Diritto e Fisco | Articoli

Sky con smart card non originale: cosa rischio?

10 ottobre 2017


Sky con smart card non originale: cosa rischio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 ottobre 2017



Commette reato e rischia il carcere con la multa chi installa Sky taroccato a casa.

Non sono in molti che lo fanno, ma chi ci riesce può vedere Sky e le altre pay-tv senza pagare. Si tratta di avere una smart card non originale per taroccare il sistema di ricezione della tv a pagamento. Esistono anche altri sistemi per violare i codici criptati e, in alcuni casi, i sistemi illegali sono anche a pagamento (ma a un prezzo molto più basso rispetto a quello “ufficiale”). Sky e Mediaset non “stanno a guardare”; per difendere i propri ricavi e dissuadere la massa dall’intraprendete tecniche di pirateria televisiva, hanno più volte azionato le tutele legali tramite la guardia di Finanza. Ciò nonostante, se digiti su Google Ipt 10 euro (internet protocol television) esce fuori un numero di risultati enorme. Tutti illegali. Ma cosa rischia chi guarda Sky con una smart card non originale? A chiarirlo è stata la Cassazione [1] con una sentenza di poche ore fa. Ecco cosa dicono i giudici supremi.

Chi guarda la pay-tv e Sky taroccati rischia il carcere e una sonora multa. Si tratta, infatti, di una violazione dei diritti d’autore dei broadcaster internazionali che, ai sensi della nostra attuale legge, costituisce reato [2]. Secondo la Cassazione l’illecito penale scatta tutte le volte in cui qualcuno guarda la tv satellitare senza pagare il canone, al di là del metodo adottato per eludere la protezione del segnale, dal card sharing ai codici comprati online. Non solo. Del reato risponde tanto chi agisce per fini di lucro (ad esempio trasmettendo le trasmissioni in un locale o in una associazione, facendo pagare una quota individuale), sia chi invece agisce per interesse personale, ossia per uso domestico. Non c’è quindi bisogno di invitare una cerchia di amici per commettere reato se l’intercettazione del segnale criptato avviene con strumenti non consentiti dalla legge.

Completamente diversa è la posizione di chi utilizza il decoder originale con un circolo di amici o al club: in questo caso, secondo la giurisprudenza [3], non c’è reato a condividere la visione di un film o di una partita da un decoder o dalla scheda per uso domestico, se in presenza di poche persone e senza finalità di lucro.

Ritornando al caso di chi usa pla pay-tv taroccata, la posizione della Cassazione è molto più rigida. Non conta il fatto di aver acquistato i codici per vedere Sky da internet o che questi siano di un’altra persona che li abbia “prestati”. Scatta ugualmente la responsabilità penale per l’utilizzo del card sharing che consiste nel condividere fra più persone un abbonamento regolarmente pagato grazie a un sistema pirata. Chi utilizza dispositivi che consentono l’accesso al servizi criptati come la televisione satellitare compie un reato sanzionato dalla legge sul diritto d’autore con pene tutt’altro che soft: è prevista la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 2.582 a 25.822 euro.

I Supremi giudici hanno così pienamente confermato il giudizio d’appello che aveva condannato a quattro mesi di reclusione e a 2000 euro di multa un soggetto che aveva installato un apparecchio con decoder regolarmente alimentato alla rete Lan domestica e internet collegato alla tv e connessione all’impianto satellitare, rendendo così visibili i canali televisivi del gruppo Sky. In questo modo, si legge nella decisione, sono state eluse le misure tecnologiche destinate a impedire l’accesso indiscriminato.

La decodificazione ad uso privato di programmi televisivi ad accesso condizionato, rendendo visibili i canali Sky senza il pagamento del canone, integra reato.

note

[1] Cass. sent. n. 46443/17 del 10.10.2017.

[2] Art. 171octies Legge sul diritto d’autore:

«1.Qualora il fatto non costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 2.582 a euro 25.822 chiunque a fini fraudolenti produce, pone in vendita, importa, promuove, installa, modifica, utilizza per uso pubblico e privato apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni audiovisive ad accesso condizionato effettuate via etere, via satellite, via cavo, in forma sia analogica sia digitale. Si intendono ad accesso condizionato tutti i segnali audiovisivi trasmessi da emittenti italiane o estere in forma tale da rendere gli stessi . visibili esclusivamente a gruppi chiusi di utenti selezionati dal soggetto che effettua l’emissione del segnale, indipendentemente dalla imposizione di un canone per la fruizione di tale servizio.

