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Lo sai che? Che fare se l’ex datore di lavoro mi accusa di concorrenza sleale?

Lo sai che? Pubblicato il 17 novembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 17 novembre 2017

Ho cambiato datore di lavoro e ho avvisato con mail alcuni miei clienti/conoscenti, senza proporre contratti o avviare trattative. Il mio ex titolare mi accusa di concorrenza sleale. Che fare?

Il codice civile [1] prevede l’obbligo di fedeltà del prestatore di lavoro. Costui non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio. La Corte di Cassazione ha stabilito, con giurisprudenza univoca, che la violazione di questo divieto, riguarda comportamenti che solo il lavoratore subordinato in quanto tale può tenere, e dunque presuppone  che sia in essere un rapporto di lavoro. Dunque la disciplina in questione resta esclusa laddove il suddetto obbligo di fedeltà non sussiste, essendo venuto meno il suo presupposto, cioè un rapporto di lavoro subordinato [2]. Muovendo da tale premessa, che costituisce orientamento stabile della Corte Suprema, è da escludere che nel caso  del lettore possa configurarsi un illecito di tale natura ovvero una violazione del codice civile, giacché tutti i comportamenti denunciati si riferiscono al periodo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro. Non pare, tra l’altro, che nel corso della sua attività lavorativa precedente  fosse stato  sottoscritto un apposito patto di non concorrenza: patto che, di norma, viene protratto anche per un certo periodo successivo alla cessazione del contratto di lavoro. Un patto che, tra l’altro, prevede la corresponsione di un corrispettivo in favore del dipendente. La Suprema Corte ha ritenuto corretto il ragionamento della Corte di appello di Torino  che, nell’esaminare i comportamenti rilevanti per la definizione di una fattispecie di concorrenza, ha rilevato che l’intento di due dipendenti di porsi nel mercato, una volta cessata la collaborazione con il precedente datore di lavoro, e nello stesso settore merceologico di costui, giustificasse una modesta attività di propaganda a ridosso della apertura dell’esercizio commerciale degli ex dipendenti. Quanto poi alla circostanza della acquisizione da parte dei due nuovi operatori di clientela già dell’ex datore di lavoro, osserva la Corte di Cassazione che la concorrenza è di per sè attività volta alla acquisizione di spazi di mercato a scapito del concorrente. Il fatto in sé dello svolgimento di un rapporto di collaborazione con una nuova società, successivamente alla conclusione del pregresso rapporto di collaborazione o di lavoro subordinato (nell’ambito del quale non era stato, peraltro, convenuto uno specifico patto di non concorrenza), non costituisce concorrenza sleale, non potendo vietarsi al lavoratore o al collaboratore di utilizzare le esperienze e cognizioni tecniche acquisite a causa del lavoro svolto, costituenti suo esclusivo patrimonio professionale o anche le informazioni attinenti la politica commerciale (elenchi di fornitori, elenchi di clienti, condizioni contrattuali), ove non qualificabili come segrete, in difetto di specifici sistemi di protezione, o riservate, trattandosi, nella specie, di dati acquisibili da chiunque operi nel settore senza una speciale attività di ricerca e con un’ordinaria indagine di mercato [3].

La violazione del divieto di concorrenza, in conclusione, riguarda comportamenti che solo il lavoratore subordinato in quanto tale può tenere e presuppone, pertanto, la costanza del rapporto di subordinazione. Ne deriva che non può configurarsi l’illecito qualora i comportamenti denunziati siano successivi alla cessazione del rapporto di lavoro. A maggior conferma si segnalano le decisioni che stabiliscono che ai fini della configurabilità di una violazione del divieto di concorrenza previsto, nei confronti del prestatore di lavoro subordinato – divieto che riguarda non già la concorrenza che il prestatore, dopo la cessazione del rapporto, può svolgere nei confronti del precedente datore di lavoro, bensì quella illecitamente svolta nel corso del rapporto di lavoro, attraverso lo sfruttamento di conoscenze tecniche e commerciali acquisite grazie al rapporto stesso – non sono sufficienti gli atti che esprimano il semplice proposito del lavoratore di intraprendere un’attività economica concorrente con quella del datore di lavoro, eventualmente in un momento successivo allo scioglimento del rapporto di lavoro, ma è necessario che almeno una parte dell’attività concorrenziale sia stata compiuta, così che il pericolo per il datore di lavoro sia divenuto concreto durante la pendenza del rapporto [4]. In sostanza, si riafferma il principio che la violazione dell’obbligo comporta un rapporto di lavoro in essere e che solo qualora l’attività illecitamente concorrenziale fosse iniziata prima della cessazione del contratto può ipotizzarsi un eventuale diritto al risarcimento del danno da parte dell’ex datore di lavoro. Non è superfluo, peraltro, il rilievo che i dati della clientela di cui il lettore è in possesso non sono stati acquisiti illecitamente e che l’utilizzo di numeri telefonici o indirizzi non ha presupposto l’acquisizione di tabulati o files di proprietà dell’ex datore di lavoro qualificabili come segreti o riservati.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Vincenzo Rizza                 

note

[1] Art. 2105 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 10818 dello 04.12.1996.

[3] Trib. Roma sent. dello 03.12.2009.

[4] Cass. sent. n. 3528 del 23.04.1997.


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