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Lo sai che? Come diventare agricoltore biologico

Lo sai che? Pubblicato il 20 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 20 ottobre 2017

Essere un agricoltore biologico non significa solo fare agricoltura. È un percorso lungo e articolato. Andiamo a scoprirlo.

I supermercati sono invasi da prodotti cosiddetti bio, ma vediamo insieme come si diventa coltivatori biologici; consapevoli che, dietro quell’etichetta, si nasconde un iter che prevede molti passaggi. Si tratta della cosiddetta fase di “conversione”, che dura diversi anni: tre per le coltivazioni ad albero e due per le piantagioni di erbe. Solo al termine di questo lungo step il prodotto definito ancora Prodotto in conversione all’agricoltura biologica diventa Prodotto da agricoltura biologica ed ha la sua etichetta ben evidente.

Prodotti bio più genuini e sicuri 

Ritenuto simbolo di garanzia, prima di arrivare ad avere un prodotto doc occorre compiere molte scelte; essere un agricoltore biologico non vuol dire fare l’agricoltore, oppure coltivare prodotti agricoli non convenzionali. Significa garantire qualità perché non si utilizzano fertilizzanti, diserbanti chimici, ma solo concimi naturali. E che si segue il ciclo naturale delle stagioni – come facevano i nostri nonni in passato – della rotazione agricola dei terreni messi a coltivazione, lasciati ad alternanza a riposo, con particolare attenzione a quali possano essere i danni e le malattie a cui una pianta è più soggetta: in questo caso si ricorre a rimedi anch’essi sempre naturali, mai artificiali. Tutto ciò è a scapito della produzione perchè il raccolto sarà più ridotto; infatti, spesso, le quantità ottenute sono limitate. Ma la genuinità è massima. E soprattutto è tutto controllato e la sicurezza è certa.

La fase di avvio ed i controlli: trasparenza nelle etichette bio 

Dopo l’iscrizione al Registro delle imprese presso la Camera di commercio della provincia di appartenenza, all’Inps e dopo l’apertura della partita iva, il primo passo è certificarsi e registrarsi presso un organismo di controllo riconosciuto dal ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (Mipaaf). Una volta che esso ha stabilito l’idoneità a proseguire nella professione, parte la cosiddetta “fase di avvio”, ma la conformità ai dettami di legge [1] va manutenuta, grazie a controlli periodici e ispezioni costanti cui si sarà sottoposti.

Se con la “Relazione di ispezione fase di avvio” iniziale l’organismo di controllo dà l’ok a procedere, si dovrà ottenere successivamente una vera e propria certificazione, emessa dalla Commissione di certificazione: questo è solo l’inizio di un’operazione di vigilanza e monitoraggio perenne. Si verrà inseriti nel cosiddetto Piano preventivo dei controlli annuali (Ppca), a cui corrisponde il Piano annuale di produzione (Pap) da parte dell’azienda: essa dovrà tenere una scheda per ogni singolo prodotto coltivato, con le quantità prodotte e vendute, l’estensione di terreno ad esso dedicato.

La trasparenza dunque è un dato di fatto. A proposito di chiarezza, essa è data soprattutto dalle etichette. Ognuna deve avere tutte le informazioni del caso: infatti è appunto contraddistinta dal cosiddetto codice di identificazione (ad esempio IT BIO 015), formato da tre parti: la prima è il codice (Iso) della nazione dove è stato controllato il prodotto; la seconda è una sigla della tipologia di lavorazione del prodotto; la terza è un numero che si riferisce all’organismo di controllo ed è il suo codice specifico di riferimento.

Sfatiamo qualche luogo comune: bio, sì a coltivazioni miste e aziende allargate 

Ma occorre sfatare anche dei luoghi comuni. Non si deve pensare all’agricoltore biologico come ad un piccolo imprenditore circoscritto quasi al suo orticello e limitato ad esso, senza opportunità manageriali. Al contrario, oggi un agricoltore biologico è un uomo d’affari e di marketing a tutti gli effetti; tanto che anche la sua azienda può entrare in un vero e proprio circuito, in rete, e fare impresa con altre realtà, diventando pertanto una ditta allargata; che guarda anche all’estero e che si inserisce in un sistema nazionale (tanto da parlare di Sistema informativo agricolo nazionale-Sian).

Inoltre esiste anche l’opportunità delle cosiddette World-wide opportunities on organic farms (Wwoof, che significa appunto ‘Opportunità globali nelle fattorie biologiche’), ossia la possibilità di praticare tale tipo di agricoltura anche all’estero, in vere e proprie fattorie biologiche – con cui si viene messi in contatto – in cambio di vitto e alloggio; un’organizzazione, dunque, che permette di lavorare nella natura e in tale settore. Ci sono diverse tipologie, a statuto vario. Quella esistente in Italia è un’associazione di totale volontariato.

Non solo. Un’ulteriore opportunità deriva all’agricoltore anche dal fatto che possono esservi coltivazioni miste, in cui si affiancano colture biologiche e convenzionali; a condizione che le due siano ben distinte, separate e differenziate. Ma se l’agricoltura biologica è un vero e proprio sistema di produzione eco-compatibile ed eco-sostenibile, rispettoso degli equilibri dell’ecosistema e della biodiversità (tanto che comprende sia specie animali che vegetali, con il 50% del fabbisogno di nutrimento per le prime autoprodotto), anche la normativa si è evoluta di pari passo. Si è sviluppata [2] tenendo conto dei rapporti tra Paesi e della possibile esportazione di prodotti biologici, regolamentando tale tipo di transazione [3]. Ed è il rispetto di tutta questa disciplina e di queste regole che permette l’iscrizione dell’azienda all’Albo nazionale degli operatori del biologico.

I contributi ai prodotti bio

Dunque l’agricoltore biologico è una realtà sempre più viva ed attuale. Tanto che anche la normativa europea [4] ha cominciato a dedicargli notevoli attenzioni, fino a stanziare dei fondi ad hoc e dei contributi specifici per tale ambito. E tanto che, per azienda biologica, si può intendere sia la singola ditta produttrice che l’insieme di imprese che provvedono alla successiva trasformazione del prodotto.

note

[1] Regolamento europeo CEE n. 2092/91.

[2] Regolamento europeo n. 834/2007 e successivo Regolamento attuativo (CE) n. 889/2008).

[3] Regolamento (CE) n. 1235/2008.

[4] Regolamento CEE 2078/92.

Autore Immagine: Pixabay.com


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