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Imu sugli immobili della Chiesa cattolica: ok del Consiglio di Stato

13 novembre 2012


Imu sugli immobili della Chiesa cattolica: ok del Consiglio di Stato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 novembre 2012



Dal primo gennaio 2013, anche la Chiesa cattolica pagherà l’Imu sugli immobili di sua proprietà, ma non sempre.

Con un recentissimo parere [1], il Consiglio di Stato ha dato il placet alla norma scritta dal Ministero del Tesoro volta a regolamentare il pagamento dell’Imu per gli immobili ad uso misto di proprietà di enti non commerciali: tra questi, ovviamente, la Chiesa.

Dunque, a partire dal nuovo anno, anche gli immobili o le porzioni di immobili appartenenti alla Chiesa cattolica, che vengono utilizzati per scopi commerciali dovranno versare l’Imposta sugli immobili.

Già la Commissione Europea aveva aperto una procedura di infrazione a carico dell’Italia per la mancata applicazione dell’Imu anche agli immobili della Chiesa, ritenendo che detto beneficio fosse in contrasto con le regole del mercato interno.

Esenzioni

Restano esenti dal pagamento dell’Imu gli enti pubblici e privati – che non siano società – che hanno per oggetto sociale (esclusivo o principale) l’esercizio di attività non commerciali, sempre che gli immobili in questione vengano destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché di attività di religione o di culto.

In tali casi, qualora sia possibile individuare gli immobili o le porzioni di immobili destinati esclusivamente ad attività non commerciale, l’esenzione si applica solo alla frazione di unità in cui tale attività viene svolta.

Se invece non è possibile effettuare tale distinzione, l’esenzione si applica in proporzione all’utilizzazione non commerciale dell’immobile per come risulterà da apposita dichiarazione del titolare.

Problemi di interpretazione

A questo punto, per come già prevedibile, il principale problema sarà quello di distinguere le attività commerciali da quelle che non lo sono. Spesso infatti alcuni soggetti apparentemente “non commerciali” svolgono attività economiche che hanno tutti i requisiti delle attività commerciali e si pongono in concorrenza con i servizi offerti da altri soggetti economici.

Non è infatti un mistero che molti enti non commerciali svolgano vere e proprie attività commerciali.

I problemi dunque sono ancora tutti da risolvere.

 

 

 

note

[1] Cons. Stato, parere n. 4802/12.

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