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Legge oscura, consulente salvo

28 ottobre 2011


Legge oscura, consulente salvo

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 ottobre 2011



Il professionista non risponde di inadempimento nei confronti del cliente – e non è quindi tenuto a pagargli i danni – se la prestazione professionale comporta l’interpretazione di un quadro normativo «confuso».

Il professionista non risponde di inadempimento nei confronti del cliente – e non è quindi tenuto a pagargli i danni – se la prestazione professionale comporta l’interpretazione di un quadro normativo «confuso».

La Corte di Cassazione [1], confermando la decisione già presa dalla Corte di appello di Roma, ha assolto un consulente del lavoro che, sulla base di norme poco chiare, aveva mal consigliato un cliente notaio, inducendolo a versare contributi ridotti per alcuni suoi dipendenti.

I fatti trattati dalla sentenza riguardano il contenzioso tra un notaio romano e il suo consulente del lavoro, che nel 2000 gli aveva suggerito di versare i contributi previdenziali di alcuni dipendenti dello studio – giovani assunti con contratto di formazione e lavoro – in misura fissa (analogamente a quanto previsto all’epoca per i giovani assunti con contratto di apprendistato). Alle successive contestazioni dell’Inps, il notaio aveva deciso di richiedere la sanatoria, pagando le differenze contributive e le sanzioni, salvo poi fare causa al consulente del lavoro. Quest’ultimo, sebbene vinto il primo grado, era stato condannato dalla Corte d’Appello.

Una decisione, quest’ultima, che la Cassazione ha sposato in toto, visto che «nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la responsabilità del professionista, a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave». Tanto più se – altra circostanza rilevante – il cliente ha poi svolto personalmente l’attività esecutiva suggerita dal professionista, mostrando di condividere l’interpretazione suggeritagli delle norme “oscure”.

La sentenza della Cassazione, se da un lato ribadisce un principio civilistico chiaro («Se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave» [2]) dall’altro apre interessanti prospettive anche per le consulenze in materia fiscale e tributaria.

In conclusione, dunque, la Corte ha sottolineato come “la scelta operata dal consulente del lavoro non poteva dirsi abnorme, in quanto frutto di una interpretazione del tutto legittima del confuso quadro normativo”.

di MARIA VALENTI MITTIGA

 

note

[1] Cass. sentenza n. 21700/2011.

[2] Secondo il dettame dell’articolo 2236 cod. civ.

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