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Lo sai che? Stress lavorativo: spetta la causa di servizio

Lo sai che? Pubblicato il 17 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 17 ottobre 2017

Riconosciuta la causa di servizio per la malattia cardiaca del dipendente a causa dell’abnorme carico di responsabilità.

Sarà anche vero che il lavoro nobilita l’uomo, ma non oltre una certa soglia. Un eccessivo stress lavorativo può infatti comportare gravi danni per la salute, come ad esempio una malattia coronarica. In tali casi che può fare il dipendente che si sia ammalato per colpa del carico di mansioni? A chiarirlo è una sentenza di ieri della Cassazione [1] la quale ricorda che, in caso di stress lavorativo, spetta la causa di servizio. Il lavoratore viene quindi tutelato dall’assicurazione obbligatoria sul lavoro, dall’Inail e dall’azienda presso cui presta servizio.

Nel caso di specie, un dipendente pubblico di appena 36 anni, incaricato di rappresentare in giudizio l’ente di appartenenza, era stato sottoposto ad eccessivo stress lavorativo. Non sono risultati influenti i fattori di età e la familiarità alle malattie cardiovascolari. Ha giocato un ruolo decisivo anche l’assenza di concause per via del fatto che il soggetto non era dedito all’uso di sostanze alcoliche e non era fumatore.

Lo stress lavorativo, a detta della giurisprudenza, non può dipendere solo da eccessivo carico di lavoro ma anche da una inadeguatezza della programmazione delle attività aziendali, da pressioni psicologiche, rimproveri, finanche contrasti quando si tratta di un ambiente di lavoro conflittuale.

Non è la prima volta che la Cassazione riconosce il risarcimento del danno da stress psicofisico (anche detto «usura psicofisica». Si tratta di un danno «non patrimoniale» causato dall’inadempimento contrattuale del datore di lavoro che ha violato il contratto stipulato con il dipendente e i ccnl. Il codice civile [2] impone infatti all’imprenditore di adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti.

Non qualsiasi stress può essere risarcito ma solo quello che abbia comportato un danno dimostrabile davanti al giudice. Spetta dunque al lavoratore dimostrare tale danno anche attraverso semplici indizi (cosiddette «presunzioni») [3].

Il lavoratore che assume di aver subito un infortunio o una malattia riconducibili all’attività lavorativa svolta deve provare l’esistenza del danno, nonché la violazione da parte del datore di lavoro delle clausole contrattuali che disciplinano il rapporto o delle norme inderogabili o delle regole generali di correttezza e buona fede o, ancora, delle misure che, nell’esercizio dell’impresa, debbono essere adottate per tutelare l’integrità psicofisica dei prestatori [4]. In un altro caso, i giudici hanno respinto la richiesta di un bancario che aveva richiesto il risarcimento dei danni per un aggravamento di una patologia cardiaca a causa del grande stress lavorativo, degli orari prolungati, del luogo malavitoso e soggetto a rapine nel quale prestava la propria attività; il lavoratore non aveva provato la negligenza della banca nell’approntare le misure di sicurezza idonee ad evitare o scongiurare le rapine, né aveva allegato circostanze tali da evidenziare ritmi di lavoro insostenibili.

Il dipendente che già soffre di problemi cardiaci deve comunicarlo al datore di lavoro, altrimenti non potrà imputare a quest’ultimo l’aggravamento della patologia per lo stress lavorativo [5].

Secondo il Tribunale di L’Aquila, la patologia di ipertensione arteriosa è dipendente da causa di servizio quando si accerti che dipende dallo stress lavorativo legato alla inadeguatezza della programmazione dell’attività lavorativa ordinaria, da eccessive forme di controllo, da pressioni psicologiche e rimproveri spesso sfociati in discussioni e contrasti, tali da rendere l’ambiente lavorativo caratterizzato da una conflittualità persistente, e in tal modo concorrendo a modificare i processi fisiologici che stanno alla base delle alterazioni pressorie della ricorrente [6].

Una volta che il lavoratore abbia provato tali circostanze, grava sul datore di lavoro l’onere di dimostrare di aver adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno ma non è, comunque, sufficiente il semplice concorso di colpa del lavoratore per interrompere il nesso causale, potendo tale nesso essere interrotto solo da una condotta dolosa del lavoratore o la presenza di un rischio elettivo generato da una attività non avente rapporto con lo svolgimento del lavoro o esorbitante dai limiti di esso [7].

note

[1] Cass. sent. n. 24361/2017 del 16.10.2017.

[2] Art. 2087 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 5590/2016 del 22.03.2016 « Il danno da stress, o usura psicofisica, si inscrive nella categoria unitaria del danno non patrimoniale causato da inadempimento contrattuale e la sua risarcibilità presuppone la sussistenza di un pregiudizio concreto sofferto dal titolare dell’interesse leso, sul quale grava l’onere della relativa allegazione e prova, anche attraverso presunzioni semplici. Ne consegue che, ai fini del risarcimento del danno derivante dal mancato riconoscimento delle soste obbligatorie, nella guida per una durata di almeno 15 minuti tra una corsa e quella successiva e, complessivamente, di almeno un’ora per turno giornaliero – previste del Regolamento n. 3820/85/CEE, nonché dall’ art. 14 del Regolamento O.I.L. n. 67 del 1939 e dall’art. 6, primo comma, lett. a) della legge 14 febbraio del 1958, n. 138 -, il lavoratore è tenuto ad allegare e provare il tipo di danno specificamente sofferto ed il nesso eziologico con l’inadempimento del datore di lavoro».

[4] Cass. sent. n. 13863/2014.

[5] Cass. sent. n. 2886/2014: « Le allegazioni che devono accompagnare la proposizione di una domanda risarcitoria non possono essere limitate alla prospettazione della condotta colpevole della controparte, produttiva di danni nella sfera giuridica di chi agisce in giudizio, ma devono includere anche la descrizione delle lesioni, patrimoniali e/o non patrimoniali, prodotte da tale condotta, dovendo l’attore mettere il convenuto in condizione di conoscere quali pregiudizi vengono imputati al suo comportamento, a prescindere dalla loro esatta quantificazione e dall’assolvimento di ogni onere probatorio al riguardo».

