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Cartella di pagamento: quanto tempo per le osservazioni al giudice?

18 novembre 2017


Cartella di pagamento: quanto tempo per le osservazioni al giudice?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 novembre 2017



Ricorso cartella esattoriale: se manca la comunicazione del verbale di chiusura delle operazioni, il mio cliente è ancora in termini per fare osservazioni, visto che il termine di 60 giorni non è ancora trascorso?

Lo Statuto del contribuente [1] prevede il principio di cooperazione tra amministrazione e contribuente e la possibilità, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, di comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L’avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza. Una decisione della Suprema Corte [2] ha ricondotto l’obbligo dell’Amministrazione finanziaria di rispettare il termine dilatorio di sessanta giorni, ai principi espressi dalle direttive comunitarie [3], con conseguente illegittimità dell’avviso di accertamento emesso, in assenza di particolari ragioni di urgenza, prima del decorso del suddetto termine, decorrente dal rilascio al contribuente – nei cui confronti sia stato effettuato un accesso, un’ispezione o una verifica nei locali destinati all’esercizio dell’attività – della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni, che deve sempre essere redatto, non essendo comunque giustificata la sua omissione. Sul tema specifico oggetto del ricorso in esame, però, sembra molto importante una recente pronuncia della Cassazione, la quale stabilisce che in tema di accertamento standardizzato mediante parametri e studi di settore, non è applicabile il termine dilatorio di sessanta giorni per l’emanazione dell’avviso di accertamento, decorrente dal rilascio al contribuente della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni, essendo già prevista, a pena di nullità, una fase necessaria di contraddittorio procedimentale, che garantisce pienamente la partecipazione e l’interlocuzione del contribuente prima dell’emissione dell’avviso [4]. Il principio che sembra importante, ai nostri fini, è che anche in questa sentenza la Suprema Corte stabilisce che il verbale di chiusura deve essere notificato al contribuente. A prescindere dall’esistenza -o meno – nel caso di accertamento mediante parametri, dell’obbligo di rispettare il termine dilatorio di sessanta giorni. Nel caso che ci interessa, concludendo questa parte della disamina, appare controversa, dunque, la necessità di aspettare il decorso del termine dilatorio, ma appare comunque necessaria (a pena di invalidità dell’accertamento) la comunicazione all’interessato della chiusura delle operazioni di verifica: adempimento, questo, che non è stato invece rispettato dall’Agenzia nel caso che ci occupa.

Qual è l’effetto dell’omissione della notifica del verbale di chiusura? La Cassazione ritiene nullo l’accertamento emesso prima della scadenza del termine, a meno che l’Amministrazione finanziaria non dimostri che vi sono stati motivi d’urgenza che imponevano l’emissione dell’atto. La Suprema Corte è chiarissima. Il provvedimento impositivo presuppone: il contradditorio tra gli interessati; la comunicazione al contribuente dell’avvenuta chiusura delle operazioni di verifica; la possibilità, nei sessanta giorni successivi di controdedurre alle decisioni del Fisco. Qual è l’effetto dell’omissione delle scansioni procedimentali richieste? La Corte parla di illegittimità dell’atto, ma alla fine della motivazione fa riferimento alla eccezione di nullità. Possiamo dedurne, in definiva, che per la Cassazione si tratterebbe di nullità. A questo punto occorre rispolverare i concetti di nullità dell’atto e quello di inesistenza sulla scorta dei pronunciamenti di qualche Commissione tributaria, anche se è da premettere comunque che qualche autorevole spunto dottrinario sostiene che in diritto amministrativo i concetti di nullità ed inesistenza coincidono.  La cosa però sembra alquanto interessante sotto altro profilo: un atto inesistente non esiste. E se non esiste non può produrre effetti giuridici. Si potrebbe impostare una strategia sui principi chiedendo che la Commissione tributaria, anche nel caso di inammissibilità del ricorso, si pronunci anche riguardo all’inesistenza dell’atto impositivo: una pronuncia utile in una fase successiva ed eventuale per il caso di cattivo esito dell’odierno procedimento. Per tornare al nostro discorso, sembra di poter dire che nel caso in specie l’atto impositivo è viziato e si dovrà molto insistere su questo aspetto in sede di memorie o discussione del ricorso. Se si potrà farlo, poiché la Commissione potrebbe dichiarare l’inammissibilità del ricorso senza entrare. Secondo Cassazione, commissioni di merito e, a monte, delle direttive e decisioni comunitarie, il procedimento di accertamento si articola attraverso fasi perfettamente scandite:

  • contraddittorio;
  • comunicazione della chiusura delle operazioni di verifica da parte del Fisco;
  • proposizione (eventuale) delle ragioni del contribuente nel termine dilatorio di sessanta giorni;
  • decisione dell’ufficio.

La Commissione tributaria provinciale di La Spezia, a questo punto, fa menzione di una conseguenza dell’omessa comunicazione della chiusura delle operazioni di verifica: la mancata decorrenza del termine di sessanta giorni per la proposizione delle argomentazioni del contribuente. Riepilogando: l’avviso di accertamento deve considerarsi nullo per la mancata comunicazione del processo verbale di chiusura delle operazioni ed il cliente del lettore sarebbe ancora, in teoria, in termini per proporre le sue eventuali osservazioni, visto che il termine dilatorio di sessanta giorni non è ancora trascorso. A questo punto una considerazione. Il lettore dovrebbe valutare l’eventualità di un’istanza di revoca in autotutela affinchè venga ripreso il procedimento viziato, retrocedendolo alla fase della comunicazione del verbale di chiusura. Tale istanza potrebbe essere rafforzata dalla considerazione che il termine dilatorio di sessanta giorni è ancora in corso, stando alle motivazioni svolte nella decisione della Ctp di La Spezia, e risalendo ai principi generali del diritto ed alle norme di legge in vigore. Le istanze di revoca in autotutela possono essere proposte in qualsiasi tempo, anche in pendenza del giudizio avanti alla Commissione tributaria; esse danno la possibilità di impugnare sia l’eventuale rigetto, sia l’eventuale silenzio.

In conclusione, la tardività del ricorso è stata già eccepita dall’Amministrazione finanziaria e non ci si potrà porre più il problema di un’eventuale rilevazione d’ufficio del vizio di inammissibilità. A questo proposito si dovrà sostenere la tesi che l’Ufficio, oltre a formulare l’eccezione, è entrato nel merito della questione, accettando di fatto il contraddittorio e sanando il vizio. Possibilmente mediante deposito di una memoria, si potrà sostenere che la mancata comunicazione della chiusura delle operazioni di verifica non fa decorrere il termine dilatorio di sessanta giorni per la proposizione delle ragioni del contribuente e che, dunque, v’è ancora possibilità di prospettare all’Amministrazione finanziaria ragioni di merito atte ad indurla a revocare l’avviso di accertamento. Nel frattempo – ma al più presto – si potrebbe produrre un’istanza di revoca in autotutela da allegare tra i documenti del procedimento tributario in corso, al fine di chiedere quanto meno il rinvio della decisione. L’istanza di revoca, se anche non giungesse ad un esito positivo, darebbe comunque modo di intraprendere un nuovo procedimento che si potrebbe chiedere di riunire a quello in corso per l’evidente connessione. E se, per ipotesi, si giungesse ad una decisione di inammissibilità dell’odierno procedimento, questa non costituirebbe res iudicata nei confronti del successivo: la dichiarazione di inammissibilità, infatti, non entra nel merito delle questioni e non preclude la loro trattazione nel successivo procedimento.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Vincenzo Rizza

note

[1] L. n. 212 del 27.07.2000.

[2] Cass. sent. n. 25759 dello 05.12.2014.

[3] Recepite nell’art. 7 della l. n. 212 del 27.07.2000.

[4] Cass. sent. n. 6054 del 26.03.2015.

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