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Lo sai che? Fino quando bisogna mantenere un figlio?

Lo sai che? Pubblicato il 16 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 16 ottobre 2017

L’obbligo di mantenimento non viene meno quando il figlio compie 18 anni e neanche quando ha un lavoro precario o non in linea con la formazione.

I genitori sono obbligati a mantenere i figli fino a quando questi non sono in grado di provvedere da soli alle proprie esigenze, il che coincide con l’inizio di un lavoro stabile e duraturo. Quindi, anche se maggiorenne, il figlio disoccupato o precario ha diritto a ottenere dai genitori l’assistenza economica.

L’obbligo del mantenimento dei figli non viene meno neanche se questi decidono di andare a vivere da soli una volta divenuti maggiorenni (non potendolo fare quando invece hanno meno di 18 anni, a meno che non vi sia il consenso dei genitori). In tal caso i genitori, nei limiti delle loro capacità economiche, dovranno garantire ai figli andati via di casa lo stesso tenore di vita che avevano quando ancora vivevano sotto lo stesso tetto con il padre e la madre.

Se i genitori si separano le cose non cambiano. Ma in tal caso la misura del mantenimento viene determinata dal giudice della separazione o del divorzio. In particolare, il tribunale fissa un contributo fisso mensile (cosiddetto assegno di mantenimento) a carico del coniuge che non vive con i figli, da versare in favore dell’altro. Tale contributo serve a coprire le spese fisse e ordinarie (scuola, acquisto di cibo, vestiario, ecc.). In più il giudice stabilisce che le spese straordinarie (ad esempio quelle mediche o per gite scolastiche) devono essere divise tra i genitori in misura percentuale (di solito al 50% ciascuno).

L’obbligo dei genitori di mantenere i figli è previsto dalla Costituzione [1] e sussiste per il solo fatto di averli generati, per cui vale sia per i figli delle coppie non sposate che per quelle unite da matrimonio. Non di meno l’obbligo grava anche nei confronti dei genitori adottivi.

Ma procediamo con ordine e vediamo fino a quando bisogna mantenere un figlio.

Chi ha diritto ad essere mantenuto?

I genitori sono obbligati a mantenere i figli:

  • minorenni;
  • maggiorenni non economicamente autosufficienti entro i limiti di cui a breve parleremo;
  • maggiorenni affetti da handicap grave.

 

Una volta divenuto maggiorenne il figlio va mantenuto?

L’obbligo di mantenere i figli riguarda sempre i figli minori e quelli affetti da handicap grave. In linea di massima, il mantenimento non viene meno, in automatico, con il compimento dei 18 anni, ma solo quando il figlio acquista una propria autonomia economica. Pertanto bisogna comunque provvedere ad assistere i figli maggiorenni disoccupati o privi di un’occupazione stabile, ossia tutti coloro che, non per loro colpa, sono economicamente non autosufficienti. Ne consegue che il giovane indolente che non conclude gli studi per pigrizia o che, pur avendo acquisito una formazione scolastica, non si dà da fare per cercare occasioni di lavoro, non può più ottenere il mantenimento anche se disoccupato.

Fino a quando bisogna mantenere il figlio maggiorenne?

L’obbligo di mantenere i figli viene meno quando questi iniziano un’attività lavorativa che permette loro di raggiungere l’indipendenza economica oppure quando i genitori provano che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro stesso da parte dei figli.

Il genitore con cui vivono i figli maggiorenni non autosufficienti è legittimato a chiedere all’altro genitore (separato o divorziato) il pagamento dell’assegno di mantenimento stabilito in favore della prole.

Il figlio che lavora deve essere mantenuto?

Come appena detto, non esiste un limite di età prestabilito oltre il quale il genitore non è più tenuto a provvedere al mantenimento dei figli. Di regola i genitori:

  • sono tenuti a mantenere i figli fino a quando iniziano a svolgere un’attività lavorativa e il lavoro permette loro di raggiungere l’indipendenza economica;
  • possono liberarsi dall’obbligo di mantenere i figli se provano che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro.

Ad esempio è dovuto l’assegno a favore del figlio maggiorenne studente universitario fuori sede ed è legittimo aumentare il contributo se questi incrementa le proprie esigenze economiche, vivendo e studiando in una città diversa da quella di residenza [2].

Ciò che conta per la perdita del diritto al mantenimento è che il figlio goda di un reddito adeguato rispetto alla professionalità acquisita: la circostanza che il posto non sia fisso resta irrilevante quando è una «caratteristica strutturale» del settore in cui opera il lavoratore (ad esempio insegnante supplente che sta facendo punteggio per ottenere la cattedra) [3].

L’indipendenza economica, ormai, deve ritenersi raggiunta con un ingresso serio nel mercato del lavoro, anche se l’occupazione non risulta stabile dal punto di vista giuridico. E la precarietà può essere presa in considerazione per il mantenimento dell’assegno soltanto quando è indice di un inserimento inadeguato del giovane rispetto alle normali condizioni del settore di riferimento.

Secondo la giurisprudenza, non sempre la presenza di un guadagno fa perdere il diritto al mantenimento. Ciò avviene ad esempio quando il figlio:

  • pur avendo uno stipendio, sta completando la propria formazione;
  • ha un lavoro precario e a tempo determinato: in tal caso non si può considerare raggiunta l’indipendenza economica proprio perché richiede una prospettiva concreta di continuità;
  • lavora come apprendista, dal momento che il rapporto di apprendistato si distingue anche sotto il profilo retributivo dagli ordinari rapporti di lavoro subordinato;
  • svolge un lavoro non qualificato rispetto al titolo di studio conseguito (come nel caso di ragazzo quasi trentenne con una laurea in legge che accetti un posto in un call center per mantenersi nella pratica);
  • consegue una borsa di studio correlata ad un dottorato di ricerca.

Come si determina l’ammontare dell’assegno di mantenimento del figlio?

L’assegno deve essere quantificato considerando le esigenze del minore in rapporto al tenore di vita goduto durante la convivenza con entrambi i genitori e tenendo conto in concreto di quello che essi sono in grado di dare in ragione della loro situazione economica. In particolare il giudice, nel quantificare l’ammontare di tale assegno, deve tenere conto dei seguenti parametri:

  • le attuali esigenze del figlio;
  • il tenore di vita goduto dal figlio durante la convivenza con entrambi i genitori;
  • i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
  • le risorse economiche di entrambi i genitori;
  • la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Nel determinare l’importo dell’assegno di mantenimento il giudice deve valutare anche la complessiva consistenza dei patrimoni dei genitori.

note

[1] Art. 30 Cost.

[2] Cass. sent. n. 400/2010.

[3] Trib. Matera decr. n. 1023/17.

Autore immagine: 123rf com


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