[6] Trib. L’Aquila, sent. n. 201/2012.

[7] Cass. sent. n. 13309/2007.

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Cassazione civile, sez. lav., 22/03/2016, (ud. 19/01/2016, dep.22/03/2016), n. 5590

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- Con sentenza del 25 luglio 2011 la Corte di Appello di Napoli ha respinto l’appello proposto da B.G. nei confronti della SEPSA Spa avverso la pronuncia di primo grado che aveva rigettato la domanda del lavoratore avente ad oggetto una richiesta di risarcimento dei danni non patrimoniali, consistenti nell’usura psicofisica e/o da stress lavorativo, per la mancata fruizione di soste durante la conduzione di automezzi adibiti al trasporto pubblico di persone su tratte urbane ed extraurbane.

In sintesi e per quanto qui rileva, la Corte territoriale – al cospetto dell’appello del lavoratore che, censurando il primo giudice per avere “ritenuto non allegato il danno biologico o esistenziale derivato dal mancato rispetto dell’obbligo datoriale di concedere soste di 15 minuti o più tra una corsa e l’altra nell’ambito del turno di lavoro”, affermava che il danno non patrimoniale sarebbe desumibile da massime di comune esperienza o da presunzioni semplici – ha replicato sottolineando la distinzione tra inadempimento datoriale dell’obbligazione relativa alle pause lavorative ed il consequenziale danno risarcibile ed ha poi confermato l’insufficienza delle allegazioni attoree sul punto.

Ha rilevato infatti che il “ricorrente ha genericamente parlato di un ritenuto danno esistenziale, mentre con riguardo al cd. danno biologico ha genericamente riferito di uno stress lavorativo, con non meglio chiarite ricadute sull’integrità psicofisica”, senza “indicare con chiarezza la natura e gli elementi specifici del pregiudizio subito”; ha richiamato quindi principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità ribadendo che ogni qualvolta si chieda il risarcimento del danno non patrimoniale esso deve essere allegato compiutamente e dedotto nei suoi termini fattuali, non potendo il giudice supplire a carenze della parte in tal senso, tanto meno attraverso l’esercizio di poteri officiosi.

2.- Per la cassazione di tale sentenza il soccombente ha proposto ricorso affidato ad otto motivi. Ha resistito con controricorso la società.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

3.- I motivi di ricorso possono essere come di seguito sintetizzati:

violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto e dell’art. 115 c.p.c., per avere la sentenza impugnata applicato una legge, la L. n. 62 del 1974, espressamente abrogata dal D.Lgs. n. 285 del 1992, senza altresì tenere conto che la domanda era fondata anche sull’art. 7, del regolamento CEE n. 3820 del 1985 (primo motivo);

in subordine violazione e/o falsa applicazione degli artt. 101 e 112 c.p.c., in quanto alcuna delle parti aveva fatto questione di applicabilità della citata L. n. 62 del 1974, per cui la sentenza impugnata aveva violato il principio del contraddittorio, pronunciando altresì ultrapetita (secondo motivo);

violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 2043 e 2059 c.c., nonchè dell’art. 414 c.p.c., sostenendo essere erroneo l’assunto della Corte di Appello secondo cui sarebbe stata carente anche l’allegazione del danno non patrimoniale patito dall’attore (terzo motivo);

violazione e falsa applicazione degli artt. 1218 e 2697 c.c., sull’assunto che la sentenza impugnata avrebbe confuso tra onere probatorio della violazione del diritto alle pause ed onere probatorio conseguente a tale violazione, non tenendo conto che incombeva sulla società l’onere di provare l’adempimento contrattuale (quarto motivo);

omessa pronuncia sul motivo di gravame relativo al rigetto nel merito, anzichè in rito, del ricorso di primo grado per carenti allegazioni, in relazione all’art. 112 c.p.c., a mente dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, (quinto motivo);

violazione e/o falsa applicazione dell’art. 414 c.p.c., e art. 156 c.p.c., comma 2, per la stessa ragione di cui innanzi, prospettata però ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, (sesto motivo);

violazione e/o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., e art. 111 Cost., per la mancata ammissione di mezzi istruttori tempestivamente richiesti in ricorso dall’attore e da lui coltivati come specifico motivo di appello, anche con riguardo all’esibizione di documenti, in particolare cronotachigrafi, risultanze del sistema satellitare GPS installato sugli automezzi, fogli di marcia, attestanti i tempi di percorrenza dei veicoli e le relative eventuali soste (settimo motivo);

lo stesso vizio viene fatto valere come omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, consistente nel dedotto mancato godimento delle soste fra una corsa e la successiva alla guida degli automezzi SEPSA (ottavo motivo).

4.- Il ricorso non è meritevole di accoglimento per le ragioni in parte già espresse da questa Corte in giudizio analogo al presente (Cass. n. 2886 del 2014).

Preliminarmente occorre evidenziare che la sentenza impugnata risulta ancorata ad una essenziale ratio decidendi, autonoma e da sola sufficiente a sorreggerne il dictum, rappresentata dalla confermata insufficienza, già dichiarata dal primo giudice, di allegazioni attoree idonee a sostenere la sussistenza del richiesto risarcimento di un danno non patrimoniale.

Sulla scorta della giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, qualora la sentenza impugnata sia basata su una motivazione strutturata in una pluralità di ordini di ragioni, convergenti o alternativi, autonomi l’uno dall’altro, e ciascuno, di per sè solo, idoneo a supportare il relativo decisum, la resistenza di una di queste rationes agli appunti mossi con l’impugnazione comporta che la decisione deve essere tenuta ferma sulla base del profilo della sua ratio non, o mal, censurato, privando in tal modo l’impugnazione dell’idoneità al raggiungimento del suo obiettivo funzionale, rappresentato dalla rimozione della pronuncia contestata (cfr., in merito, ex multis, Cass. n. 4349 del 2001, Cass. n. 4424 del 2001;

Cass. n. 24540 del 2009), può altresì ritenersi nel caso di specie che se l’indicata fondamentale ragione della decisione “resiste” all’impugnazione proposta dal ricorrente è del tutto ultronea la verifica di ogni ulteriore censura, perchè l’eventuale accoglimento di essa non condurrebbe mai alla cassazione della sentenza gravata.

