006.

[4] Cass., sent. n. 1040/1997 del 15.11.1996.

[5] Art. 336 ss. c.p.p.

[6] Art. 76, comma 4 ter, D.P.R. 115/2002.

[7] Cass. sent. n. 5436/2017.

[8] Art. 660 cod. pen.

[9] Cass., sent. n. 19483/2007 del 23.04.2007.

[10] Cass., sent. n. 6905/1992 del 28.01.1992.

[11] Cass., sent. del 17.10.1961.

[12] Cass., sent. del 06.03.1953.

[13] Cass., sent. n. 27762/2008 del 06.06.2008.

[14] Cass., sent. n. 7369/2006 del 25.01.2006.

[15] Cass., sent. n. 38719/2012 del 04.10.2012.

[16] Cass., sent. n. 8417/2003 del 15.05.2003.

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