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Quando si decade dal beneficio di inventario?

11 novembre 2017


Quando si decade dal beneficio di inventario?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 novembre 2017



Se gli eredi omettono di segnalare nell’inventario dell’asse ereditario un conto corrente del morto decadono dal beneficio di inventario?

Dal beneficio d’inventario decade l’erede che ha omesso in mala fede di denunziare nell’inventario beni appartenenti all’eredità, o che ha denunziato in mala fede, nell’inventario stesso, passività non esistenti [1]. Per consolidata giurisprudenza, in applicazione della norma sopracitata, si è disposto che in tema di successioni mortis causa, la omissione nell’inventario di beni appartenenti all’eredità, non soltanto totale, ma anche parziale, è sanzionata con la decadenza dal beneficio d’inventario, e tanto non solo risulta dall’interpretazione letterale della disposizione in esame, che fa riferimento all’omissione di beni appartenenti all’eredità e non, quindi, all’integrale patrimonio costituito dall’asse ereditario, ma è pure conforme alle finalità della redazione dell’inventario, per le quali una qualsiasi omissione parziale nell’indicazione di beni ereditari è idonea a ledere i diritti dei creditori del defunto [2]. Pertanto, facendo riferimento al caso di specie, l’omissione di un conto corrente intestato al de cuius può ritenersi elemento idoneo per richiedere la decadenza dal beneficio d’inventario. Tuttavia, la mala fede – comportamento di chi pregiudica consapevolmente gli interessi altrui – è un elemento imprescindibile e va dimostrata dal creditore che intende chiedere la decadenza. Sul punto, l’orientamento della Suprema Corte è quello secondo cui, in tema di eredità beneficiata, l’onere della prova dell’occultamento doloso, in sede di inventario, di un bene appartenente all’eredità incombe su colui che invoca la decadenza dal beneficio, dovendo la buona fede dell’erede essere presunta sino a prova contraria [3].  Occorre, dunque, la prova che vi sia stata una cosciente omissione del conto corrente in frode ai creditori; in tal caso, gli eredi risponderebbero finanche con il loro patrimonio avvenendo quella confusione con i beni del de cuius tipica di un’accettazione di eredità pura e semplice. Diversamente, nel caso in cui non si riuscisse a dimostrare la mala fede dell’omissione, non potrebbe ottenersi la decadenza e questi continuerebbero a rispondere soltanto in ragione della consistenza dell’asse ereditario, maggiorato con l’incremento del bene o dei beni omessi. Quanto alle spese sostenute dal lettore nei giudizi affrontati al fine di ottenere la rivalsa, occorre preliminarmente trattare l’istituto della responsabilità degli eredi beneficiari. L’erede che si avvale del beneficio d’inventario è, ad un tempo, titolare dei beni ereditari costituiti in un patrimonio separato nonché amministratore degli stessi, con il fine di tutelare i diritti dei creditori ereditari e dei legatari. In questa funzione di amministratore, l’erede può compiere autonomamente gli atti di ordinaria amministrazione (tra i quali rientrano la riassunzione di un giudizio o la costituzione quale convenuto) e, previa autorizzazione del giudice, gli atti dispositivi di straordinaria amministrazione. Nell’amministrazione del patrimonio ereditario, l’erede risponde soltanto per colpa grave [4], ovverosia in tutti quei casi in cui possa ravvisarsi una macroscopica ed imperdonabile negligenza dell’agente. Dunque, come anticipato, la costituzione in giudizio o la riassunzione di un giudizio già pendente avente ad oggetto l’aggressione del patrimonio separato oggetto dell’eredità rappresenta un atto di ordinaria amministrazione cui l’erede beneficiato può dar luogo senza alcuna autorizzazione, attività di cui risponde personalmente soltanto nel caso in cui commetta colpa grave, ovverosia nel caso in cui dia luogo ad un comportamento litigioso avventato e/o privo di fondamento [5]. Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche di ufficio, nella sentenza [6]. La lettura congiunta delle due norme, collegata al caso di specie, sembrerebbe dunque far ritenere che una responsabilità in proprio degli eredi con relazione alle spese del giudizio possa farsi rilevare in tutti quei casi in cui questi agiscano strumentalmente, laddove con mala fede o colpa grave integrino la fattispecie di lite temerarie, sanzionata dalla legge e di cui anche gli eredi beneficiati rispondono. Da quanto riferito risulta, peraltro, che un giudice abbia già accertato e condannato per lite temeraria la controparte, ragion per cui si ritiene più che legittima la pretesa che delle suddette spese rispondano gli eredi in proprio. Si badi, tuttavia, che la regola è di segno inverso, poiché da lungo tempo prevale l’orientamento secondo cui le spese di causa cui gli eredi accettati con beneficio di inventario siano condannati vanno poste a carico delle eredità e non degli eredi, salvo gravi motivi. Riepilogando, la regola generale prevede che gli eredi effettuino tutte quelle operazioni ordinarie, autonomamente, e straordinarie, previa autorizzazione del tribunale, volte alla conservazione del patrimonio del de cuius onde soddisfare tutti i creditori ereditari nonché i legatari, rispondendo soltanto in ragione della capienza dell’asse ereditario. Detta regola trova eccezione soltanto qualora possa imputarsi agli eredi una responsabilità per colpa grave, o, come stabilito dalla Corte d’appello di Milano in un caso del tutto simile a quello di specie, in presenza di gravi motivi. Circostanze che ovviamente vanno dimostrate, con onere in capo a chi intende imputare detta responsabilità agli eredi in proprio. Detta prova risulta sicuramente più agevole laddove un giudice abbia già ritenuto sussistenti gli elementi di mala fede e/o colpa grave con cui è pervenuto ad una condanna per lite temeraria in giudizio. In una fattispecie diversa, ma che può giovare per il principio di diritto ivi sancito, la Suprema Corte ha stabilito che incorre in colpa grave, giustificando la condanna per lite temeraria la parte che abbia insistito colpevolmente in tesi giuridiche già reputate manifestamente infondate dal primo giudice ovvero in censure della sentenza impugnata la cui inconsistenza giuridica avrebbe potuto essere apprezzata dall’appellante in modo da evitare il gravame [7]. Dunque, insistere colpevolmente in tesi giuridiche manifestamente infondate può dar luogo a colpa grave, ancor più quando si cerchi di contrastare statuizione già oggetto di pronunce aventi efficacia di giudicato tra le parti. Per concludere, si ritiene che possano esservi i presupposti sia per chiedere la decadenza dal beneficio di inventario seppur con la dimostrazione della mala fede degli eredi, sia per valutare la possibilità di aggredire in proprio gli eredi qualora risulti con evidenza un’attività giudiziale strumentale e temeraria, rispondendo essi per colpa grave.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Alessandro Dini

note

[1] Art. 494 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 16195 del 23.07.2007.

[3] Cass. sent. n. 24171 del 25.10.2013.

[4] Art. 491 cod. civ.

[5] Cass. sent. n. 852 del 1972.

[6] Art. 96 cod. proc. civ.

[7] Cass. sent. n. 24546 del 18.11.2014.

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