Diritto e Fisco | Editoriale

Ditta esegue male i lavori e mi chiede soldi: è estorsione?

10 novembre 2017


Ditta esegue male i lavori e mi chiede soldi: è estorsione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 novembre 2017



Ho incaricato una ditta per dei lavori edili che sono stati eseguiti male. Ho chiesto il risarcimento ma la ditta mi chiede altri soldi, non riconoscendo le sue responsabilità. È tentata estorsione?

Iniziamo con il dire che, in realtà, le domande sono due:

  • se è ancora possibile presentare opposizione alla richiesta di archiviazione del procedimento penale instaurato a seguito della sua querela (il lettore lo definisce impropriamente esposto ma si tratta di querela);
  • se nei comportamenti esposti possano configurarsi dei reati.

La risposta alla prima domanda è abbastanza semplice. L’opposizione alla richiesta di archiviazione deve essere presentata nel termine di giorni 10 da quando si è ricevuta la notizia della richiesta di archiviazione da parte del pm [1]. Facciamo, però, un attimo un passo indietro e cerchiamo di comprendere quale è il funzionamento della procedura per l’archiviazione dei procedimenti penali. L’organo cui competono le indagini è il pubblico ministero. Questi, quando ritiene che i fatti denunciati non configurino reati oppure quando gli elementi di prova per la dimostrazione degli stessi non sono sufficienti alla celebrazione di un processo, richiede al giudice per le indagini preliminari di disporre l’archiviazione del procedimento. Se, nell’atto di querela il denunciante ha richiesto di essere avvisato della eventuale richiesta di archiviazione (e nel caso del lettore è così) il gip prima di disporre l’archiviazione deve attendere che siano decorsi i 10 giorni dalla notificazione della richiesta del pm. Se i 10 giorni non sono ancora trascorsi – capita spesso che la richiesta di archiviazione sia notificata molti giorni dopo – il lettore può tranquillamente proporre l’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione del pubblico ministero. Per completezza, la decisione del gip sulla richiesta di archiviazione del pm può anche intervenire molto tempo dopo la richiesta della procura. In questa ipotesi, nell’ipotesi cioè che il gip non abbia ancora provveduto con il suo provvedimento a disporre l’archiviazione, la giurisprudenza prevalente ritiene che l’opposizione della persona offesa alla richiesta di archiviazione proposta oltre il termine di dieci giorni dalla notificazione dell’avviso della richiesta non ne determina l’inammissibilità e non esonera, quindi, il giudice che nel frattempo non abbia già provveduto, dal valutarla [2] (in buona sostanza, anche se sono decorsi i termini di 10 giorni dalla notificazione della richiesta di archiviazione se, nel frattempo, il gip non ha ancora provveduto, c’è ancora possibilità di proporre l’opposizione con il conseguente dovere del giudice di valutarla. Per verificare se il gip ha provveduto o meno in merito alla richiesta di archiviazione del pm è necessario fare un accertamento presso la cancelleria dell’ufficio gip del tribunale, da effettuarsi con indicazione del numero del procedimento penale (è il numero indicato con il suffisso Rgnr – ovvero registro generale notizie di reato).

Più complessa è la questione relativa alla possibilità di configurare reati nei fatti analiticamente descritti in domanda. Iniziamo con il paventato tentativo di estorsione. Nel nostro sistema penale esiste una norma specifica e di carattere generale (applicabile cioè a tutti i delitti [3]) in tema di reati tentati: chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, risponde di delitto tentato, se l’azione non si compie o l’evento non si verifica [4]. In primo luogo occorre, perciò, che gli atti posti in essere siano idonei (cioè sufficienti) e specificamente rivolti a commettere il reato. Ciò posto, si può configurare il delitto di estorsione quando, mediante violenza o minaccia si costringe taluno a fare o ad omettere qualche cosa, e, così facendo, ci si procura a sé – o ad altri – un ingiusto profitto con altrui danno [5]. È evidente che, nel caso del tentativo, vi debbono essere atti idonei e inequivocamente diretti alla costrizione per il conseguimento di un profitto non giustificato cui corrisponde un danno ingiusto per l’estorto. Nel nostro caso dobbiamo focalizzare l’attenzione rispetto all’elemento minaccia e verificare se nel comportamento dei soggetti protagonisti della sua spiacevole vicenda, siano ravvisabili elementi che possano ritenersi sufficientemente rappresentativi della minaccia e se, a questi, abbiano come conseguenza un ingiusto profitto con altrui (suo) danno. Sul punto, la giurisprudenza è molto copiosa. Iniziamo con il dire che la violenza o la minaccia devono essere dirette a coartare la volontà della vittima affinchè questa compia un atto di disposizione patrimoniale. Sul punto sono indifferenti le modalità con cui queste condotte si realizzano. La costrizione può avere ad oggetto il compimento di un atto di disposizione patrimoniale positivo (come ad esempio la donazione di una somma di danaro) o negativo (si pensi alla remissione di un debito). Il profitto, inoltre, non ha rilevanza solo economica o patrimoniale, ma può anche trattarsi di un diverso vantaggio; il danno deve invece essere esclusivamente di natura patrimoniale. La minaccia, infine, può concretarsi anche in un comportamento omissivo come nell’ipotesi in cui il proprietario di un immobile rifiuti la conclusione di un contratto di locazione nel caso di mancato pagamento di un canone superiore a quello stabilito dalla legge. La pena prevista dal codice penale è della reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000, che va ridotta, nella forma del tentativo di estorsione da 1/3 sino a 2/3. Nel caso di specie non sembra che possa configurarsi un tentativo di estorsione perché, pur ritenendo ingiusto il profitto (le richieste economiche che le vengono fatte) e pur sussistendo di conseguenza, il suo danno, difetta l’elemento materiale della minaccia intesa quale strumento per coartare la sua volontà per costringerla ad accettare le richieste economiche ingiustificate. Da questo punto di vista, importante pare essere la circostanza che i lavori di costruzione siano essenzialmente terminati. La circostanza appena ricordata è tale che, nemmeno, potrebbe rappresentarsi la minaccia di essere costretto ad accettare lavori non eseguiti a regola d’arte nel caso in cui non cedesse alle esose ed ingiustificate pretese economiche che le vengono avanzate.