4.1.- Occorre dunque pregiudizialmente esaminare il terzo motivo di ricorso con cui il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 2043 e 2059 c.c., nonchè dell’art. 414 c.p.c., rilevando di aver chiesto il danno da usura psicofisica o stress lavorativo e che il danno non patrimoniale può liquidarsi sulla base della pura e semplice allegazione ogni qual volta la sua concreta esistenza sia agevolmente desumibile da massime di comune esperienza o da presunzioni semplici, senza necessità che il danneggiato indichi analiticamente in quale forma particolare di sofferenza si sia concretato il pregiudizio o adduca specifici riferimenti alla sua situazione personale per le ricadute del danno su aspetti extralavorativi e della vita di relazione.

Il motivo è infondato.

Pacificamente deve distinguersi il momento della violazione degli obblighi contrattuali da quello relativo alla produzione del danno da inadempimento, essendo peraltro quest’ultimo eventuale: la violazione di un dovere non equivale a danno e questo non discende automaticamente dalla violazione del dovere. Secondo i principi generali (artt. 2697 e 1223 c.c.), infatti, occorre l’individuazione di un effetto della violazione su di un determinato bene perchè possa configurarsi un danno e possa poi procedersi alla liquidazione (eventualmente anche in via equitativa) del danno stesso.

In tema, la Corte Costituzionale ha chiarito (sentenza n. 372 del 1994) che anche il danno biologico non è presunto, perchè, se la prova della lesione costituisce anche prova dell’esistenza del danno, occorre tuttavia la prova ulteriore dell’esistenza dell’entità del danno, ossia la dimostrazione che la lesione ha prodotto una perdita di tipo analogo a quello indicato dall’art. 1223 c.c., costituita dalla diminuzione o privazione di un valore personale (non patrimoniale) alla quale il risarcimento deve essere commisurato.

Nel medesimo senso questa Corte (tra le tante, Cass. n. 691 del 2012) ha affermato che le allegazioni che devono accompagnare la proposizione di una domanda risarcitoria non possono essere limitate alla prospettazione della condotta colpevole della controparte, produttiva di danni nella sfera giuridica di chi agisce in giudizio, ma devono includere anche la descrizione delle lesioni, patrimoniali e/o non patrimoniali, prodotte da tale condotta, dovendo l’attore mettere il convenuto in condizione di conoscere quali pregiudizi vengono imputati al suo comportamento, a prescindere dalla loro esatta quantificazione e dall’assolvimento di ogni onere probatorio al riguardo. Ad esempio, con riferimento al servizio di reperibilità svolto nel giorno destinato al riposo settimanale, Cass. n. 14288 del 2011 e Cass. n. 11727 del 2013 hanno precisato che la mancata concessione del diritto ad un giorno di riposo compensativo (non riconducibile, attesa la diversa incidenza sulle energie psicofisiche del lavoratore della disponibilità allo svolgimento della prestazione rispetto al lavoro effettivo, all’art. 36 Cost.) è idonea ad integrare un’ipotesi di danno non patrimoniale (per usura psicofisica) da fatto illecito o da inadempimento contrattuale, e che esso è risarcibile solo in caso di pregiudizio concreto patito dal titolare dell’interesse leso, sul quale grava l’onere della specifica deduzione e della prova.

Tali principi non possono che trovare conferma con riferimento al c.d. danno da stress (o usura psicofisica) derivante dal mancato riconoscimento delle soste obbligatorie nella guida. Anche tale danno, infatti, si iscrive nella categoria unitaria del danno non patrimoniale causato da inadempimento contrattuale e la sua risarcibilità presuppone la sussistenza di un pregiudizio concreto patito dal titolare dell’interesse leso, sul quale grava, pertanto, l’onere della relativa specifica deduzione (e successivamente prova, anche attraverso presunzioni semplici): il diritto del lavoratore al risarcimento del danno non patrimoniale non può dunque prescindere da una specifica allegazione sulla natura e sulle caratteristiche del danno medesimo (Cass. n. 4479 del 2012).

In altri termini, il carattere non patrimoniale del danno postula una specificazione degli elementi necessari per la sua configurazione, sia con riferimento al tipo di danno configurabile (danno biologico, morale, esistenziale), sia con riferimento ai diversi presupposti rilevanti per ciascuna tipologia di pregiudizio, restando invece esclusa la configurabilità di un danno in re ipsa.

Sulla base di tali considerazioni è stato affermato il seguente principio di diritto, dal quale il Collegio non ravvisa ragione per discostarsi: “nel caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale da stress lavorativo, subito in ragione del mancato riconoscimento delle soste retribuite – previste dal regolamento n. 3820/85/CEE, nonchè dall’art. 14 del regolamento OIL n. 67 del 1939, e dalla L. n. 138 del 1958, art. 6, comma 1, lett. A), – per una durata di almeno 15 minuti tra una corsa e quella successiva e, complessivamente per turno giornaliero, di almeno un’ora, il lavoratore è tenuto ad allegare e provare il tipo di danno specificamente sofferto ed il nesso eziologico con l’inadempimento datoriale, non discendendo automaticamente tale danno dalla violazione del dovere datoriale e richiedendo il danno non patrimoniale una specificazione degli elementi necessari per la sua configurazione” (Cass. n. 2886 del 2014; conforme: Cass. n. 14710 del 2015).

4.2.- Una volta che la ragione della decisione fondata sulla mancanza di adeguate allegazioni che consentissero l’accoglimento della domanda di risarcimento del danno non patrimoniale ha superato il vaglio di legittimità, per quanto detto in premessa risulta ultronea la verifica delle altre censure, sia di quelle contenute nel primo e nel secondo motivo di ricorso, peraltro riferentesi ad argomentazioni di contorno sviluppate dalla Corte territoriale, sia di quelle esposte al quarto, al settimo ed all’ottavo motivo, riguardanti la sussistenza in fatto del denunciato inadempimento datoriale.

4.3.- Residuano le questioni processuali sollevate dal quinto e dal sesto motivo e già affrontate da questa Corte sull’analogo ricorso già citato (Cass. n. 2886/2014).

Il primo di essi è inammissibile, per difetto di autosufficienza. Il ricorrente infatti, che lamenta l’omessa pronuncia del giudice di appello, si limita a riportare un passaggio non esauriente dell’atto di appello, non riportando in particolare cosa esattamente abbia richiesto alla Corte territoriale, ossia quale tipo di pronuncia abbia domandato in relazione a detto motivo e come la stessa fosse articolata avuto riguardo all’unica conclusione – riportata nella sentenza impugnata – secondo cui l’appellante avrebbe richiesto esclusivamente “l’accoglimento della domanda proposta”. Infatti, come evidenziato da Cass. n. 14561 del 2012, nel caso della deduzione del vizio per omessa pronuncia su una o più domande avanzate in primo grado è necessaria, al fine dell’ammissibilità del ricorso per cassazione, la specifica indicazione dei motivi sottoposti al giudice del gravame sui quali egli non si sarebbe pronunciato, essendo in tal caso indispensabile la conoscenza puntuale dei motivi di appello. Nel medesimo senso, si è affermato (Cass. n. 317 del 2002 e Cass. n. 3547 del 2004) e ribadito con Cass. n. 2886/2014 cit. che la parte che impugna una sentenza con ricorso per cassazione per omessa pronuncia su di una domanda, ha l’onere, per il principio di autosufficienza del ricorso, a pena di inammissibilità per genericità del motivo, di specificare quale sia il “chiesto” al giudice del gravame sul quale questi non si sarebbe pronunciato, non potendosi limitare ad un mero rinvio all’atto di appello, atteso che la Corte di cassazione non è tenuta a ricercare al di fuori del contesto del ricorso le ragioni che dovrebbero sostenerlo, ma può accertarne il riscontro in atti processuali al di fuori del ricorso sempre che tali ragioni siano state specificamente formulate nello stesso.

Con il sesto motivo il ricorrente pone i medesimi fatti dedotti nel quinto mezzo (relativi al supposto dovere del giudice di dichiarare nullo, anzichè infondato, il ricorso ritenuto carente delle allegazioni minime essenziali per ottenere il risarcimento del danno) alla base di una censura di violazione e falsa applicazione dell’art. 414 c.p.c., e art. 156 c.p.c., comma 2. Il motivo, oltre a denunciare impropriamente come vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, quello che eventualmente si configura come error in procedendo, è inammissibile non essendo stato riprodotto nel corpo del motivo l’atto introduttivo della lite alla cui asserita nullità il motivo fa riferimento e comunque non potendo la nullità essere opposta dalla parte che vi ha dato causa, a mente dell’art. 157 c.p.c., u.c..

Del resto, la facoltà del giudice di legittimità di valutare direttamente gli atti del processo qualora col ricorso per cassazione venga denunciato un vizio che comporti la nullità del procedimento – facoltà riconosciuta dalle SS.UU. n. 8077 del 2012 – postula infatti pur sempre, come precisato nella stessa pronuncia, che la censura sia ammissibile ed in concreto sia proposta in conformità delle regole fissate dal codice di rito.

5.- Conclusivamente il ricorso deve essere respinto.

Le spese seguono per legge la soccombenza liquidate come da dispositivo.

PQM

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese liquidate in Euro 2.600,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre accessori secondo legge e spese generali al 15%.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 19 gennaio 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2016


Cassazione civile, sez. lav., 18/06/2014, (ud. 01/04/2014, dep.18/06/2014), n. 13863

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’appello di Napoli, con sentenza depositata il 17 maggio 2012, ha confermato la decisione di primo grado che aveva rigettato la domanda proposta da C.M. nei confronti della Banca della Campania S.p.A., volta ad ottenere il risarcimento dei danni asseritamente subiti per l’eccessivo carico di lavoro cui era stato sottoposto, con conseguente aggravamento della patologia cardiaca da cui era affetto, nonchè il risarcimento dei danni per la mancata progressione in carriera, quale funzionario, ed il supplemento di retribuzione per l’attività lavorativa svolta.

La Corte di merito, nel rilevare che la domanda risarcitoria era da inquadrare nella disciplina di cui all’art. 2087 c.c., avendo il lavoratore lamentato che la patologia cardiaca – per la quale si rese necessario un intervento chirurgico per sostituzione della valvola mitrale e l’impianto di quella meccanica – era ascrivibile alla condotta della società, la quale aveva asseritamente sottoposto il dipendente ad un eccessivo carico di lavoro, protrattosi nel tempo, per giunta in una filiale particolarmente esposta ad ambienti malavitosi, ha osservato, in sintesi, che, ammesso che vi fosse stato uno stress lavorativo, non era stato provato che questo fosse stato causa o concausa di accelerazione della patologia già latente, nè la prova del collegamento tra lavoro usurante ed evento poteva essere ritenuta sulla base delle mere possibilità.

Al riguardo il difetto di allegazioni e di prova da parte del lavoratore era determinante per escludere qualsiasi responsabilità a carico del datore di lavoro. Avrebbe dovuto il lavoratore fornire la prova rigorosa dell’attività lavorativa svolta, del numero di ore eccedenti il normale orario di lavoro nonchè dei mancati riposi settimanali, anzichè dedurre genericamente di avere svolto attività lavorativa usurante, senza precisare le relative modalità e cadenze.

Ha aggiunto la Corte che, parimenti, non era stata fornita la prova – anche attraverso presunzioni – dell’effettivo danno psicofisico subito e che, peraltro, anche la consulenza tecnica espletata in primo grado e contestata solo con formule di stile, aveva escluso il rapporto causale tra l’attività lavorativa e la stenosi mitralica da cui il lavoratore era stato colpito.

Era da escludere, inoltre, il danno per la mancata promozione a funzionario, essendo rimessa al datore di lavoro la relativa valutazione discrezionale e non potendo il giudice sostituirsi al datore di lavoro nel compimento delle operazioni di scelta.

Infine era infondata anche la domanda per perdita di chance, non risultando che il datore di lavoro, nella nomina dei funzionali, avesse violato i principi di buona fede e correttezza.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione il dipendente sulla base di quattro motivi, illustrati da memoria. La Banca resiste con controricorso. La Società Reale Mutua Assicurazioni – chiamata in garanzia dalla Banca – è rimasta intimata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.-Con il primo motivo il ricorrente denunzia insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio. Deduce che erroneamente la Corte di merito ha ritenuto di escludere la responsabilità del datore di lavoro sul presupposto del “difetto di allegazioni”. Ed infatti nel ricorso introduttivo erano state specificamente indicate le “allegazioni di fatto” a sostegno della domanda risarcitoria, e cioè: la sottoposizione nel 1966 ad un intervento di “commissurotomia mitralica”; il suo stato di invalidità pari al 40%; la sua destinazione, quale preposto, ad una filiale già oggetto di quattro precedenti rapine; la rapina a mano armata, con minaccia di morte, subita nel 1991 con conseguente insonnia, stress, tachicardia e ansia; l’aggravamento, dello stato di invalidità e della patologia cardiaca; il cumulo degli incarichi di rilevante responsabilità; la sottoposizione nel 1997 ad intervento chirurgico per la sostituzione della valvola mitralica e l’impianto di quella meccanica. La Corte di merito, aggiunge il ricorrente, non ha chiarito le ragioni per cui le suddette allegazioni erano insufficienti nè, tanto meno, le ha esaminate, “con conseguente impossibilità di individuare il procedimento logico-giuridico posto a base della valutazione di insufficienza”.

2.-Con il secondo motivo la ricorrente, nel denunziare omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, critica la sentenza impugnata per avere prestato adesione alla consulenza tecnica espletata in primo grado, del tutto lacunosa ed erronea. Ed infatti il c.t.u., nell’escludere il rapporto di causalità tra attività lavorativa e peggioramento della patologia cardiaca, ha ritenuto che il carico di lavoro svolto da esso ricorrente fosse ordinario e non particolarmente gravoso, non considerando che la patologia cardiaca si era nuovamente manifestata subito dopo la rapina e che si era ulteriormente aggravata nel periodo in cui era stato sottoposto a tre incarichi di direzione generale, normalmente attribuiti a tre diversi funzionali, con sottoposizione dunque ad un carico di lavoro tutt’altro che normale.

3.-Con il terzo motivo il ricorrente denunzia violazione dell’art. 112 c.p.c., rilevando che con il ricorso introduttivo aveva chiesto il risarcimento dei danni per usura psico fisica conseguente all’eccessivo carico di lavoro effettuato anche nelle giornate di sabato, ed in ogni caso un supplemento di retribuzione ex art. 2099 c.c., e art. 36 Cost., per avere speso maggiore impegno quantitativo e qualitativo per effetto del cumulo di responsabilità e mansioni, domande entrambe rigettate dal primo giudice. Avverso tale decisione, aggiunge, ha proposto impugnazione limitatamente alla seconda di dette domande, ma la Corte di merito ha totalmente omesso di esaminarla e di pronunziarsi al riguardo, dilungandosi nel motivare il rigetto della prima domanda, relativa al ristoro dei danni da usura psico fisica in ordine alla quale non era stata proposta impugnazione.

4.-Con il quarto motivo il ricorrente denunzia insufficiente e contraddittoria motivazione circa la domanda risarcitoria relativa alla mancata promozione a funzionario a decorrere dal gennaio 1993.

Nel rilevare che, diversamente da quanto affermato dalla sentenza impugnata, il ricorrente non ha invocato un suo automatico diritto alla promozione, il C. lamenta che la Corte di merito non ha accertato il rispetto da parte della Banca dei criteri di selezione dettati dalla normativa contrattuale, la cui corretta applicazione avrebbe senz’altro condotto alla sua promozione, essendo egli in possesso dei requisiti attitudinali e di capacità professionali, oltre che dei precedenti di carriera richiesti dall’art. 61 del contratto collettivo. Lamenta ancora che la Banca, nel procedere alle promozioni, ha omesso di effettuare la dovuta attività di comparazione tra gli aspiranti, attribuendo la qualifica di funzionario non già nell’esercizio di un potere discrezionale, bensì in totale arbitrio. La sentenza impugnata ha omesso di controllare il rispetto, da parte della Banca, delle regole procedurali nelle varie tornate promotive.

5.-I primi due motivi, che in ragione della loro connessione vanno trattati congiuntamente, non sono fondati. La motivazione della sentenza impugnata, con riguardo a tali motivi, va però parzialmente corretta, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., u.c..

Questa Corte ha più volte affermato che l’art. 2087 c.c., non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento (v., ex plurimis, da ultimo, Cass. 29 gennaio 2013 n. 2038) e che, in tema di responsabilità del datore di lavoro per violazione delle disposizioni dell’art. 2087 c.c., la parte che subisce l’inadempimento non deve dimostrare la colpa dell’altra parte – dato che ai sensi dell’art. 1218 c.c., è il debitore – datore di lavoro che deve provare che l’impossibilità della prestazione o la non esatta esecuzione della stessa o comunque il pregiudizio che colpisce la controparte derivano da causa a lui non imputabile – ma è comunque soggetta all’onere di allegare e dimostrare l’esistenza del fatto materiale ed anche le regole di condotta che assume essere state violate, provando che l’asserito debitore ha posto in essere un comportamento contrario o alle clausole contrattuali che disciplinano il rapporto o a norme inderogabili di legge o alle regole generali di correttezza e buona fede o alle misure che, nell’esercizio dell’impresa, debbono essere adottate per tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro (Cass. 11 aprile 2013 n. 8855; Cass. 12 marzo 2003 n. 3622; Cass. 5 marzo 2002 n. 3162; Cass. 7 novembre 2000 n. 14469).

La prima e l’ultima sentenza dianzi indicate sono state emesse in fattispecie che hanno attinenza con la presente, relative alla pretesa del dipendente di un istituto di credito di ottenere il risarcimento dei danni permanenti alla salute derivati da una serie di rapine compiute presso l’agenzia ove il lavoratore aveva prestato attività di addetto allo sportello bancario e dal trasferimento disposto dall’istituto in altra sede “notoriamente” soggetta a rapine. Le sentenze di merito avevano respinto le domande, sul presupposto che il lavoratore si fosse limitato ad allegare l’esistenza e l’entità del danno e il nesso causale fra questo e i fatti dedotti, senza porre a fondamento della domanda nè la negligenza della banca circa la mancata adozione di misure di sicurezza idonee ad evitare le rapine, nè l’illegittimità del trasferimento. La S.C., nel confermare le sentenze impugnate, ha affermato il principio su esteso.

Nella specie, come risulta dalla sentenza impugnata e dagli scritti difensivi delle parti, il ricorrente ha dedotto l’esistenza del pregiudizio nonchè il nesso causale fra la condotta del datore di lavoro e i danni, ma non già, con riguardo alle rapine subite, l’omessa predisposizione da parte della Banca di misure minime di sicurezza e di prevenzione atte a scongiurare, nei limiti del possibile, la commissione di fatti delittuosi.

6.- Quanto all’eccessivo carico di lavoro che avrebbe concorso ad aggravare la patologia cardiaca, la Corte di merito, nel rigettare la domanda relativa ai lamentati danni da usura psico fisica, ha affermato che, ancor prima della prova di tali danni e del collegamento causale con la condotta del datore di lavoro, il dipendente avrebbe dovuto fornire la prova rigorosa dell’attività lavorativa svolta, del numero di ore lavorative eccedenti l’orario normale di lavoro, dei mancati riposi settimanali per effetto dello svolgimento dell’attività lavorativa.

Tenuto conto di tutto quanto precede e dei principi come sopra enunciati da questa Corte, è irrilevante che il giudice d’appello, al fine di escludere la responsabilità a carico del datore di lavoro, abbia fatto riferimento al “difetto di allegazioni” da parte del dipendente, locuzione questa che, in mancanza di ulteriori specificazioni (v. pag. 5 sentenza: “Nel caso di specie il difetto di allegazioni è stato determinante nell’escludere qualunque responsabilità a carico del datore di lavoro…..”), pare si riferisca non già alle “allegazioni di fatto”, come assume il ricorrente, bensì – letta tale frase in connessione con le affermazioni immediatamente precedenti e successive contenute nella sentenza – alle allegazioni circa il nesso causale tra il comportamento datoriale e il danno.

Parimenti irrilevanti sono le critiche rivolte dal ricorrente alla consulenza tecnica d’ufficio – che ha accertato la insussistenza di un nesso causale tra l’attività lavorativa svolta dal C. e l’aggravamento della patologia cardiaca – in mancanza di prova, in base ai principi di diritto sopra enunciati, della violazione, da parte del datore di lavoro, di clausole contrattuali, di norme inderogabili di legge, di regole generali di correttezza e buona fede, ed in particolare delle norme relative all’orario di lavoro.

7.- Anche il terzo motivo è infondato.

Deduce il ricorrente che la Corte di merito ha omesso di pronunziarsi sulla censura relativa al mancato accoglimento della domanda volta ad ottenere il supplemento di retribuzione, ex art. 2099 c.c., e art. 36 Cost., per avere il medesimo speso maggiore impegno quantitativo e qualitativo per effetto di cumulo di incarichi, con relative rilevanti responsabilità.

Ma, se è vero che tale censura non è stata specificamente esaminata, tuttavia in ordine alla stessa la Corte di merito, nel rigettare il gravame, si è implicitamente pronunciata, affermando, come più sopra osservato, con riguardo alla censura relativa ai danni per usura psico fisica derivante da eccessivo carico di lavoro, che il “lavoratore avrebbe dovuto fornire una prova rigorosa relativa all’attività lavorativa svolta, al numero di ore lavorative eccedenti l’orario normale svolte mese per mese, ai mancati riposi derivanti dalla prosecuzione dell’attività lavorativa per più di 6 giorni consecutivi”.

Statuizione questa, peraltro non impugnata dal lavoratore, che implicitamente esclude il fondamento della domanda di supplemento di retribuzione, ove si consideri che tale domanda e quella di danni da usura psico fisica erano fondate sugli stessi presupposti (lavoro effettuato anche nelle giornate di sabato “al fine di fronteggiare lo smisurato carico di lavoro”; maggiore impegno qualitativo e quantitativo per effetto del cumulo di responsabilità e mansioni).

8.-Privo di fondamento è infine il quarto motivo.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte il diritto soggettivo del lavoratore ad essere promosso ad una categoria, grado o classe superiori presuppone una disciplina collettiva che garantisca l’avanzamento come effetto immediato di determinate condizioni di fatto, delle quali sia accertata l’esistenza prescindendo da ogni indagine valutativa del datore di lavoro; pertanto, nell’ipotesi in cui la disciplina collettiva in tema di promozioni rimetta il giudizio di merito, sulle attitudini e le capacità professionali, esclusivamente al datore di lavoro, il giudice, nel rispetto della libertà di iniziativa economica garantita dall’art. 41 Cost., non può sostituirsi al datore medesimo, potendo sindacarne l’operato solo se la mancata promozione sia espressione di una deliberata violazione delle regole di buona fede e correttezza che presiedono allo svolgimento del rapporto di lavoro (Cass. 5 aprile 2012 n. 5477;

Cass. 26 maggio 2003 n. 8350; Cass. 1 agosto 2001 n. 10514; Cass. 30 maggio 1990 n. 5062).

Nella specie la Corte di merito ha osservato che alcun diritto soggettivo vantava il ricorrente alla promozione, atteso che, a norma dell’art. 61 CCNL delle aziende di credito del 22 giugno 1995, le promozioni dei funzionati venivano effettuate dall’azienda in relazione alle proprie esigenze organizzative e funzionali, tenendo presenti le attitudini a ricoprire il grado superiore, la capacità professionale e le particolari attitudini del dipendente; che il diritto alla promozione non poteva discendere dal fatto che il ricorrente aveva asseritamente svolto attività particolarmente qualificata, conseguendo sempre la qualifica di ottimo, ovvero dalla circostanza di avere svolto una eccessiva mole di lavoro; che il ricorrente, ai fini risarcitoli, non aveva allegato e dimostrato di possedere concrete ed effettive probabilità di conseguire la promozione rispetto ad altri dipendenti.

In replica a tali affermazioni il ricorrente rileva che il rispetto, da parte della Banca, delle “regole procedurali avrebbe reso altamente probabile la sua promozione”, ma non indica quali regole il datore di lavoro abbia violato. Aggiunge che se la Banca avesse applicato “i criteri di selezione” previsti dall’art. 61 del CCNL sopra citato, con elevato grado di probabilità sarebbe stato promosso, ma non precisa quali criteri il datore di lavoro abbia omesso di osservare. Assume che la Banca non ha effettuato “quella doverosa attività di comparazione tra più posizioni”, ma omette di precisare le posizioni degli altri dipendenti che hanno ottenuto la promozione. Deduce di essere stato immotivamente escluso dalle tornate promotive degli anni 1991, 1994 e 1996, “tenuto conto della sua fulminante carriera e della notevole capacità professionale dimostrata”, non considerando che per la promozione a funzionario, secondo la indicata disposizione contrattuale, il giudizio sulle attitudini a ricoprire il grado, sulla capacità professionale e i precedenti di carriera e di lavoro è attribuita all’imprenditore, al quale, nel rispetto della libertà di iniziativa economica garantita dall’art. 41 Cost., non può sostituirsi il giudice, e che l’operato del datore di lavoro può essere sindacato solo se la mancata promozione sia espressione di deliberata violazione delle regole di buona fede e correttezza, evenienza questa non ricorrente nella specie.

Anche questo motivo va pertanto rigettato.

9.-Avuto riguardo alla complessità e alla oggettiva incertezza delle questioni trattate, vanno compensate tra le parti costituite le spese del presente giudizio.

Nulla per le spese nei confronti della Reale Mutua Assicurazioni, rimasta intimata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa tra le parti costituite le spese del presente giudizio.

Nulla per le spese nei confronti della Società Reale Mutua Assicurazioni.

Così deciso in Roma, il 1 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 18 giugno 2014


Tribunale L’Aquila, sez. lav., 02/04/2012, (, dep.02/04/2012), n. 201

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato in data 10 novembre 2010 C.C.L. – premesso che è dipendente della ASL n. 1 dagli anni ’90 si è trovata ad operare in un contesto lavorativo caratterizzato da un grave stato di disfunzione organizzativa oltre che di conflitto tra gli addetti al servizio, con frequenti attacchi alla sua persona e alla sua reputazione volti ad umiliarne la capacità lavorative, in assenza di referenti di superiore qualifica cui rappresentare il disagio, che, in conseguenza di tali circostanze, ha cominciato ad accusare crisi ipertensive, talune accompagnate da prestazioni di Pronto Soccorso e anche da ricoveri fino al 2010, risultando affetta da “ipertensione arteriosa non compensabile farmacologicamente con picchi diurni, retinopatia ipertensiva non compensabile farmacologicamente di II grado, che in data 23 marzo 2000 presentava domanda per il riconoscimento da causa di servizio della infermità patita, che, a seguito di ricorso, in data 27 settembre 2007 è stata sottoposta a visita dalla Commissione Medica Ospedaliera del Centro Militare di Medicina Legale di Chieti la quale confermava le patologie ma la ASL di L’Aquila rigettava l’istanza non riconoscendo le medesime come dipendenti dal servizio – ha agito in giudizio nei confronti dell’amministrazione convenuta per sentir dichiarare le infermità già riscontrate come dipendenti da causa di servizio e per l’effetto per sentir dichiarare il diritto ad ottenere l’equo indennizzo, con condanna dell’amministrazione alla corresponsione di tutti i benefici-previsti, oltre accessori, a decorrere dalla data della domanda.

Si è costituita in giudizio l’amministrazione convenuta deducendo l’infondatezza della domanda e chiedendone il rigetto, in particolare evidenziando l’assenza del nesso eziologico tra le patologie lamentate e l’attività lavorativa.

All’odierna udienza, espletata la prova per testi e la CTU, la causa è stata discussa e decisa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

La domanda è fondata e merita accoglimento.

La teste escussa, collega di lavoro della ricorrente, ha riferito che il servizio di dietista, cui entrambe erano addette, si svolgeva e si svolge sia presso i reparti che presso la cucina. fino al 2002 il servizio è rimasto senza alcun dirigente, senza una, particolare organizzazione e un programma prestabilito, potendo solo riferire, per le questioni rilevanti, alla Direzione Sanitaria. In particolare la ricorrente, quando prestava servizio presso la cucina del nosocomio di Collemaggio, ha provveduto, insieme ad un’altra sola unità, alla preparazione di circa 700 pasti ordinari, oltre a quelli speciali previsti per la Rianimazione, l’Utic e d in altri casi particolari, costretta ad utilizzare, per i primi, locali e attrezzature fatiscenti, tanto da dover effettuare le pulizie necessarie prima di iniziare a preparare i pasti, e, per i secondi, un piccolo locale completamente inadeguato. L’umidità che si creava provocava distaccò di intonaco, condensa, muffa e gocciolamento. Nel 2002, contestualmente alla nomina a responsabile della collega M., con la quale già in precedenza si erano venuti a creare dissapori e contrasti, perché in disaccordo con la posizione delle altre, si è acuita la contrapposizione per taluni atteggiamenti riferibile alla stessa M. – non avendo una sede di servizio fissa, le dietiste dovevano ogni mattina recarsi presso il nosocomio di Via N. per conoscere se il turno del giorno si svolgeva lì ovvero nel in quello di Coppito oppure presso Collemaggio, inoltre dal 2002 al 2009 chi svolgeva il turno del martedì presso il nosocomio di Coppito, trattenendosi oltre l’orario di servizio per l’elevato numero dei pazienti era rimproverato per il prolungamento, dovendo al contrario completare il servizio entro le ore 14 – sicché le discussioni erano diventate quotidiane ed in occasione delle stesse la C.C.L. si agitava e più volte si è sentita male, tanto da dover recarsi al Pronto soccorso, costretta anche al ricovero.

