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Il dipendente con una relazione col capo va trasferito

17 ottobre 2017


Il dipendente con una relazione col capo va trasferito

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 ottobre 2017



Non è mobbing il trasferimento del dipendente di un ente pubblico che ha una relazione sentimentale con il dirigente: ciò mette a rischio imparzialità e immagine dell’amministrazione.

Hai il sospetto che la tua collega di lavoro abbia fatto carriera grazie alla relazione che intrattiene col capo? Forse è arrivato il momento della vendetta di chi, invece, si è visto negare la promozione per lasciar spazio alle avvenenti grazie altrui. Una sentenza della Cassazione di poche ore fa [1] ritiene legittimo, anzi doveroso, il trasferimento di un dipendente pubblico quando questi intrattiene una relazione sentimentale con il dirigente dell’ufficio. Una situazione di questo tipo mette a rischio infatti l’imparzialità e l’immagine dell’amministrazione nei confronti degli utenti e degli altri dipendenti. Insomma, il semplice sospetto che l’avanzamento di carriera sia attribuibile al legame affettivo con il vertice fa sì che qualsiasi trasferimento da un luogo a un altro non possa essere configurabile come mobbing.

Il caso di specie ha visto protagonista una dipendente di un ente pubblico. La donna, che aveva una relazione con un dirigente superiore di grado a lei, aveva impugnato una serie di reiterati trasferimenti frutto, a suo dire, di una schizofrenia gestionale che ne aveva determinato una sostanziale emarginazione, espellendola di fatto dal quadro organico del Comune. A causa di ciò la dipendente si era trovata a dover ricorrere a una terapia psichiatrica. Agiva così nei confronti dell’ente per ottenere il risarcimento dei danni derivanti da un asserito mobbing. Veniva richiesta anche la condanna dell’Inail al risarcimento del danno biologico. La Corte ha però rigettato il ricorso ritenendo legittimo – anzi doveroso – il trasferimento del dipendente con una relazione col capo e ciò proprio a tutela dell’immagine dell’ente.

Fra l’altro, nel caso di specie, la dipendente non aveva dato corso al trasferimento perché si era data malata. E con questo comportamento – come si suol dire – “si è tirata la zappa sui piedi”. Infatti secondo la Corte non si può giudicare la legittimità o meno dei trasferimenti del datore di lavoro posta l’assenza della dipendente. Le censure mosse richiedono infatti «un’effettiva presa di possesso delle mansioni assegnate con i provvedimenti impugnati». Insomma, la protratta assenza dal servizio del dipendente preclude la possibilità di valutare la legittimità o meno dei trasferimenti decisi dall’ente.

note

[1] Cass. ord. n. 24450/17 del 17.10.2017.

Autore immagine: Pixabay.com

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