HOME Articoli

Lo sai che? Consulenza legale: la può dare chi non è avvocato?

Lo sai che? Pubblicato il 22 ottobre 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 22 ottobre 2017

Per quali attività gli avvocati hanno l’esclusiva e quando invece il parere può essere dato da non iscritti all’albo.

Hai studiato giurisprudenza perché la legge è sempre stata la tua passione; tuttavia, per una ragione o per un’altra, hai deciso di non fare l’esame di avvocato e, quindi, di non iscriverti all’albo. Tuttavia, hai letto così tanti articoli giuridici e riviste specializzate da saperne più di un professionista abilitato. Ora vorresti mettere a frutto questa tua esperienza fornendo consulenze legali a pagamento, anche online. Temi però che qualcuno possa accusarti di esercizio abusivo della professione. È davvero così? Può dare consulenza legale chi non è avvocato?

Una persona ti ha fornito una consulenza legale dietro tua richiesta: ti sei limitato a chiederle un parere e questa ti ha messo, nero su bianco, cosa prevede la legge e quali sono i chiarimenti della Cassazione in proposito. Hai poi scoperto che questa persona non è un avvocato ma un semplice laureato in giurisprudenza. Così vorresti non pagargli la parcella. Puoi appigliarti a questo deficit che, all’inizio, non ti era stato chiarito? È lecito dare una consulenza legale se non si è avvocati?

La questione è stata risolta dalla Cassazione in diverse sentenze [1]. Ecco che cosa dicono i giudici supremi.

Quando gli avvocati hanno l’esclusiva

La legge impone l’iscrizione all’albo degli avvocati solo quando è necessario agire in giudizio, ossia fare una causa. Dinanzi al tribunale e, per le cause superiori a 1.100 euro anche davanti al giudice di pace, il cittadino non può né difendersi da solo, né ricorrere all’ausilio di professionisti che non siano avvocati abilitati (quindi, tanto per fare un esempio, non ci si può far difendere da un commercialista anche se la pratica implica nozioni di diritto commerciale o fiscale). Oggi l’avvocato, per essere tale, non deve solo aver superato l’esame di abilitazione all’esito del periodo di tirocinio, ma deve anche essere iscritto all’albo e alla Cassa forense, nonché avere una propria partita Iva (leggi sul punto Come diventare avvocato dopo la riforma).

L’avvocato ha quindi l’esclusiva su tutte le prestazioni di carattere «giudiziario», ossia quelle che implicano la difesa in giudizio e quelle a ciò collegate come, ad esempio:

  • la redazione degli atti di causa: un praticante non può redigere la citazione, farsi pagare, e poi lasciare la successiva fase della difesa in udienza a un collega abilitato;
  • l’esecuzione forzata e i pignoramenti;
  • l’assistenza dinanzi all’organismo di mediazione nelle ipotesi in cui la mediazione è obbligatoria. In tal caso infatti si tratta di una attività propedeutica alla causa e, quindi, collegata ad essa.

Quando gli avvocati non hanno l’esclusiva

Per tutte le altre attività gli avvocati non hanno “l’esclusiva” benché si tratti spesso di questioni che solo chi è professionista da diversi anni è in grado di risolvere. Ciò però non toglie che un commercialista, un ingegnere, un sindacalista o un idraulico che ne sappia quanto un avvocato non possa fornire un parere legale. Attenzione però: quando l’attività viene fornita a pagamento, chi fornisce la consulenza si assume anche la responsabilità di un eventuale errore e, quindi, sarà tenuto a risarcire il danno al cliente cui abbia consigliato qualcosa di sbagliato (ad esempio, facendo prescrivere un diritto al risarcimento del danno).

Tanto per fare qualche esempio, ecco le attività che possono essere compiute da chi non è avvocato:

  • consulenze e pareri legali, purché non finalizzati alla successiva difesa in giudizio;
  • redazione di contratti;
  • diffide, contestazioni e messa in mora;
  • risposta a lettere di diffida, contestazioni e messa in mora;
  • querele e denunce;
  • redazione di accordi e transazioni;
  • conciliazioni laddove la presenza dell’avvocato non è richiesta obbligatoriamente dalla legge;
  • richiesta di risarcimento all’assicurazione per un incidente stradale.

