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Lo sai che? Co.co.pro. trasformato in lavoro subordinato: quali conseguenze?

Lo sai che? Pubblicato il 1 novembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 novembre 2017

Il mio precedente contratto Co.Co.Pro. è stato trasformato in un rapporto di lavoro subordinato, tramite il Jobs Act, senza nessuna documentazione scritta controfirmata dall’azienda e dal sottoscritto.
Le condizioni dei rapporti precedenti (rimborso spese e chilometrico) sono state mantenute senza soluzioni di continuità.
Si può presupporre che anche le altre condizioni (percentuali sulle vendite) rimangano le stesse senza soluzioni di continuità?

Il decreto legislativo n. 81 del 2015, con il suo articolo 2, ha stabilito che a decorrere dal 1° gennaio 2016 i contratti di lavoro a progetto e le altre prestazioni di lavoro rese in regime di lavoro autonomo siano superati e si applichi ad essi la disciplina del rapporto di lavoro subordinato a due condizioni:

1) se quelle collaborazioni consistevano in prestazioni esclusivamente personali e continuative;

2) se le modalità di esecuzione delle prestazioni di lavoro venivano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro.

A queste condizioni, dunque, anche quelli che erano rapporti di collaborazione a progetto sono soggetti, a decorrere dal 1° gennaio 2016, alla disciplina del rapporto di lavoro subordinato.

Come ha chiarito la Circolare n. 3/2016 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la legge ha voluto riqualificare il rapporto di lavoro che, perciò, ove ricorrano le condizioni sopra indicate sarà, dal 1° gennaio 2016, soggetto alle norme applicabili al rapporto di lavoro subordinato e, quindi, ad esso si dovranno applicare tutti gli istituti previsti dalla legge o dal contratto collettivo per i rapporti di lavoro subordinato (ad esempio in materia di trattamento retributivo, di tutele contro i licenziamenti illegittimi, di orario di lavoro, ecc.).

In base a queste premesse, alla domanda in esame si può fornire la seguente risposta.

La clausola che prevedeva la corresponsione al collaboratore a progetto di una percentuale sulle vendite, può anche essere applicata nell’ambito di un rapporto di lavoro subordinato (così riqualificato), ma a condizione che la retribuzione, in applicazione appunto delle norme che disciplinano il contratto di lavoro subordinato, sia sempre comunque proporzionata alla quantità ed alla qualità del lavoro svolto e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare al lettore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa (articolo 36 della Costituzione).

Ciò che si intende dire è che la retribuzione può anche essere completamente legata ai risultati delle vendite dallo stesso realizzate (come stabilisce l’articolo 2099 del Codice civile) a condizione però che ciò non porti ad una lesione del suo diritto a percepire comunque una retribuzione sufficiente ad assicurare a lui e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa (in quanto appunto lavoratore subordinato).

Le sentenze che si sono occupate del tema hanno chiarito che una retribuzione del lavoratore subordinato esclusivamente fondata su provvigioni mal si concilia con il rapporto di lavoro subordinato: in ogni caso, devono considerarsi eccezionali le forme di retribuzione del lavoro subordinato con provvigione senza una contemporanea pattuizione di una retribuzione – base o di minimi garantiti (così, ad esempio ha deliberato la Corte di Cassazione con sentenza n. 35 del 5 gennaio 1984).

In ogni caso, si tenga presente che al rapporto, oggi qualificato come rapporto di lavoro subordinato,

devono essere applicate le norme, anche in tema di determinazione della retribuzione, previste dal contratto nazionale collettivo di riferimento (in relazione alle mansioni dal lettore svolte) e, in mancanza di un contratto collettivo direttamente riferibile alle mansioni da questi svolte o nel caso in cui il datore non abbia mai provveduto alla sua applicazione, potrà essere il giudice (su ricorso del lettore) a determinare il trattamento economico da corrispondere ricorrendo alle tabelle stipendiali contenute nel contratto collettivo del settore di appartenenza o a quello più affine rispetto alle mansioni svolte.

Tutto quello che si è detto significa, in sostanza, che il lettore ha diritto ad una retribuzione dignitosa e che se quella che gli viene corrisposta non lo fosse, questi può richiedere l’applicazione delle norme sulla determinazione della retribuzione contenute nel contratto collettivo nazionale di riferimento (o di quello più affine), se del caso ricorrendo al giudice del lavoro se il datore di lavoro si rifiutasse di applicarle.

Chiaramente se il datore di lavoro già riconosce al lettore una paga base minima (integrata da percentuali sulle vendite), quest’ultimo dovrà comunque verificare (nel suo interesse) se la sommatoria di paga base e incentivi rispetti sia le norme sulla determinazione della retribuzione contenute nel contratto collettivo nazionale applicabile sia, in ogni caso, il principio costituzionale che sopra più volte evidenziato che impone di corrispondere al lavoratore una retribuzione proporzionata e sufficiente (articolo 36 della Costituzione).

Articolo tratto dalla consulenza dell’avv. Angelo Forte


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