Diversa la questione relativamente al reato di truffa tentata. Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 51 a euro 1.032 [6]. La norma, di solito, viene interpretata in modo estensivo nel senso che si ritiene rientrante nel concetto di artifizi e raggiri qualsiasi forma di simulazione e/o qualsiasi espediente posto in essere con il deliberato scopo di indurre la vittima in errore per il conseguimento di un ingiusto profitto. La valutazione della idoneità degli artifici (delle simulazioni o dissimulazioni) va fatta, secondo la giurisprudenza prevalente, non in astratto ma tenendo conto della particolare situazione di fatto, delle modalità di esecuzione del reato e della situazione psichica ed intellettuale della vittima. Anche in questo caso, come già chiarito rispetto al tentativo di estorsione, l’errore in cui la vittima incorre a causa dei comportamenti ingannevoli del malfattore deve avere come conseguenza il conseguimento di un ingiusto profitto per il malfattore con corrispondente danno per la persona offesa (la vittima). Il criterio distintivo tra il reato di truffa e quello di estorsione, quando il fatto è connotato dalla minaccia di un male, va ravvisato nel diverso modo di atteggiarsi della condotta lesiva e della sua incidenza nella sfera soggettiva della vittima. Ticorre l’ipotesi della truffa se il male prospettato viene “ventilato” come possibile ed eventuale, in modo che la persona offesa non sia “obbligata” ma si determini alla prestazione, costituente l’ingiusto profitto, perché tratta in errore dagli artifici e dai raggiri cui è fatta vittima. Si configura l’estorsione, invece, se il male viene indicato come certo e la persona offesa è posta nella alternativa di far conseguire all’agente il preteso profitto o di subire il male minacciato. Per semplificare ancora di più, possiamo dire che nella truffa la vittima, indotta in errore dai comportamenti “truffaldini” del malfattore, “decide” di subire il male ingiusto (il profitto illecito). Nella estorsione, invece, la violenza o la minaccia è direttamente volta a obbligare la vittima a subire il male che gli viene prospettato con la minaccia. Orbene, tutto ciò premesso, nei comportamenti posti in essere (chiaramente ove il lettore decidesse di sporgere una formale querela le singole responsabilità per gli atti posti in essere vanno individuate in modo più specifico, nel senso di indicare Tizio come responsabile del tentativo di truffa per avere, ad esempio, ritardato i lavori, mentre Caio lo è per essersi accordato con Tizio per risparmiare sulla posa in opera dei materiali) dai soggetti coinvolti nelle vicende oggetto di attenzione potrebbero ravvisarsi gli estremi del reato di tentata truffa. Per completezza, seppur siano sussistenti gli elementi e le circostanze per poter validamente e fondatamente proporre un’articolata e laboriosa querela per il tentativo di truffa, ciò solo non fornisce garanzie circa l’esito del procedimento penale che andrà ad instaurarsi a seguito della stessa nel senso che non significa che, necessariamente, la stessa potrà avere un esito felice e soddisfattivo. Un ultimo cenno va fatto rispetto alla possibilità di produrre le registrazioni vocali dei dialoghi intercorsi. Il lettore deve, anzitutto, tenere presente che nessuno può essere intercettato e registrato nelle sue comunicazioni personali se non per decisione motivata della autorità giudiziaria. In altri termini, e per esempio, non si potrebbero produrre registrazioni di una conversazione privata intervenuta tra Tizio e Caio, senza il consenso espresso dei conversanti. L’eccezione a questa regola è costituita dalla possibilità di produrre validamente registrazioni di conversazioni alle quali il registrante ha direttamente preso parte (conversando) o alle quali era presente (spettatore).

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Antonio Ciotola

note

[1] A norma dell’art. 408 cod. proc. pen.

[2] Cass. sent. n. 19073 del 19.05.2010.

[3] I reati si distinguono in delitti e contravvenzioni. Sono delitti quei reati puniti con la pena della reclusione e della multa; si dicono contravvenzione quelli puniti con la pena dell’arresto e dell’ammenda.

[4] Art. 56 cod. pen.

[5] A norma dell’art. 629 cod. pen.

[6] Art. 640 cod. pen.


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