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Decreto ingiuntivo: che fare se non posso pagare?

28 ottobre 2017


Decreto ingiuntivo: che fare se non posso pagare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 ottobre 2017



Ho fornito materiale a un’azienda agricola e ho dovuto notificare decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo a cui l’azienda ha fatto opposizione. Il giudice ha revocato la provvisoria esecuzione ma io non posso pagare. Che fare?

Nel quesito sono posti una serie di domande collegate tutte a una situazione che, per esperienza, capita di frequente: il rischio di dover pagare le imposte (dirette – Irpef o Ires – e l’Iva) per l’imprenditore che, fidandosi del cliente, dopo aver trasferito e consegnato la merce non riesce a incassare le somme della vendita. In questi casi, la legislazione fiscale vigente è molto diffidente nei confronti dell’imprenditore, richiedendo stringenti requisiti per consentire l’emissione di una nota di credito per recuperare l’Iva già addebitata in fattura o per riconoscere la rilevanza fiscale della perdita del credito. Tali disposizioni si scontrano poi con l’estrema lentezza della giustizia italiana causando all’imprenditore un duplice danno: non riuscire nel breve periodo a recuperare le somme dal cliente su cui è obbligato anche a pagare le imposte. Nel caso della lettrice, tuttavia, sembrano essere presenti alcuni presupposti per consentire un parziale recupero dell’Iva da versare e il diritto alla deduzione della perdita del credito.

È lecito procedere con una nota di accredito per la fattura di 150.000 euro? [1] La nota di accredito può essere emessa entro un anno dalla effettuazione dell’operazione (che, nel caso di specie, coincide con la consegna e l’installazione dei beni), solo però quando la variazione dell’imponibile derivi da un sopravvenuto accordo tra le parti. Nel caso della lettrice è evidente che:

  • non si tratta di sopravvenuto accordo tra le parti, essendo in corso tra l’altro una causa;
  • sembra sia già trascorso più di un anno dalla consegna dei beni venduti, avvenuta presumibilmente a febbraio 2013.

Nel caso di specie, però, la nota di credito può essere emessa anche senza limiti di tempo: se un’operazione per la quale sia stata emessa fattura, successivamente alla registrazione, viene meno in tutto o in parte, o se ne riduce l’ammontare imponibile, in conseguenza di dichiarazione di nullità, annullamento, revoca, risoluzione, rescissione e simili o per mancato pagamento in tutto o in parte a causa di procedure concorsuali o di procedure esecutive rimaste infruttuose o in conseguenza dell’applicazione di abbuoni o sconti previsti contrattualmente, il cedente del bene o prestatore del servizio ha diritto di portare in detrazione l’imposta corrispondente alla variazione, registrandola. Il cessionario o committente, che abbia già registrato l’operazione, deve in tal caso registrare la variazione, salvo il suo diritto alla restituzione dell’importo pagato al cedente o prestatore a titolo di rivalsa. Queste disposizioni non possono essere applicate dopo il decorso di un anno dall’effettuazione dell’operazione imponibile qualora gli eventi ivi indicati si verifichino in dipendenza di sopravvenuto accordo fra le parti e possono essere applicate, entro lo stesso termine, anche in caso di rettifica di inesattezze della fatturazione:

  • situazioni che portano alla nullità, all’annullamento, alla revoca, alla risoluzione, alla rescissione e similari della cessione/prestazione (se non derivanti da sopravvenuto accordo tra le parti);
  • la presenza di sconti e abbuoni già previsti nel contratto originale (e quindi non accordati in un tempo successivo);
  • mancato pagamento (totale o parziale) a seguito di procedure concorsuali o di procedure esecutive non andate a buon fine.

Escludendo i primi due casi, nella circostanza descritta sembra possibile poter applicare l’ipotesi dell’emissione della nota di credito a seguito del pignoramento mobiliare che ha dato esito negativo, rientrando questa nelle ipotesi di procedure esecutive non andate a buon fine. Il diritto all’emissione della nota di variazione nasce dall’esito infruttuoso delle procedure esecutive che si manifesta quando:

  • le somme ricavate dalla vendita coattiva dei beni dell’esecutato non sono sufficienti in tutto o in parte a soddisfare il credito;
  • sia stata accertata e documentata dagli organi della procedura l’insussistenza di beni assoggettabili all’esecuzione.

In questo caso, sulla base del verbale negativo di pignoramento mobiliare ed in assenza di beni immobili in capo al debitore, la lettrice ha diritto a emettere nota di variazione per quella parte di denaro che il cliente non le ha pagato. Per quanto riguarda la predisposizione della nota di variazione tale documento dovrà:

  1. essere intestato al debitore originario;
  2. contenere il riferimento alla fattura originariamente emessa;
  3. contenere l’indicazione dell’avvenuta emissione a seguito della infruttuosa conclusione della procedura esecutiva cui il debitore è stato sottoposto.