2.La pena non è inferiore a due anni di reclusione e la multa a euro 15.493 se il fatto è di rilevante gravità».

La norma, prima depenalizzata dal Dlgs 373/2000, successivamente ha riacquistato la natura penale a seguito delle modifiche apportate dall’articolo 1 della legge 7 febbraio 2003 n. 22, con la previsione per l’appunto anche delle sanzioni penali e delle altre misure accessorie ex articoli 171-bis e 171-octies della legge 633/1941.

[3] Trib. Bari sent. n. 1413/17 del 28.03.2017.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 30 gennaio – 10 ottobre 2017, n. 46443
Presidente Cavallo – Relatore Galterio

Ritenuto in fatto

1.Con sentenza in data 12.4.2016 la Corte di Appello di Palermo ha confermato integralmente la sentenza di primo grado che aveva condannato Fi. In. alla pena di quattro mesi di reclusione ed Euro 2.000 di multa per avere in violazione dell’art.171 octies L.633/1941 installato un apparecchio con decoder regolarmente alimentato alla rete LAN domestica ed internet collegato con apparato TV e connessione all’impianto satellitare così rendendo visibili i canali televisivi del gruppo SKY Italia in assenza della relativa smart card.
Avverso la suddetta sentenza ricorre in Cassazione l’imputato affidando il proprio ricorso ad un unico motivo con il quale deduce, in relazione al vizio di violazione di legge ed al vizio motivazionale, l’erronea qualificazione del fatto ai sensi dell’art.171 octies L.633/1941, norma del tutto residuale riservata esclusivamente ad attività illecite a livello professionale, deponendo invece il riferimento ad un canone imposto per l’accesso alla visione dei programmi dell’emittente Sky e lo scopo di lucro sotto il profilo soggettivo da contrapporsi a quello fraudolento, assente nella fattispecie, per la riconducibilità della condotta nell’alveo normativo dell’art.171 ter comma 1. lett.f) L.633/1941. Sostiene inoltre il ricorrente che nessuna spiegazione sia stata dalla sentenza, che fonda il verdetto di colpevolezza sul sistema del card sharing, ravvisabile in presenza del Kit sharing consistente in un decoder e in una smart card collegata, come l’imputato avesse potuto accedere alla visione dei canali Sky in assenza di una smart card, mai rinvenuta presso la propria abitazione, senza tenere conto della versione fornita dallo stesso, che aveva affermato di aver acquistato i codici di decodifica sul web.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.
Il ricorrente censura con l’unico motivo di ricorso svolto la sentenza impugnata sotto il profilo del vizio di violazione di legge e di carenza o illogicità motivazionale, tra loro all’evidenza contraddittori posto che da un canto si duole dell’erronea qualificazione giuridica del fatto e dall’altro lamenta il salto logico effettuato dall’accertamento del fatto, consistito nella decodifica del segnale satellitare Sky nella propria abitazione, all’applicazione della fattispecie di reato ascrittagli. Il vizio di cui all’art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen. riguarda l’erronea interpretazione della legge penale sostanziale (ossia, la sua inosservanza) ovvero l’erronea applicazione della stessa al caso concreto (e, dunque, l’erronea qualificazione giuridica del fatto o la sussunzione del caso concreto sotto la fattispecie astratta), mentre il vizio motivazionale presuppone un’erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta, ipotesi, questa, mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Sez. 5, n. 47575 del 07/10/2016 – dep. 10/11/2016, P.M. in proc. Al. e altri, Rv. 26840401). La ricostruzione in fatto operata dalla Corte territoriale non è contestata dal ricorrente, che censura invece l’erronea applicazione dell’art. 171-octies L.633/1941 alla fattispecie concreta. Conseguentemente non è profilabile alcun vizio motivazionale tenuto conto che nel giudizio di cassazione il vizio di motivazione non è mai denunciabile con riferimento a questioni di diritto, poiché queste, se sono fondate e disattese dal giudice, motivatamente o meno, danno luogo al diverso motivo di censura costituito dalla violazione di legge, mentre, se sono infondate, il loro mancato esame non determina alcun vizio di legittimità della pronuncia (Sez. 1, n. 16372 del 20/03/2015 – dep. 20/04/2015, Rv. 263326).
Così delimitato il perimetro dell’impugnazione, la censura svolta si appalesa, anche in punto di violazione di legge, manifestamente infondata.
Va al riguardo rilevato che l’art. 171 ter lett. f) bis L. 22/4/’41, n. 633, punisce colui il quale “fabbrica, importa, distribuisce, vende, noleggia, cede a qualsiasi titolo, pubblicizza per la vendita o il noleggio o detiene per scopi commerciali, attrezzature, prodotti o componenti, ovvero presta servizi che abbiano la prevalente finalità o l’uso commerciale di eludere efficaci misure tecnologiche di cui all’art. 102 quater, ovvero siano principalmente progettati, prodotti, adattati o realizzati con la finalità di rendere possibile o facilitare l’elusione di predette misure….”; e che, invece, l’art. 171 octies L. 633/’41 sanziona chi “a fini fraudolenti produce, pone in vendita, importa, promuove, installa, modifica, utilizza, per uso pubblico e privato, apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni audiovisive ad accesso condizionato, effettuate via etere, via satellite o via cavo, in forma sia analogica, che digitale”. Invero i fatti previsti dalla norma di legge da ultimo riportata, introdotta dall’art. 17 L. 18/8/’00, n. 248, depenalizzati dalla successiva emanazione del D.Lgs. 15/11/2000 n. 373 (entrato in vigore il 30/12/’00), hanno riacquistato rilievo penale a seguito della modifica apportata, dall’art. 1 L. 7/02/’03, n. 22, all’art. 6 co. 1 del detto decreto legislativo, con la previsione dell’applicabilità anche delle sanzioni penali e delle altre misure accessorie di cui agli artt. 171 bis e 171 octies L. 633/’41 e successive modifiche.
Il raffronto tra le due norme rende palese che le condotte incriminate dall’art.171 lett.f sono tra loro accomunate dalla finalità commerciale concretandosi l’illecito nella immissione sul mercato di prodotti o servizi atti ad eludere le misure tecnologiche di cui all’art.102-quater, non essendo ivi compresa la condotta di chi invece utilizza i dispositivi che consentono l’accesso ad un servizio criptato senza il pagamento del dovuto corrispettivo, condotta questa che è invece espressamente sanzionata dall’art. 171 octies, indipendentemente dall’utilizzo pubblico o privato che venga fatto dell’apparecchio atto alla decodificazione di trasmissioni audiovisive.
Non ricorre, all’evidenza, nessun vizio integrante la violazione di legge: né sotto il profilo dell’inosservanza, non avendo il giudice a quo applicato una determinata disposizione in relazione all’operata rappresentazione della norma, o applicato la norma sul presupposto dell’accertamento di un fatto diverso da quello contemplato dalla fattispecie incriminatrice; né sotto il profilo della erronea applicazione avendo la Corte di merito esattamente interpretato, alla luce dei principi fissati da questa Corte, la disposizione applicata.
Correttamente i giudici palermitani hanno, invero, ricondotto nell’ambito dell’art.171-octies L. 633/1941 la condotta incriminata, pacificamente consistita nella decodificazione ad uso privato di programmi televisivi ad accesso condizionato e, dunque, protetto, eludendo le misure tecnologiche destinate ad impedire l’accesso da parte dell’emittente, senza che assumano rilievo le concrete modalità con cui l’elusione venga attuata, evidenziandone la finalità fraudolenta nel mancato pagamento del canone applicato agli utenti per l’accesso ai suddetti programmi. E’ poi evidente cha dalla ricondotta rilevanza penale del fatto nell’alveo della norma così individuata discenda, de plano, l’antigiuridicità della condotta ascritta all’imputato, non potendosi prendere in esame per le ragioni sopra esposte le ulteriori doglianze svolte sul piano motivazionale, peraltro sviluppate nell’orbita delle mere censure di merito.
Non sussistendo pertanto i presupposti per invocare l’intervento di questa Corte, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente, ai sensi dell’art.616 c.p.p. al pagamento delle spese processuali e di una somma equitativamente liquidata in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

2 Commenti

  1. Complimenti alla Corte di Cassazione per la velocità con cui ha emanato una sentenza , sia pur legittima, che tutela interessi, enormi, di imprenditori mentre, con gli enormi problemi di semplici privati o per corruzione o evasione o altro la giustizia comune impiega anche decenni.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI