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Lo sai che? Eredità: come dividerla in caso di disaccordo?

Lo sai che? Pubblicato il 15 novembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 15 novembre 2017

Eredità di mia madre: io e le mie sorelle non andiamo d’accordo e non riusciamo a decidere come dividere i beni in comunione. Che fare?

Fino al momento in cui non si proceda (amichevolmente, cioè contrattualmente, o giudizialmente) allo scioglimento della comunione ereditaria, i beni facenti parte del compendio ereditario (ivi compreso l’immobile oggetto del contendere) sono soggetti alle norme sulla comunione. Ciò vuol dire che in assenza di impugnazione del testamento olografo della madre del lettore, ovviamente possibile ove vi siano sufficienti prove per darne dimostrazione, l’amministrazione dei beni ereditati dalla sua genitrice è e sarà regolata dalle norme della comunione [1] e ciò fino al momento in cui non si proceda, come detto sopra, alla divisione (le disposizioni testamentarie possono essere impugnate quando sono effetto di violenza entro il termine di cinque anni dal giorno in cui si è avuta notizia della violenza [2]). Si tenga conto che il coerede che durante il periodo di comunione abbia goduto del bene in via esclusiva senza un titolo giustificativo (cioè, ad esempio, senza che ciò gli sia stato concesso dagli altri coeredi a titolo di comodato o in virtù di un contratto di affitto) è tenuto a corrispondere agli altri coeredi i cosiddetti frutti civili a titolo di ristoro della privazione della utilizzazione pro quota del bene comune e dei relativi profitti [3]. Tali frutti civili sono di solito individuati nel canone di locazione percepibile per l’immobile. È, quindi, ipotizzabile, dati i rapporti non certo idilliaci, che la soluzione migliore, in assenza di accordo sulla divisione del compendio ereditario, sia quella di procedere alla divisione giudiziale che ciascun coerede ha diritto di chiedere con apposita procedura giudiziale (la richiesta di innalzare muro divisorio e, in generale, la condotta molto attiva delle sorelle del lettore sono probabilmente finalizzati a dividere l’immobile “de facto”, cioè senza attendere la divisione a mezzo di sentenza, e ad evitare che lui possa usucapire la loro quota restando nel possesso esclusivo dell’intero immobile comportandosi come proprietario esclusivo di esso e non più come comproprietario). Quanto all’accusa di appropriazione indebita [4], essa può avere ad oggetto solo danaro o beni mobili, ragion per cui essa non può essere legata alla condotta del lettore relativa all’immobile ereditato, ma, forse, ad altre sue condotte relative al danaro depositato in conti o libretti oppure ad altri beni mobili. Circa le somme depositate sui conti o sui libretti intestati al padre, si valuti che se il conto corrente era intestato esclusivamente a lui, nessun coerede può prelevare l’intera somma depositata (farlo costituirebbe un’appropriazione indebita [5]). È possibile, invece, che ciascun coerede possa prelevare la quota di sua spettanza, indipendentemente dal consenso o dalla contestuale presenza di altri e ciò in base ai principi che regolano il rapporto fra debitore e creditore: la presenza di una pluralità di eredi fa sorgere una pluralità di rapporti obbligatori, tra loro autonomi. Tale principio è riconosciuto sia in dottrina che in giurisprudenza [6]. Ciò, però, richiede che il singolo coerede riesca a dimostrare alla banca sia la propria qualità che l’entità della quota che gli spetta e poiché spesso ciò è complicato, accade molto frequentemente che, per tenersi fuori da responsabilità cui potrebbero essere chiamate, le banche adottino come prassi la richiesta, per evitare il blocco dei conti, della collaborazione, compresenza e consenso di tutti i coeredi, circostanza spesso irrealizzabile soprattutto se i rapporti fra gli stessi siano complicati. Perciò, le problematiche inerenti le somme depositate sui conti o libretti intestati al padre del lettore possono risolversi (consentendo il prelievo da parte di ciascun coerede di somme per un importo corrispondente alla propria quota di eredità e non oltre) solo dimostrando la propria qualità e l’entità della quota di spettanza, salve, ovviamente, le specifiche regole contrattuali del rapporto intercorso fra suo padre e la banca (rinvenibili nei documenti contrattuali che è auspicabile siano disponibili onde verificarne il contenuto).

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Angelo Forte

note

[1] Artt. 1100 e ss. cod. civ.

[2] Ai sensi dell’art. 624 cod. civ.

[3] In tal senso, Cass. sent. n. 7881 del 2010.

[4] Art. 646 cod. pen.

[5] Come ha statuito Cass. sent. n. 38527 del 25.10.2011.

[6] Cass., Sez. Un., sent. n. 24657 del 28.11.2007.

[1] Artt. 1100 e ss. cod. civ.

[2] Ai sensi dell’art. 624 cod. civ.

[3] In tal senso, Cass. sent. n. 7881 del 2010.

[4] Art. 646 cod. pen.

[5] Come ha statuito Cass. sent. n. 38527 del 25.10.2011.

[6] Cass., Sez. Un., sent. n. 24657 del 28.11.2007.


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