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Quando si può dire che una raccomandata è stata ricevuta

22 ottobre 2017


Quando si può dire che una raccomandata è stata ricevuta

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 ottobre 2017



Gli effetti della raccomandata ritirata in ritardo presso l’ufficio delle Poste: da quando la legge presume che sia stata conosciuta?

Quando non eri a casa è passato il postino per consegnarti una raccomandata. Te ne accorgi perché ha lasciato, nella cassetta delle lettere, l’avviso di giacenza. Il giorno dopo, però cadi malato e non hai possibilità di andare alle Poste a ritirarla. Prima che tu ti rimetta e riesca a trovare un giorno libero per fare la fila all’ufficio, passano un paio di settimane. A questo punto, però, ti chiedi se sia il caso di recuperare la raccomandata o far finta di niente; e soprattutto, che succede se ritiri la raccomandata in ritardo. Hai sentito dire, infatti, che anche quando la lettera non viene presa in consegna dal postino, gli effetti si producono ugualmente: la legge finge cioè che il destinatario ne abbia avuto conoscenza e tutti gli effetti che da tale comunicazione dovevano prodursi si producono ugualmente. Cerchiamo dunque di mettere ordine in questa materia, anche perché, sull’argomento, sono appena intervenute due importanti sentenze della Cassazione che dipanano i possibili dubbi. Dubbi come questo: quando si può dire che una raccomandata è stata ricevuta

La raccomandata non consegnata si considera ricevuta?

La prima cosa su cui è importante porre l’accento, prima di trattare il tema in oggetto, è questa: chi non ritira una raccomandata dal postino quando bussa alla porta, o non la va a prendere all’ufficio postale nel momento in cui questa viene depositata per assenza del destinatario, non cambia la sorte della comunicazione. Questa si considera ugualmente arrivata a destinazione e, quindi, ricevuta e conosciuta. Diversamente, sarebbe troppo facile sottrarsi alla notifica di una citazione, di un rinvio a giudizio, di un avviso di mora, di uno sfratto. Far finta di nulla peggiora solo la situazione: difatti il destinatario, non conoscendo il contenuto della lettera, non potrà neanche difendersi e comportarsi di conseguenza. Ad esempio: scadranno ugualmente i termini per far ricorso contro una multa o una cartella di pagamento.

Attenzione però: se quando arriva il portalettere non sei a casa, la raccomandata viene depositata all’ufficio postale; se invece apri la porta e dichiari di non volerla ritirare, questa viene restituita al mittente e non c’è più modo di recuperarla.

Raccomandata per atti giudiziari

Cerchiamo ora di capire quando si può dire che una raccomandata è stata ricevuta.

Prenderemo qui in considerazione il caso in cui, nel momento in cui arriva il postino, il destinatario non è a casa, né sono presenti conviventi, colf o domestiche autorizzate a ricevere il plico. Iniziamo dall’ipotesi in cui tale raccomandata contenga atti giudiziari (quelli cioè notificati dal tribunale o da un avvocato mediante l’ufficiale giudiziario).

Il delegato alla consegna immette, nella buca delle lettere, una comunicazione con cui informa il destinatario del proprio arrivo e del tentativo di notifica. Nel (solo) caso degli atti giudiziari, il destinatario viene poi raggiunto da una seconda raccomandata informativa con cui gli viene comunicata la giacenza della busta presso l’ufficio postale e la possibilità del ritiro della stessa entro 30 giorni. Se la raccomandata non viene ritirata entro tale termine, viene restituita al mittente con la dizione «compiuta giacenza».

Immaginiamo tutte le possibili ipotesi che possono venirsi a verificare per capire quando la raccomandata si considera ricevuta:

  • la raccomandata ritirata prima di 10 giorni dall’invio della seconda raccomandata informativa che informa il destinatario del deposito dell’atto presso l’ufficio postale si considera ricevuta nel giorno stesso in cui viene ritirata;
  • la raccomandata ritirata dopo 10 giorni dall’invio della seconda raccomandata informativa che informa il destinatario del deposito dell’atto presso l’ufficio postale si considera ricevuta il decimo giorno dall’invio della stessa. Per il calcolo di questi 10 giorni occorre escludere il giorno iniziale, coincidente con la data di invio della predetta raccomandata informativa [1];
  • la raccomandata mai ritirata all’ufficio postale si considera ricevuta il decimo giorno dall’invio della stessa.