Il medico curante della ricorrente ha riferito che, oltre a conoscerla e ad averla in cura da anni, ha spesso sollecitato lui stesso brevi periodi di riposo dal lavoro, poiché, al di là delle cause scientifiche della patologia, ha avuto modo di constatare che l’allontanamento dal lavoro migliorava la sintomatologia. Ha comunque confermato la situazione di stress caratterizzante il luogo di lavoro della ricorrente.

Il CTU nella perizia a sua firma ha accertato che la ricorrente è affetta da “ipertensione arteriosa” e nel premettere una eziopatogensi multifattoriale di tale patologia, riconducibile a numerosi fattori di rischio, ha spiegato che da un punto di vista fisiopatoloaico che l’ipertensione è riconducibile a meccanismi psicofisiologici, identificabili nella esagerata reattività cardiovascolare in risposta a stimolazioni provenienti dall’ambiente, definite come eventi stressanti. La risposta di difesa induce un aumento dell’attività del ramo simpatico del sistema nervoso autonomo che provoca un incremento della pressione arteriosa e induce il surrene a secernere noradrenalina e adrenalina nella circolazione sanguigna. Esiste anche un altro circuito, parallelo alla attivazione simpatica, relativo alla attivazione dell’asse ipotalamo – ipofisi – surrene, indisposta a stimolazioni esterne ed interne, che stimola il rilascio di cortisolo, con conseguente aumento della pressione arteriosa. Acclarata pertanto la possibilità, in base alla letteratura scientifica, di una correlazione tra fattori psicologici (stress da lavoro) ed ipertensione arteriosa, nello specifico accertamento se una tale situazione ricorra nel caso di specie, occorre precisare che la predisposizione costituzionale del soggetto a contrarre infermità non è di ostacolo al riconoscimento della sussistenza del rapporto di concasualità necessaria e preponderante tra l’infermità riscontrata e il servizio.

Nel caso in esame, tenuto conto che sia all’esito della prova per testi che dalla documentazione versata in atti, la ricorrente vive da anni una difficile situazione occupazionale con stress lavorativo legato alla inadeguatezza della programmazione dell’attività ordinaria, da eccessive forme di controllo, da pressioni psicologiche e rimproveri spesso sfociati in discussioni e contrasti, da rendere l’ambiente lavorativo I caratterizzato da una conflittualità persistente, il CTU ha ritenuto del tutto verosimile che lo stress lavorativo, anche in associazione a fattori individuali, abbia concorso a modificare i processi fisiologici che stanno alla base delle alterazioni pressorie. Tanto più che la condizione ipertensiva si è dimostrata scarsamente responsiva alla terapia medica, proprio a causa della persistenza dello stimolo ansiogeno.

Il CTU ha pertanto concluso nel senso che il complesso quadro patologico da cui è affetta la ricorrente è riconducibile, quanto meno in termini di concausalità efficiente e determinante al prestato servizio di dietista e come tale ascrivibile alla Tab. A catg. 8° DPR n. 834/81.

Le conclusioni del consulente tecnico appaiono dedotte, con congrua ed esauriente motivazione, da un’attenta disamina dei numerosi dati anamnestici e clinici acquisiti, ed appaiono fondate su argomentazioni immuni da vizi logici e corrette sul piano scientifico, per cui deve ritenerci che egli abbia correttamente adempiuto all’incarico ricevuto.

Tali conclusioni devono pertanto essere condivise, essendo la espletata indagine correttamente eseguita ed immune dai profili di censurabilità, neppure evidenziati dalle parti.

Il ricorso pertanto deve essere accolto nei termini sopra indicati, tenuto altresì conto del fatto che la domanda amministrativa e di equo indennizzo è stata tempestivamente prodotta dalla ricorrente (23 marzo 2000) nel termine di sei mesi dalla data di conoscibilità della patologia (indicata dal CTU nel 6 ottobre 1999), con conseguente condanna dell’amministrazione comunale al pagamento dell’equo indennizzo a decorrere dalla data di presentazione della domanda amministrativa oltre interessi legali fino al soddisfo.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

Tribunale di l’Aquila, 2 aprile 2012

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1 Commento

  1. Dopo 12 anni di autista internazionale con furgone exspress media di 20.000 km al mese,l’ultimo anno prima di andare in pensione ho avuto delle forme di tachicardia che mi hanno portato,dopo 9 mesi di malattia a lasciare il lavoro,pagato male dormire nel sedile del furgone la diari 100 delle vecchie lire al km più la paga base,al fine rapporto non ho voluto firmare il foglio in cui dichiaravo di non avere più alcuna spettanza,ero iscritto regolarmente alla cgil,ma la mia denuncia non ha portato bene,anche per disinteresse da parte del sindacato o accordi preventivi tra di loro,cosi mi sono rassegnato,poichè le mie economie non mi permettono di pagarmi un avvocato,la ditta mi manda un foglio in cui mi dice che sono io a dovergli dare dei soldi,cosa che non sapevo,fino a quando gli e arrivata la mia denuncia,sa di essere in torto ma le sue spalle sono ben coperte le mie nude,ho buste paghe e fogli in cui segnavo i km ma la cgil mi ha aperto le braccia in segno di resa,cosi mi ritrovo a prendere delle pastiglie per il cuore per sempre,cervicale con ecufeni contratti nel lavoro,non so cosa si possa fare,grazie per avermi letto.

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