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Fallimento società: posso obbligarla a costituire la rendita Inps?

4 novembre 2017


Fallimento società: posso obbligarla a costituire la rendita Inps?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 novembre 2017



Una sentenza mi ha riconosciuto la dirigenza per il periodo 1986-1996 della società fallita. Si può obbligare il nuovo Commissario, direttamente o indirettamente, a costituire la rendita vitalizia presso l’Inps?

Nel caso di mancato o insufficiente versamento dei contributi assicurativi, spettano al lavoratore due distinte azioni nei confronti del datore di lavoro, caratterizzate da presupposti e oggetti diversi. L’una di contenuto risarcitorio [1], la quale postula sia l’inadempienza contributiva, sia la conseguente perdita totale o parziale della prestazione assicurativa. L’altra intesa ad ottenere il versamento all’Inps della somma necessaria a costituire [2] una rendita vitalizia pari alla pensione che spetterebbe al lavoratore in relazione ai contributi omessi, proponibile durante il corso del rapporto assicurativo e dal momento del mancato versamento dei contributi. I lavoratori dipendenti (o coloro che sono già in pensione), possono richiedere la costituzione della rendita vitalizia (riscatto) al datore di lavoro qualora egli abbia omesso il versamento obbligatorio dei contributi e questi non possono più essere richiesti dall’ente previdenziale in ragione dell’intervenuta prescrizione. Essa può essere richiesta sia per omissioni totali, che per omissioni parziali; oppure per coprire parzialmente il periodo durante il quale vi è stata omissione contributiva (ossia limitatamente al periodo necessario per maturare la pensione). Il datore di lavoro è obbligato comunque al versamento all’Inps della relativa riserva matematica. Per il caso in cui egli si rifiuti, può essere chiamato in giudizio affinché sia condannato e provveda in forma specifica (mediante pagamento all’ente previdenziale). Il relativo processo civile dovrà essere instaurato con litisconsorzio necessario tra il datore di lavoro e l’ente previdenziale. Con la domanda di “riscatto” deve essere, inoltre, fornita la prova dell’esistenza del rapporto di lavoro e della misura della retribuzione. Pertanto, deve essere allegata documentazione dotata di data certa utile. A tal proposito, è sicuramente utile la sentenza accertativa della mansione direttiva espletata e il periodo di sua durata con il conseguente differenziale retributivo. Tuttavia, preme puntualizzare che detta sentenza, in astratto, potrebbe non essere sufficiente (occorrerebbe verificare che in essa risultino accertati tutti i requisiti specifici). Detta domanda, inoltre, può essere presentata, oltre che dal datore di lavoro, direttamente dal lavoratore (anche se già pensionato) purché, secondo l’interpretazione unanime della giurisprudenza, egli provi l’impossibilità che la domanda di riscatto e il versamento della corrispettiva riserva matematica siano impossibili da ottenere dal datore di lavoro. Inoltre, è bene precisare che il lavoratore ha diritto di rivalersi sul medesimo datore di lavoro per l’intera somma richiesta dall’ente previdenziale e, quindi, di proporre azione giudiziaria per il risarcimento cosiddetto in forma specifica. Il risarcimento del danno, invece, mira a ottenere la differenza tra quanto percepito dal lavoratore a titolo di pensione e quanto lo stesso avrebbe dovuto percepire se i contributi fossero stati regolarmente versati.

Ciò posto, sulla base degli elementi forniti col quesito e salvo ricorrano specifici comportamenti abusivi, dolosi e/o fraudolenti allo stato non individuabili, la presenza di detti strumenti di carattere eminentemente civilistico volti a tutelare il credito vantato postula l’inesistenza dei margini per evocare una responsabilità di tipo penale in capo ai Commissari succedutisi nel tempo. Il credito del lettore, infatti, sia che sorga a titolo di restituzione di quanto versato all’ente previdenziale per la costituzione della rendita vitalizia, sia che sorga a titolo di risarcimento del danno, è paragonabile a un altro credito dovuto dalla società oggi in concordato preventivo. Non vi potrà essere responsabilità penale, a maggior ragione, qualora la procedura concorsuale versi in uno stato di incapienza rispetto ai debiti in prededuzione. Il credito del lettore, inoltre, benché accertato successivamente e per effetto della sentenza del 2003, è pur sempre relativo a un rapporto anteriore all’ammissione della procedura e, quindi, non può considerarsi prededucibile (tali sono le spese necessarie al funzionamento e all’andamento della procedura concorsuale). Analogamente, non sussistendo una personale responsabilità dei Commissari, quanto piuttosto della società da essi rappresentata, e non essendo radicabile una responsabilità penale in capo agli stessi, sulla base di quanto riferito non pare ugualmente percorribile la via del “coinvolgimento” solidale dei “Commissari” affinché essi rispondano nei confronti del lettore con il proprio patrimonio personale. Il suo caso, inoltre, non pare assimilabile a una ipotesi di evasione contributiva penalmente sanzionabile. Essa, invero, sussiste qualora il datore di lavoro non abbia effettuato i versamenti all’ente previdenziale pur avendone effettuato le relative trattenute. Mentre la specifica omissione contributiva deriva dal mancato riconoscimento economico delle mansioni direttive effettivamente espletate in relazione al quale pare implausibile fossero state effettuate le trattenute. Alla luce di quanto riferito, quindi, la costituzione della rendita agognata dal lettore costituisce un obbligo in capo al datore di lavoro, il quale può essere evocato in giudizio mediante esercizio di una delle due azioni risarcitorie già rammentate. La convenienza e la percorribilità di taluna delle due azioni dovranno essere più approfonditamente valutate mediante un legale di fiducia che valuti anche la solvibilità dell’ex datore di lavoro oggi in concordato preventivo, nonché eventuale sua fallibilità o la risoluzione del concordato preventivo di cui ha beneficiato. Altra opzione da valutare per ottenere la soddisfazione della pretesa del lettore è la sua sostituzione al datore di lavoro nell’avanzare richiesta di “riscatto” per ottenere la rendita vitalizia, per poi agire (eventualmente in litisconsorzio con i commissari) per il rimborso dell’importo sostenuto dal lettore. Anche tale soluzione, tuttavia, implica un più approfondito esame degli elementi di fatto circa l’ammissibilità della domanda alla luce della già rammentata prassi giurisprudenziale, nonché una valutazione della solvibilità della controparte. Dipoi, a suo beneficio, qualora volesse valutare la percorribilità dell’azione di risarcimento del danno per omissione contributiva, essa si fonda sul duplice presupposto:

  • dell’inadempimento contributivo datoriale e
  • della perdita di pensione.

Tali presupposti sorgono al momento in cui il lavoratore ha maturato il diritto alla prestazione previdenziale (raggiungimento dell’età pensionabile) e da tale momento decorre la prescrizione.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Domenico Servello

note

[1] Prevista dall’art. 2116 cod. civ.

[2] Art. 13 l. n. 1338 del 12.08.1962.

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