È proprio questo il chiarimento fornito dalla Cassazione qualche giorno fa [2]: nelle ipotesi di notifica di atti giudiziari a mezzo del servizio postale (non quindi attraverso l’ufficiale giudiziario), in caso di assenza del destinatario dell’atto, il giorno a partire dal quale si calcola il termine di 10 giorni per il perfezionamento della compiuta giacenza non deve individuarsi nella data di ricezione della raccomandata con la quale viene dato avviso dell’attività svolta dall’agente postale, bensì nella data di invio della medesima.

In parole più semplici: la raccomandata si considera sempre conosciuta, sia che venga ritirata, sia che non. Tuttavia, se viene ritirata prima di 10 giorni da quando l’ufficio postale ha inviato la raccomandata informativa, essa si considera ricevuta nel giorno stesso del ritiro; se invece viene ritirata dopo il decimo giorno, essa si considera ricevuta il decimo giorno dall’invio (e non dal ricevimento) della raccomandata informativa.

Raccomandata per tutti gli altri atti

Per tutte le altre raccomandate che non contengono atti giudiziari le regole sono diverse. Il destinatario viene a conoscenza del tentativo di consegna della lettera solo attraverso l’avviso immesso nella cassetta delle lettere. Ebbene, secondo la Cassazione [3], è proprio da questo momento che la raccomandata si considera ricevuta, senza che rilevi il decorso dei 10 giorni che invece vale nell’ipotesi degli atti giudiziari. Difatti, il codice civile [4] stabilisce che le comunicazioni si considerano ricevute nel momento in cui arrivano al domicilio del destinatario, sia che questi sia presente, sia che non lo sia. Ad esempio un avviso di convocazione dell’assemblea di condominio si considera ricevuto proprio quando arriva il postino anche se non c’è nessuno in casa ad aprirlo. Sul punto leggi anche Convocazione assemblea condominiale: quanti giorni prima?

note

[1] Cass. sent. n. 25040/17 del 23.10.2017.  La Suprema Corte, richiamando un precedente orientamento (Sezioni unite, sentenze 1418/2012 e 11269/2016) sebbene riferito alla proposizione del ricorso, ha chiarito che il termine di 10 giorni previsto va qualificato come termine a decorrenza successiva. Per tale ragione va applicato il criterio previsto dall’articolo 155 del Codice di procedura civile, secondo il quale nel computo dei termini a giorni o ad ore, si escludono il giorno o l’ora iniziali. Ne consegue che il calcolo doveva decorrere, di fatto, dal giorno successivo all’invio della raccomandata informativa. Nella specie, il ricorso proposto dal contribuente, applicando tale criterio, risultava tempestivo.

[2] Cass. sent. n. 48191/17 del 19.10.2017.

[3] Cass. sent. n. 23396/17 del 6.10.2017.

[4] Art. 1335 cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 29 settembre – 19 ottobre 2017, n. 48191
Presidente Fiale – Relatore Gai

Ritenuto in fatto

1. M.G. ha proposto ricorso per cassazione, a mezzo del difensore di fiducia, avverso l’ordinanza del 23/11/2016 con cui il Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Pisa ha dichiarato inammissibile l’opposizione presentata avverso il decreto penale di condanna n. 113/2016, con il quale il M. era stato condannato, alla pena di Euro 7.500,00 di ammenda, per il reato di cui all’art. 29 quattuordecies comma 3 lett. a) del d.lgs n. 152 del 2006, perché tardiva.
2. Premette il ricorrente che il decreto penale gli è stato notificato a mezzo postale e che, stante l’assenza del destinatario, gli è stato dato avviso mediante invio di lettera raccomandata, ai sensi dell’art. 8 comma 3 della legge n. 890 del 1982, non ritirata dal destinatario, e con perfezionamento della compiuta giacenza all’11/07/2016, tenuto conto del disposto di cui al comma 4 del medesimo articolo secondo cui la notificazione si ha per eseguita decorsi dieci giorni dalla data di spedizione della lettera raccomandata.
In tale contesto fattuale, il ricorrente deduce la violazione della legge penale processuale di cui all’art. 170 cod.proc.pen. e art. 8 della legge n. 890 del 1982 e il vizio di motivazione.
Argomenta il ricorrente che dall’avviso di ricevimento della raccomandata inviata al medesimo risulterebbe del tutto incerta la data di spedizione della comunicazione di avviso di deposito di cui all’art. 8 comma 2 della legge n. 890 del 1982, sicché dinnanzi a tale incertezza il Giudice avrebbe omesso di verificare la data delle esperite formalità da parte dell’agente notificatore, avendo solo verificato il decorso di quindici giorni per proporre l’opposizione al decreto penale, decorrente dalla data della compiuta giacenza indicata nell’11/07/2016. Di fronte all’incertezza della spedizione il Giudice avrebbe dovuto considerare quale dies a quo, da cui far decorrere il termine per proporre l’opposizione, dal primo fatto noto successivo ovvero dalla data di ricevimento dell’avviso spedito con lettera raccomandata (in luogo della data di spedizione come previsto dal comma 4 della legge n. 890 del 1982), avviso ricevuto in data 04/07/2016, da cui la tempestività dell’opposizione depositata in data 27/07/2016.
Diversamente argomentando, prosegue il ricorrente, si prospetterebbe una questione di legittimità costituzionale dell’art. 8 comma 4 della legge 890 del 1982, in combinato disposto con l’art. 170 cod.proc.pen. per contrasto con l’art. 3 Cost. nella parte in cui non prevede, come dispone l’art. 157 comma 8 cod.proc.pen. per il caso di notificazione a mezzo dell’ufficiale giudiziario, che gli effetti della notificazione decorrano dal ricevimento della raccomandata e non dalla spedizione e ciò per irragionevole disparità di trattamento delle due situazioni.
3. Il Procuratore generale ha depositato requisitoria scritta con cui ha chiesto l’inammissibilità del ricorso.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è inammissibile per la proposizione di motivi, sia sotto il diverso profilo della violazione di legge e del difetto di motivazione, manifestamente infondati.
Manifestamente infondata è la censura di violazione di legge in relazione all’art. 170 cod.proc.pen. e art. 8 della legge n. 890 del 1982.
Risulta dagli atti, a cui questa Corte ha accesso in presenza di una questione processuale, che la notificazione all’imputato, a mezzo del servizio postale, si è perfezionata in data 11/07/206, tenuto conto della mancata consegna, attestata al 01/07/2016, come è chiaramente evincibile dalla lettura degli originali delle cartoline in atti; in tale situazione l’opposizione a decreto penale, depositata in data 27/07/2016 è tardiva per decorso del termine di quindici giorni, ex art. 461 cod.proc.pen., decorrente dalla compiuta giacenza, come risulta dal timbro postale, all’11/0/2016.
È noto che, come affermato da consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, in caso di notifica a mezzo del servizio postale, la decorrenza del termine di dieci giorni trascorsi i quali la notifica si ha per avvenuta è fissata non con riguardo alla ricezione della raccomandata, con la quale il destinatario viene informato delle attività svolte dall’agente postale, bensì con riferimento alla data dell’invio di detta lettera raccomandata (Sez. 3, n. 11938 del 10/11/2016, Pietrobon, Rv. 270306, Sez. 3, n. 7276 del 11/11/2014, Buttaccio, Rv. 262619; Sez. 3, n. 32119 del 11/06/2013, Busetto, Rv. 257052).
A tali condivisibili principi si è attenuto il giudice che ha ritenuto tardiva l’opposizione, presentata solo in data 27/07/2016 e, dunque, oltre il termine di giorni quindici a decorrere dall’ 11/07/2016, data della compiuta giacenza.
Infatti, notificato il decreto penale a mezzo del servizio postale, risulta dagli atti che, nella specie, risultato assente il destinatario, l’agente notificatore aveva inviato avviso di ricevimento al 01/07/2016, e non ritirato, sicché aveva indicato, al termine delle operazioni compiute, all’li luglio 2016, la data della compiuta giacenza. È stato, dunque, osservato l’adempimento prescritto dalla legge n. 890 del 1982, art. 8 comma 2, come modificato dalla legge n. 248 del 2007, per il caso di mancata consegna dell’atto. Di qui l’avvenuto perfezionamento della notifica all’interessato in data 11/07/2016, ovvero decorsi dieci giorni dalla data di spedizione della lettera raccomandata ex art. 8, comma 4 legge cit.
In tale contesto del tutto infondata è la doglianza mossa dal ricorrente secondo cui il giudice avrebbe omesso il controllo sulla data di spedizione, la cui incertezza (peraltro da escludersi dalla visione dell’originale della raccomandata in cui risulta l’invio in data 1 luglio 2016) avrebbe dovuto condurre a dare rilievo alla successiva data di consegna dell’avviso, in quanto ciò che fa fede, e non viene per nulla messo in discussione dal ricorrente, è la data attestata dall’agente notificatore dell’avvenuta compiuta giacenza all’11/07/2016, ovvero l’attestazione che il plico è stato giacente per dieci giorni decorrenti dalla spedizione secondo il disposto normativo. L’art. 8, comma 4, legge cit. prevede appunto, senza eccezioni, che la notificazione si ha per eseguita decorsi dieci giorni dalla data di spedizione della lettera raccomandata di cui al comma 2, ovvero dalla data del ritiro del piego, se anteriore, conseguentemente, alcun accertamento doveva essere compiuto dal Giudice a fronte dell’attestazione della compiuta giacenza indicata dall’agente notificatore e non contestata dal ricorrente.
6. Manifestamente infondata è anche la prospettata questione di legittimità costituzionale dell’art. 8 comma 4 della legge n. 890 del 1982 in relazione all’art. 3 Cost. per disparità di trattamento con la disciplina dell’art. 157 comma 8 cod.proc.pen., con riferimento alla decorrenza degli effetti della notificazione dal momento di ricevimento della raccomandata e non dall’invio.
In virtù del carattere incidentale del giudizio di legittimità costituzionale, il giudice a quo deve, in primo luogo, verificare che il giudizio alla sua attenzione “non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione di legittimità costituzionale” (c.d. “rilevanza”), vale a dire, che la disposizione della cui costituzionalità si dubita dovrà essere applicata nel giudizio a quo e, quindi, che quel medesimo giudizio non potrà essere definito se prima non viene risolto il dubbio di legittimità costituzionale che ha investito la relativa disposizione.
Il presupposto della rilevanza della questione nel giudizio a quo deriva dal disposto dell’art. 23 legge 11 marzo 1953 n. 87, secondo cui la questione di legittimità costituzionale può essere proposta solo quando “il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della suddetta questione di costituzionalità”.
Occorre, dunque, stabilire in primo luogo se la norma della cui legittimità costituzionale si dubita dovrà essere necessariamente applicata nel presente giudizio. Tale giudizio è positivo giacché, la norma di cui si dubita della legittimità costituzionale deve essere applicata al caso concreto.
Con riguardo all’ulteriore profilo della non manifesta infondatezza, ritiene il Collegio che la questione sia manifestamente infondata in quanto tesa ad investire la Corte costituzionale di una questione che rientra nell’ambito che si deve ritenere riservato alla discrezionalità del legislatore.
La Corte costituzionale ha infatti ripetutamente avvertito che – ove questa sia investita di questioni che sollecitano l’emissione di pronunce manipolative – la decisione deve essere “a rime obbligate”, ossia trovare la propria necessità costituzionale già nel tessuto normativo esistente; solo una manipolazione del testo a rime costituzionalmente obbligate consente di ritenere che la Corte costituzionale eserciti una propria prerogativa interpretativa, senza appropriarsi di prerogative di scelta riservate al legislatore.
Nel caso qui in esame non si ravvisa l’esistenza di una risposta “a rime obbligate”.
In presenza di procedimenti notificatori diversi (quello a mezzo ufficiale giudiziario e quello a mezzo posta) nel confronto tra le due normative in relazione alla diversa decorrenza degli effetti della stessa, non vi è spazio per una pronuncia a “rime obbligate”, tenuto conto che è la stessa Corte Costituzionale (sent. n. 346 del 1998) ad aver affermato che, nella disciplina delle modalità delle notificazioni il legislatore non incontra limiti, salvo quelli derivanti dal fondamentale diritto del destinatario dell’atto di essere posto in condizione di conoscere il contenuto di esso e il procedimento al quale si riferisce, diritto alla conoscenza dell’atto che non può dirsi osservato, come vorrebbe il ricorrente, solo dalla “necessaria” estensione della disciplina prevista per gli effetti delle notifiche a mezzo ufficiale giudiziario a quelle a mezzo posta. Non c’è in altri termini spazio per una pronuncia a “rime obbligate”.
Peraltro, deve osservarsi quanto al profilo della conoscenza dell’atto, ossia la piena conoscenza del decreto penale da parte del ricorrente che questi aveva rilasciato procura speciale per l’opposizione, sicché la questione sarebbe priva di rilevanza concreta secondo i canoni indicati dai Giudici delle leggi.
7. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese processuali ai sensi dell’art. 616 cod.proc.pen. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 27 giugno – 23 ottobre 2017, n. 25040
Presidente Schirò – Relatore Napolitano

Fatto e diritto

Costituito il contraddittorio camerale ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., come integralmente sostituito dal comma 1, lett. e), dell’art. 1 – bis del d.l. n. 168/2016, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 197/2016; dato atto che il collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della presente motivazione in forma semplificata, osserva quanto segue: con sentenza n. 630/4/2015, depositata il 23 marzo 2015, non notificata, la CTR dell’Emilia – Romagna ha, in accoglimento dell’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza di primo grado della CTP di Reggio Emilia, dichiarato inammissibile il ricorso proposto dal sig. M.B. avverso avviso di accertamento per IRPEF ed addizionali regionale e comunale per l’anno d’imposta 2004.
Avverso la pronuncia della CTR il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo.
L’Agenzia delle Entrate ha dichiarato di costituirsi al solo fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.
Con l’unico motivo il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione dell’art. 8, comma 4, della legge n. 890/1982 e dell’art. 155, comma 1, c.p.c., per errato computo del termine di decadenza di cui all’art. 21 del d. lgs. n. 546/1992 ai fini della proposizione del ricorso dinanzi al giudice tributario avverso l’avviso di accertamento impugnato.
Il motivo è manifestamente fondato.
La CTR ha ritenuto il ricorso tardivamente proposto, ritenendo che il termine per il perfezionamento della notifica dell’atto impositivo – avvenuta direttamente a mezzo posta da parte dell’Ufficio finanziario, ai sensi dell’art. 8, comma 4 della legge n. 890/1982, secondo cui, nel caso in cui non sia stata possibile la consegna del piego raccomandato ed esso sia stato depositato presso l’ufficio postale, dandone notizia al destinatario a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento, la notifica si ha per eseguita decorsi dieci giorni dalla data di spedizione della lettera raccomandata informativa ovvero dalla data di ritiro del piego se anteriore – nella fattispecie in esame, non avendone il destinatario curato il ritiro, dovesse fissarsi al 29 novembre 2009, essendo avvenuta la spedizione della raccomandata informativa il 20 novembre 2009, con la conseguenza di ritenere tardivamente proposto il ricorso del contribuente notificato il 29 gennaio 2010.
Il motivo è manifestamente fondato.
Questa Corte (cfr., Cass. sez. unite 1 ° febbraio 2012, n. 1418 e, con riferimento al processo tributario, più di recente, Cass. sez. 6-5, ord. 31 maggio 2016, n. 11269 ai fini della qualificazione del termine per la proposizione del ricorso), ha chiarito che il termine di dieci giorni di cui all’art. 8, comma 4, della L. n. 890/1982, deve essere qualificato come “termine a decorrenza successiva” e computato quindi, secondo il criterio di cui all’art. 155, comma 1, c.p.c., donde va escluso il giorno iniziale.
Ne consegue che la notifica dell’atto impositivo doveva intendersi perfezionata il 30 e non il 29 novembre 2009, come invece ritenuto dalla sentenza impugnata, con la conseguenza che il ricorso notificato dal contribuente in data 29 gennaio 2010 avverso l’avviso di accertamento impugnato deve ritenersi proposto con l’osservanza del termine perentorio di sessanta giorni dalla notifica dell’atto impositivo di cui all’art. 21 del d. lgs. n. 546/1992.
Il ricorso va pertanto accolto, con conseguente cassazione dell’impugnata sentenza.
La causa va quindi rimessa per nuovo esame delle questioni di merito alla CTR dell’Emilia — Romagna in diversa composizione, la quale provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale dell’Emilia — Romagna in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

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