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Editoriali Lotta alla pirateria digitale: la Commissione UE fa dietrofront

Editoriali Pubblicato il 12 novembre 2012

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> Editoriali Pubblicato il 12 novembre 2012

Sembra che la Commissione Europea voglia affermare la necessità di una rivisitazione del problema sul file sharing e di una riforma dei diritti d’autore.

La Commissione Europea ha pubblicato la relazione “Measuring IPRinfringements in the Internal Market“: uno studio, da essa stessa finanziato, volto a quantificare l’impatto delle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale sull’economia europea. E il risultato, per come c’era da attendersi, è stato sorprendente.

Ma, prima di leggere gli esiti del rapporto, vorrei ricordarvi una storia non troppo lontana dai giorni nostri.

Quando, negli anni ’70, fu messo al bando il DDT, furono valorizzati alcuni studi che attribuivano al pesticida gravissimi danni per la salute dell’uomo, oltre al fatto di non poter essere smaltito dalla natura: in definitiva, si fece credere che il DDT era il nemico “numero Uno” del pianeta e che solo dopo la sua eliminazione l’umanità avrebbe vissuto un periodo di serenità, pace e prosperità.

Non passarono molti anni che le iniziali tesi vennero poco alla volta demolite. Si disse infatti che i danni sull’essere umano erano tutt’altro che dimostrabili e che la natura, in un arco di tempo dai 2 ai 15 anni, era capace di debellare dall’ecosistema le scorie del DDT.

Ma soprattutto, senza l’uso del DDT, si registrò un aumento vertiginoso della malaria, che invece il pesticida aveva quasi completamente debellato. Ritornarono le specie più pericolose di insetti, che rovinarono distese di piantagioni, riducendo alla fame intere popolazioni dell’Africa. Molta gente morì di fame e anche a causa delle punture di insetti.

Alla fine, i danni (peraltro mai provati) che il DDT poteva fare erano di gran lunga inferiori a quelli che la sua criminalizzazione portò.

Chissà per quale strana circostanza, la nostra cultura tende ad attribuire il massimo rilievo alla parola “studio”. Se c’è uno “studio” che dimostra qualcosa, nessuno si sforza di comprenderne il significato e la fonte da cui proviene, ma, al contrario, se ne acquisiscono i risultati come un dato di fatto. A uno “studio” su un campione di cinque persone viene data la stessa importanza che a uno studio su cinque milioni di persone.

Insomma, uno “studio” sembra suscitare nel popolo quella reverenza che si accosta generalmente non tanto all’idea di una semplice “ipotesi”, ma piuttosto al puro assioma!

Se lo dice lo studio, allora è certamente così”. Siamo figli di una cultura mediatica che fa leva sul sensazionalismo.

Così è stato sino ad oggi con la pirateria digitale. Gran parte degli studi sono stati commissionati da soggetti privati, generalmente collegati in qualche modo con l’industria dei contenuti, quella legata alla “old economy”.

Si è detto che la pirateria digitale danneggia l’economia e provoca disoccupazione. E probabilmente è vero. Ma solo in certi ambiti e in determinati contesti spazio-temporali.

Anche la “pirateria” – prescindendo da una valutazione sull’opportunità del fenomeno (per la quale vi rimando qua) – ha un suo business che va, di fatto, a sovrapporsi a quello che cerca di soppiantare. Una maggiore diffusione delle opere d’arte sposta i capitali dalle industrie dei contenuti agli autori, dalle aziende ancorate al supporto materiale a quelle interessate alla libera circolazione dei contenuti sul web. Insomma, è una pura “partita di giro”.

E così, come era stato per il DDT, anche la Commissione Europea si è messa a fare del revisionismo storico. Secondo lo studio della Commissione, “la maggior parte di queste misurazioni [quelle tradizionali, che denunciano la pirateria come un male, N.d.r.] non hanno una metodologia trasparente, soffrono di gravi limiti metodologici o di dati o sono finanziate dai soggetti interessati al dibattito. Ciò significa che le stime risultanti devono essere fortemente ridimensionate e riqualificate, mettendo in discussione la misura in cui esse sono utili per i governi e le imprese che cercano di capire e affrontare il fenomeno. Senza stime oggettive e affidabili del grado delle violazioni è difficile trattare questi argomenti”.

In altre parole, l’esecutivo europeo ammonisce gli Stati membri e tuona con parole forti. I tempi sono maturi – sembra affermare la Commissione – per una rivisitazione del problema sul file sharing e sulla riforma dei diritti d’autore: non fidatevi degli studi finanziati dalle industrie che hanno interessi nel settore.

Il rapporto completo è disponibile al seguente indirizzo:

http://ec.europa.eu/internal_market/iprenforcement/docs/ipr_infringment-report_en.pdf

 


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1 Commento

  1. NO COPY. NO PARTY. NTERNET DI PER SE’ E’ UN SISTEMA PIRATA PERCHE’ CONSENTE COPIE ALL’INFINITO Non è la pirateria digitale che danneggia l’economia e provoca disoccupazione ma è Internet che ha rivoluzionato i sistemi di diffusione di arte cultura e richiede adeguamenti dell’industria che deve passare dal supporto materiale a quelo digitale con tutte le conseguenze.

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