Del resto è principio della Comunità europea quello della libertà della prestazione di servizi, rispetto al quale l’imposizione del requisito dell’iscrizione ad albi e Ordini costituisce l’eccezione da interpretarsi sempre in senso restrittivo. Per cui la regola è che le prestazioni professionali possono essere erogate da chiunque, senza perciò rispondere del reato di «esercizio abusivo della professione», salvo nei casi in cui la legge espressamente attribuisce dette attività esclusivamente agli iscritti all’albo.

In apertura abbiamo fatto riferimento a una sentenza della Cassazione [1]. La Suprema Corte ha detto che la «prestazione di opera intellettuale nell’ambito dell’assistenza legale è riservata agli iscritti agli albi forensi solo nei limiti della rappresentanza, assistenza e difesa delle parti in giudizio e, comunque, della diretta collaborazione con il Giudice nell’ambito del processo. Al di fuori di tali limiti, l’attività di assistenza e consulenza legale non può considerarsi riservata agli iscritti agli albi professionali». Pertanto ha «diritto al compenso colui che la esercita anche in difetto di qualsiasi abilitazione specifica». Nel caso di specie i giudici hanno riconosciuto al segretario di un sindacato il diritto al pagamento della parcella per l’attività stragiudiziale da questi svolta in favore di un lavoratore nei confronti del datore di lavoro.

Il diritto alla parcella per chi non è avvocato

La sentenza appena citata riconosce quindi il diritto al compenso per attività di consulenza paralegale fornita da persona non iscritta all’Ordine degli avvocati.

Secondo il codice civile [2] l’esercizio di talune professioni richiede l’iscrizione in albi appositi, con la conseguenza che lo svolgimento di dette attività da parte di soggetti non iscritti – che può addirittura configurare il reato di esercizio abusivo di professione – non dà diritto a compenso, neanche qualora la prestazione sia stata utile al cliente, o abbia raggiunto il risultato da questi desiderato. Il cliente può anzi chiedere la restituzione di quanto eventualmente versato, mentre il professionista non può richiedere neanche il rimborso delle spese sostenute [3].

Tuttavia, secondo il generale principio di libertà nello svolgimento delle professioni, le attività subordinate all’iscrizione a un albo devono essere tassativamente indicate dalla legge. Sono quindi leciti i contratti aventi ad oggetto attività che, sebbene solitamente svolte da professionisti abilitati, non sono espressamente a questi riservate dalla legge, con la sola conseguenza che, in questo caso, non potranno trovare applicazione le tariffe professionali forensi, vincolanti solo per gli iscritti agli albi.

Per quanto attiene specificamente all’attività di consulenza legale, per giurisprudenza costante si ritiene pienamente legittimo il contratto con cui un soggetto non avvocato si impegni a fornire assistenza stragiudiziale, in quanto l’iscrizione è richiesta dalla legge solo per lo svolgimento dell’attività di rappresentanza e difesa in giudizio e non per altre forme di consulenza [4]. La prestazione d’opera intellettuale nell’àmbito dell’assistenza legale è riservata agli iscritti negli albi forensi solo nei limiti della rappresentanza, assistenza e difesa delle parti in giudizio e comunque di diretta collaborazione con il giudice nell’àmbito del processo mentre, al di fuori di tali limiti, l’attività di assistenza e consulenza legale, sia che si svolga mediante il compimento di atti difensivi o di semplici pareri, sia pure che comporti contatti con l’altra parte e tentativi di componimento stragiudiziale, non può considerarsi riservata agli iscritti all’albo degli avvocati e procuratori legali. Conseguentemente dà diritto al compenso a favore di colui che la esercita.

note

[1] Cass. sent. n. 12840/2006.

[2] Artt. 2229 e 2231 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 3794/1982.

[4] Cass. sent. n. 2233/1955, n. 1474/1968, n. 5906/1987.

