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Lo sai che? Licenziamento: come capire se le regole applicate sono giuste?

Lo sai che? Pubblicato il 10 novembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 10 novembre 2017

Licenziamento di un dirigente comunale: il Comune ha applicato le regole proprie della dirigenza e alla reintegra l’ammontare delle mensilità spettanti alla qualifica inferiore. È corretto?

Un aspetto interessante è quello che il lettore solleva con la sua domanda finale cioè se il comportamento di una delle parti di causa, in questo caso l’Amministrazione comunale, parte datoriale, possa configurare l’ipotesi di responsabilità processuale ed in particolare la cosiddetta lite temeraria. Come è noto, la lite temeraria consiste nel comportamento processuale di una parte connotato da mala fede o colpa grave [1]. La norma contempla la responsabilità della parte soccombente per i danni provocati dall’abuso dell’agire o resistere in giudizio. In particolare, sono previste due ipotesi di abuso del processo: la condotta temeraria di chi agisce o resiste in giudizio con la consapevolezza o l’ignoranza dell’infondatezza della propria pretesa o difesa relativamente ad un procedimento ordinario di merito, la seconda riguarda le fasi esecutive o cautelari o successive al processo. La responsabilità aggravata ha natura processuale, ma i danni da risarcire sono di qualsiasi tipo, purché provocati da uno dei comportamenti previsti dalla norma. Più in particolare, la condanna per responsabilità aggravata per colpa grave o dolo presuppone:

  • la soccombenza dell’avversario;
  • la prova dell’altrui malafede o colpa grave nell’agire o resistere in giudizio;
  • la prova del danno subìto a causa della condotta temeraria della controparte.

Pertanto, è necessario dimostrare l’esistenza sia dell’elemento soggettivo consistente nella consapevolezza o nell’ignoranza colpevole dell’infondatezza della propria tesi, sia di quello oggettivo, ovvero il pregiudizio subìto (cioè i danni) a causa della condotta temeraria della parte soccombente. C’è anche una terza ipotesi di responsabilità aggravata, che si colloca ancora nell’ambito delle fattispecie di lite temeraria. Questa ipotesi, tuttavia, non ha natura meramente risarcitoria, come per gli altre due ma “sanzionatoria”, come affermato dalla prevalente giurisprudenza di merito, traducendosi, dunque, in una sanzione d’ufficio. Ciò spiega perché la disposizione esclude, in questo caso, la necessità di avere la prova di un danno di controparte. La disposizione in esame suscita l’attenzione degli interpreti in quanto continua ad essere discussa l’ampiezza della discrezionalità giudiziale nella sua applicazione. In proposito, rilevante appare l’analisi dei caratteri fondamentali che contraddistinguono la condanna. La determinazione della natura giuridica della vicenda è, infatti, assai rilevante per individuare successivamente i criteri per stabilire se ricorrano o meno i presupposti per l’applicazione della norma in esame. È opportuno, peraltro, osservare come l’istituto in esame si ponga in contrasto con il ripetuto indirizzo giurisprudenziale che nega la compatibilità costituzionale dei cosiddetti danni punitivi. In particolare, la norma si pone in contrasto anche con l’esercizio di facoltà previste dall’ordinamento e di diritti costituzionalmente garantiti, sussistente anche a fronte di domande od eccezioni che risulteranno poi infondate (poiché l’agire o il resistere in giudizio costituisce l’esercizio di un diritto). Occorre, dunque, verificare quali siano i presupposti per l’applicazione della disposizione in oggetto.

Per non incorrere in dubbi di costituzionalità di indeterminatezza, e per evitare che il giudice possa applicare sempre liberamente la predetta sanzione in caso di soccombenza, pare opportuno limitare l’applicabilità della disposizione a quelle condotte che siano imputabili soggettivamente alla parte a titolo di dolo o colpa grave, ovvero ad una condotta negligente che ha determinato un allungamento dei termini del processo [2].  In altri termini, secondo l’orientamento prevalente della giurisprudenza di legittimità e di merito, la norma su richiamata va interpretata nel senso che presupposto per la sua applicazione è che la parte soccombente abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, in quanto ove si prescindesse dai predetti requisisti, il solo agire o resistere in giudizio finirebbe per essere sufficiente a giustificare la condanna. Per evitare l’insorgere di dubbi di costituzionalità, nonché per scongiurare il rischio che il giudice possa adottare sempre liberamente la predetta sanzione in caso di soccombenza, è necessario dunque limitarne l’applicabilità a quelle condotte messe in atto con dolo o colpa grave, o con una negligenza tale da causare un ingiustificato allungamento dei tempi processuali.

Per quantificare la somma da liquidare, occorre valutare vari elementi, quali l’intensità dell’elemento soggettivo, la gravità della condotta di abuso del processo e l’incidenza sulla sua durata. In particolare, inoltre, la malafede e la colpa grave devono necessariamente essere desunti da comportamenti specifici della parte processuale condannata, in base ad un giudizio di inferenza proprio dell’accertamento della sussistenza dei fatti illeciti, civili e penali. Rilevante a tal fine risulta la motivazione in sentenza che deve sorreggere la condanna per lite temeraria. In proposito, va ricordato ed evidenziato che la motivazione delle sentenze è certamente una grande garanzia di giustizia, quando riesce a riprodurre esattamente, come in uno schizzo topografico, l’itinerario logico che il giudice ha percorso per arrivare alla sua conclusione: in tal caso, se la conclusione è sbagliata, si può facilmente rintracciare, attraverso la motivazione, in quale tappa del suo cammino il giudice ha smarrito l’orientamento. Con riferimento poi ai criteri di determinazione della somma da liquidare, in virtù della attribuita funzione sanzionatoria dell’istituto in esame, essi possono essere ricavati dall’intensità dell’elemento soggettivo (dolosa resistenza nel giudizio) e dalla gravità della condotta di abuso del processo e di incidenza sulla sua durata.

Infine, quando il giudice condanna la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una determinata somma, quest’ultima deve essere “equitativamente” determinata. Anche il giudizio di equità, al pari di quello di diritto, dunque, è caratterizzato dalla motivazione, i cui vizi rilevano qualora essa sia inesistente o meramente apparente o perplessa, ipotesi nelle quali non emerge il percorso argomentativo che conduce ad individuare la regola.

In conclusione, l’esame dell’istituto della lite temeraria dimostra come esso si presenti quale disposizione intesa a scoraggiare l’abuso o l’uso temerario o puramente dilatorio del potere di azione attraverso l’ampliamento del potere discrezionale del giudice, il quale potrà infliggere una sanzione pecuniaria volta essenzialmente a punire quegli abusi, la cui opportunità e il cui ammontare saranno di volta in volta valutati in relazione alle peculiarità del caso concreto. La disposizione in esame, introducendo una peculiare fattispecie di danno punitivo, da un lato non presuppone l’esistenza di un danno di controparte, mentre, dall’altro, sembra legittimata ad introdurre tale tipologia di danno dalla apparente inesistenza di parametri costituzionali che li vietino. In realtà, la norma è foriera di diffuse perplessità poiché prevede un potere discrezionale del giudice esercitabile in assenza di presupposti legalmente definiti con sufficiente chiarezza, né per quanto attiene ai limiti della possibile condanna né, tantomeno, alle ragioni che possono sorreggerla. In definitiva, l’adozione di una norma come quella in esame, contenente precetti a struttura “elastica”, senza la previsione di limiti edittali o massimi all’entità della condanna, può dar luogo a disparità di trattamento, dipendenti dal grado di tolleranza del singolo organo giudiziario di fronte agli abusi processuali Per concludere, la richiesta di danni non potrà che essere avanzata con un nuovo giudizio autonomo, avente come base le risultanze, le circostanze ed i fatti che hanno caratterizzato tutto il precedente iter processuale, conclusosi con la pronuncia della Cassazione. Dalla passata vicenda si dovranno necessariamente trarre gli elementi oggettivi e soggettivi che potrebbero rendere fondata la richiesta (ad esempio, l’ingiustificato allungamento dei tempi del procedimento e/o la mala fede nella difesa processuale) e sulla base di ciò chiedere in prima battuta un risarcimento del danno, economico circa i costi e le spese sostenute, biologico ed esistenziale per le sofferenze fisiche e psicologiche. Solo se non fosse possibile dare prova del danno, dovrebbe essere avanzata la richiesta di una somma in via equitativa. Ma come detto, il presupposto di tutta la richiesta di danni non potrà che essere il riconoscimento esplicito o con elementi di fatto univoci, di “responsabilità aggravata” dell’Amministrazione resistente nel processo. Se manca quella o mancano oggettivamente gli elementi sulla quale sorreggerla, un’azione è sconsigliabile.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Ettore Pietro Silva

note

[1] Art. 96 cod. proc. civ.

[2] In questo senso si è pronunciato Trib. Terni sent. del 17.05.2010 e anche Trib. Varese sent. del 27.05.2010.


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