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File video criptati: attenti a cosa condividete su Internet col filesharing

15 novembre 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 novembre 2012



Si tratterà anche di “spectrial”, messi in piedi contro il filesharing: ma i discografici, quando si ci mettono, sanno come spaventare i pesci piccoli.

Questa volta, il “processo spettacolo è toccato a Kywan Fisher che aveva comprato un DVD in apparenza normale, presso un negozio altrettanto normale, in un normalissimo pomeriggio dell’Illinois. Il giovane, però, ignorava che ormai supporti digitali vengono molti crittografati: contengono cioè un codice (come il codice a barre) che è invisibile, personale e unico. Questo codice può essere recuperato e individuato in qualsiasi momento: anche sulle copie ricavate dall’originale e diffuse sul web. In altre parole, intercettando un file pirata, si può in questo modo risalire al suo originale e, quindi, al “pirata” che lo ha diffuso in rete.

Fisher questo non lo sapeva e – in barba al suo nome – ha abboccato all’amo. Così, dopo aver piazzato un file copia su una piattaforma peer to peer, è stato identificato e citato in giudizio.

Il giudice della Corte dell’Illinois – che solo accidentalmente si chiamava anche lui Fisher (altrimenti il giudizio avrebbe avuto forse un esito diverso) – ha condannato Kywan a pagare un ingente risarcimento alla società produttrice del film “per adulti” piratato dal ragazzo. Insomma: sgamato per un porno! Peggio di così…

Quello che fa di questo caso un episodio sino ad oggi unico è che si tratta del risarcimento più elevato mai inflitto da una Corte per un filesharing: infatti, grazie al nuovo sistema di criptazione, si è riusciti a risalire al numero di download effettuati dalla copia. Ai 3.449 scaricamenti il giudice ha collegato un risarcimento di ben 1.5 milioni di dollari che lo “smanettone” dovrà corrispondere. “Se” e “come” egli corrisponderà queste somme è impossibile dirlo, sebbene il fatto che Fisher abbia preferito non costituirsi in giudizio, ci dice già quali siano le sue intenzioni…

È allarmante, ma il caso di Fisher non è l’unico. Dopo la nota condanna di Tenenbaum, nei tribunali americani si moltiplicano le cause contro gli utenti di BitTorrent.

Uno dei casi più noti è quello di Voltage Pictures, che ha citato in giudizio più di 27.000 persone che avrebbero scaricato il film premio Oscar “The Hurt Locker“.

 

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2 Commenti

  1. Resta il fatto di come provare che sia stato proprio Kywan Fisher a uploadare il file in questione. Si può provare che lo abbia acquistato, si può provare che il file sia stato uploadato dal suo computer ma come si fa a provare che sia stato lui in persona ad effettuare l’upload in assenza di una camera CCTV o di un testimone oculare?

    Chissà se queste considerazioni sono state fatte oppure se la condanna si è basata solo sul principio che se tu compri un supporto codificato e poi questo supporto codificato viene messo in pere-to-peer da qualcuno (magari non da te), tu sarai comunque ritenuto responsabile perché Hollywood esige comunque una vittima sacrificale.

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