Nel caso della lettrice sussiste un minimo rischio di contestazione da parte dell’Agenzia delle entrate dell’eventuale nota di variazione poiché, per come da lei detto, è stata revocata la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo, per cui non avrebbe allo stato il titolo su cui è stata fondata la procedura esecutiva già esperita, sebbene con esito negativo. Inoltre, la legge parla di procedure esecutive non andate a buon fine, riferendosi al plurale e, quindi, a più procedure esecutive tentate. Nel caso di specie, tuttavia, l’inesistenza di beni immobili intestati al debitore sarebbe sufficiente a dimostrare l’inutilità di avviare un’ulteriore procedura esecutiva (immobiliare) e, quindi, legittimare l’emissione della nota di credito. Infine, è richiesta l’emissione della nota di credito con la data dell’effettiva conoscenza del verbale negativo di pignoramento mobiliare, che andrà conservato e allegato alla nota di variazione in caso di controlli.

Quali potrebbero essere gli effetti fiscali e giuridici sul decreto ingiuntivo e la relativa causa di opposizione? Nel caso di mancato pagamento della nota credito a seguito di procedura esecutiva infruttuosa, la variazione in diminuzione dell’imponibile e dell’imposta ha rilevanza esclusivamente fiscale, non implicando in alcun modo la rinuncia al credito insoddisfatto. La stessa, quindi, non avrebbe alcun effetto giuridico sul decreto ingiuntivo e sulla relativa causa di opposizione.

Come si può giustificare il trasferimento di materiale, che si vuole comunque recuperare, nel caso si potesse procedere con una nota di accredito? La legge non richiede alcuna giustificazione del trasferimento del materiale, poiché la nota credito si basa sul mancato pagamento e la merce o i beni non risultano restituiti.

Per sbloccare lo stallo dell’attuale causa ordinaria, si può promuovere un sequestro sui beni che la lettrice ha trasferito? In presenza dei presupposti previsti dalla legge è possibile richiedere un sequestro conservativo sui beni del debitore, tra cui quelli trasferiti, anche se per esprimere un parere sulla relativa azione è necessario leggere le contestazioni mosse nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo. In generale il provvedimento di sequestro conservativo sui beni del debitore viene emesso in presenza di alcun requisiti, spesso valutati in modo molto rigoroso dai giudici e con onere a carico di chi promuove l’azione:

  • fumus boni iuris: il richiedente dovrà dimostrare la probabile esistenza del suo credito;
  • periculum in mora: il richiedente dovrà dimostrare l’esistenza di fondato timore di perdere la garanzia del proprio credito.

Come ci si può tutelare dal fisco? Con riferimento alla normativa Iva si richiama quanto già detto. Ai fini delle imposte dirette, invece, le norme di riferimento sono altre [2]. Le perdite di beni, commisurate al costo non ammortizzato di essi, e le perdite su crediti sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi e in ogni caso, per le perdite su crediti, se il debitore è assoggettato a procedure concorsuali o ha concluso un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato. Il debitore si considera assoggettato a procedura concorsuale dalla data della sentenza dichiarativa del fallimento o del provvedimento che ordina la liquidazione coatta amministrativa o del decreto di ammissione alla procedura di concordato preventivo o del decreto di omologazione dell’accordo di ristrutturazione o del decreto che dispone la procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi. Gli elementi certi e precisi sussistono in ogni caso quando il credito sia di modesta entità e sia decorso un periodo di sei mesi dalla scadenza di pagamento del credito stesso. Il credito si considera di modesta entità quando ammonta ad un importo non superiore a 5.000 euro per le imprese di più rilevante dimensione e non superiore a 2.500 euro per le altre imprese. Anche l’esistenza di un verbale di pignoramento mobiliare negativo, in assenza di beni immobili del debitore, consente di rilevare fiscalmente la perdita del credito attesa l’infruttuosità dell’azione esecutiva. Se il debitore, tuttavia, è un soggetto che può essere dichiarato fallito è consigliabile prudenzialmente attendere la dichiarazione di fallimento, anche in considerazione del rilevante ammontare del credito.

 

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Paolo Florio

note

[1] La normativa di riferimento in materia di Iva relativa all’emissione di una nota di accredito è l’art. 261, co. 2 e 3, d.P.R. 633 dell’11.11.1972.

[2] La norma generale che regola la deducibilità fiscale della perdita su crediti è rinvenibile nell’art. 101 del Tuir.


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