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Lo sai che? Scostamenti studi di settore: come calcolarli?

Lo sai che? Pubblicato il 28 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 ottobre 2017

Studi di settore: come calcolare lo scostamento per verificare che non sia grave? Il controllo dell’Agenzia delle entrate parte in automatico con questi scostamenti?

L’accertamento derivante dall’applicazione degli studi di settore è classificabile come accertamento induttivo. Ciò significa che un accertamento di questo tipo si basa sulla presunzione che il ricavo del settore di riferimento non possa essere inferiore a quello che viene individuato nei decreti che recepiscono lo studio di settore. Lo scostamento dei ricavi dichiarati rispetto ai ricavi indicati nello studio di settore di riferimento legittima, perciò, l’Agenzia delle entrate ad avviare l’attività di accertamento. Ciò non significa, però, che l’esito dell’attività di accertamento debba necessariamente condurre alla emissione di un avviso di accertamento di maggiori ricavi (l’Agenzia delle entrate, infatti, se non emergessero, come si dirà in seguito, ulteriori elementi probatori o, se nel contraddittorio con il contribuente, emergessero valide motivazioni a giustificazione dello scostamento, dovrebbe arrestare l’attività accertativa e non emettere alcun avviso). Difatti, la giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione [1] conferma la perdurante necessità (perché sia legittimo l’accertamento basato sugli studi di settore) che il divario tra i ricavi dichiarati dal contribuente e le risultanze degli studi dia luogo  a gravi incongruenze. Ciò vuol dire che:

  • lo scostamento tra ricavo dichiarato e ricavo presupposto dagli studi non è di per sé sufficiente da solo per rendere legittimo un avviso di accertamento fondato sull’applicazione degli studi di settore e che,
  • soprattutto, non tocca al contribuente valutare e stabilire se lo scostamento sia o meno grave, ma spetta all’Amministrazione dimostrare (con ulteriori elementi di prova) che lo scostamento riscontrato sia sintomo di gravi incongruenze soprattutto poi se lo scostamento è oggettivamente non rilevante (e fu valutato oggettivamente non rilevante lo scostamento, pari al 2,88%, portato all’attenzione dei giudici nel giudizio conclusosi con la sentenza citata).

La Cassazione, infatti, nel confermare l’esito del giudizio di appello che aveva annullato l’avviso di accertamento fondato sull’applicazione degli studi, motivò la propria decisione affermando che l’Agenzia delle entrate non aveva fornito alcun elemento di prova che dimostrasse che lo scostamento tra reddito dichiarato e risultanze dello studio di settore, accertato nella misura – oggettivamente non rilevante – del 2,88%, debba considerarsi, invece, grave in relazione ai dati o parametri di riscontro desumibili dallo studio di settore applicato. Da tale sentenza (confermata da molte altre della stessa Cassazione), quindi, si ricava conclusivamente che lo scostamento non è da solo sufficiente a legittimare l’emissione di un avviso di accertamento, dovendo l’Amministrazione dimostrare (anche a seguito del contraddittorio con il contribuente che in questa materia è obbligatorio e durante il quale il contribuente medesimo può addurre tutte le giustificazioni ed esibire tutta la documentazione utile) che lo scostamento stesso sia grave in relazione ai dati o ai parametri di riscontro che si desumono dallo studio applicato (dati o parametri che, come noto, il contribuente, in sede di applicazione degli studi, è tenuto a comunicare). Le gravi incongruenze, perciò, che legittimano l’Amministrazione ad emettere un avviso di accertamento basato sugli studi di settore, devono essere:

  • provate dall’Amministrazione,
  • non possono risolversi nel semplice fatto dello scostamento tra ricavi dichiarati e ricavi presunti,
  • devono emergere nel raffronto con i dati e i parametri di riscontro indicati nello studio applicato al caso specifico e, infine,
  • devono superare e resistere alle motivazioni e giustificazioni che il contribuente avrà portato nel contraddittorio con l’Amministrazione.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Angelo Forte

note

[1] Cass. sent. n. 7222 del 10.04.2015.


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