Autore immagine: 123rf com

Cassazione civile, sez. II, 30/05/2006, (ud. 19/04/2006, dep.30/05/2006), n. 12840

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato in data 17.11.99 Q.E., segretario di un’organizzazione sindacale, convenne davanti al Giudice di Pace di Roma la lavoratrice R.M., al fine di sentirla condannare al pagamento della somma di L. 400.000, o di quella diversa ritenuta dovuta nei limiti della cognizione equitativa, a titolo di compenso per l’assistenza personalmente prestata alla suddetta, non iscritta al sindacato, per il recupero di spettanze nei confronti di un suo ex datore di lavoro. Precisava l’attore che tale assistenza, per la quale era stato pattuito un compenso in misura del 10% del credito vantato, si era concretizzata in contatti con la controparte e con il legale che avrebbe dovuto eventualmente intraprendere la causa, nella redazione di calcoli delle spettanze, in un accesso all’ufficio provinciale del lavoro, ed aveva, infine, sortito buon esito, consentendo alla donna il recupero della somma di L. quattro milioni.

Costituitasi la convenuta contestava, sia in fattoria in diritto, il fondamento della domanda e chiedeva l’autorizzazione a chiamare in causa il terzo, avvocato G.C., richiesta sulla quale il giudice tuttavia non provvedeva.

Espletati la prova testimoniale richiesta dalle parti e l’interrogatorio formale dell’attore, con sentenza dell’8-13 giugno 2002 l’adito giudice, ritenute provate le attività dedotte dall’attore, che considerava, “anche sulla base di valutazione equitativa … assistenza sindacale o parasindacale sostanzialmente atipica, ma sicuramente utile, nella grande maggioranza dei casi, alla tutela dei lavoratori…”, tenuto conto che, peraltro, la convenuta avesse aderito alla proposta di compenso a percentuale nel convincimento che tale misura fosse prevista dalla legge, perveniva ad una “valutazione equitativa” della somma dovuta al Q. in misura di centottanta Euro, oltre agli interessi legali, così accogliendone la domanda, con il favore delle spese del giudizio.

Avverso tale sentenza la R. propone ricorso per Cassazione, affidato a due motivi.

Resiste il Q. con controricorso.

Il processo, già fissato per la definizione in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., con ordinanza del 20.10.2005 è stato rimesso alla pubblica udienza.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo vengono dedotte violazione e falsa applicazione degli artt. 112, 113, 269 c.p.c. ed omessa motivazione anche su un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti, con conseguente nullità del procedimento e della sentenza.

Le doglianze attengono alla mancata statuizione, su cui vi era stata riserva differita al prosieguo del giudizio, ma non più sciolta, in ordine alla richiesta di fissazione di un’udienza per chiamare in causa l’avvocato Carlo Guglielmi, omissione aggravata dalla circostanza che il professionista, poi addotto quale teste nella lista di parte convenuta, non era stato ammesso dal giudice, proprio sul rilievo che sulla sua chiamata in giudizio pendeva riserva.

Osserva la Corte che il motivo è inammissibile per difetto di specificità, non precisandosi nell’ambito della censura dedotta nel mezzo d’impugnazione a quale titolo la R. intendesse chiamare in giudizio l’avv. Guglielmi, nè su quali circostanze il medesimo avrebbe dovuto, secondo la successiva richiesta della convenuta, deporre quale testimone.

In siffatto contesto, di evidente carenza di “autosufficienza” del mezzo d’impugnazione, non essendo consentito al giudice di legittimità attingere direttamente elementi di valutazione della censura dagli atti della fase di merito, questa Corte di trova nell’impossibilità di poter delibare la rilevanza e decisività delle questioni sottoposte al giudice a quo e da quello non esaminate, e, dunque, di stabilire se vi sia stata effettiva violazione dell’obbligo della decisione sulle domande proposte dalle parti e della motivazione al riguardo, sebbene totalmente omessa nella sentenza impugnata, occorrendo pur sempre, anche in tali casi, stabilire se il “punto della controversia” sottoposto al giudice dalla parte avesse attitudine alla risoluzione della lite nel senso dalla stessa prospettato.

Con il secondo motivo viene dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 113 c.p.c., art. 41 Cost. e art. 2222 e segg. c.c. con connesse carenze della motivazione, segnatamente in ordine all’omessa precisazione della natura giuridica del rapporto sorto tra le parti, in riferimento alla ritenuta liceità e tutelabilità in sede giudiziaria dell’attività di assistenza, definita “atipica” e “parasindacale” dal Giudice di Pace, svolta dal Q. a titolo personale; dall’esercizio di tale attività, in quanto consentito dalle norme in vigore solo alle associazioni sindacali, e riservato, ove comportante assistenza di natura legale, agli avvocati, non avrebbe potuto derivare il diritto alla retribuzione, tenuto conto della “nullità assoluta”, comminata dall’art. 2231 c.c., in rel.

all’art. 2229 cod. civ., rilevabile anche di ufficio, per i rapporti di prestazione d’opera professionale di natura intellettuale effettuati da chi non sia iscritto negli appositi albi previsti dalla legge.

Le censure, pur ammissibili in quanto deducenti violazione di norme processuali e costituzionali e di principi informatori della materia, in concreto non sono tuttavia fondate. Ai fini dell’esclusione, ex art. 2231 c.c., del prestatore di opera professionale dall’azione per il pagamento della retribuzione, è necessario che l’attività, che si assume abusivamente svolta, rientri tra quelle per il cui esercizio sia espressamente prescritta l’iscrizione in uno degli albi o elenchi, la cui previsione, a norma dell’art. 2229 c.c., è riservata alla legge.

Questa S.C., per quanto riguarda in particolare l’assistenza legale, ha già avuto modo di escludere, con motivazioni del tutto condivisibili alle quali si rimanda, che la stessa è riservata agli iscritti negli albi forensi solo nei limiti della rappresentanza e difesa in giudizio e, comunque, di diretta collaborazione con il giudice nell’ambito del processo; al di fuori di tali limiti l’attività di consulenza ed assistenza legale non può ritenersi condizionata a tale iscrizione e, pertanto, rientrare nella previsione di cui all’art. 2231 c.c.; sicchè la prestazione della stessa da diritto al compenso ed alla relativa azione a favore del prestatore, anche se privo di particolari abilitazioni o requisiti professionali (Cass. 3^ n. 7359/97, conf. n. 5906/78, n. 3971/75).

Per quanto attiene alla natura “sindacale” o “parasindacale” dell’assistenza nella specie prestata dal resistente, deve rilevarsi come il relativo profilo di censura difetti di specificità, non essendo la stessa ricorrente in grado di precisare in quale albo il prestatore d’opera intellettuale in questione avrebbe dovuto essere iscritto.

E’ appena il caso, a tal proposito, di osservare come nei principi dettati in materia dall’art. 39 Cost. non sia dato individuare alcun elemento a sostegno della tesi esposta in ricorso, secondo la quale l’assistenza stragiudiziale dei lavoratori sarebbe riservata alle sole associazioni sindacali, in quanto tali, e non anche consentita, a titolo personale, a soggetti operanti al di fuori dell’ambito di siffatte organizzazioni;limitazioni in tal senso, del resto, sarebbero palesemente in contrasto con l’affermazione del principio basilare, di libertà di organizzazione (implicante la non obbligatorietà di avvalersi dei sindacati nelle vertenze di lavoro) enunciato nel primo comma del citato articolo.

Nè rileva, infine, la dichiarata mancanza di tipicità del rapporto intercorso tra le parti, tenuto conto del principio di libertà negoziale al quale è improntato il vigente sistema civilistico (v. art. 1322 cod. civ.), nel quale le parti ben possono, nella loro autonomia, concludere contratti anche non espressamente regolati dalla legge, purchè nell’ambito dei limiti, generali, di liceità, e particolari, dettati da eventuali disposizioni specifiche, che nella specie non ricorrono.

Il ricorso va, conclusivamente, respinto; le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso in favore del resistente delle spese del giudizio, liquidate in complessivi Euro quattrocento, di cui trecento per onorari, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 19 aprile 2006.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2006

Acquista un abbonamento annuale a tutte le sentenze di merito. Clicca qui


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI