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Si può andare in prigione per diffamazione?

24 novembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 novembre 2017



In teoria, sì; in pratica, è molto difficile. Vediamo quando si può andare in prigione per diffamazione e quando no.

La diffamazione è sicuramente un reato odioso, consistente nel classico parlare male alle spalle di altri. Sparlare, in altri termini. Per di più, in assenza del diretto interessato. Proprio per salvaguardare l’onore e la reputazione di una persona, la legge italiana punisce la diffamazione. Ma si può andare in prigione per diffamazione? Non è un tantino eccessiva la reclusione per un fatto, tutto sommato, molto comune? Vediamo cosa dice la legge.

La diffamazione è reato

Il codice penale punisce con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro chiunque, fuori dei casi di ingiuria, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione [1]. Che cos’è, allora, la diffamazione? La diffamazione consiste nell’oltraggiare la reputazione di altre persone, dovendosi intendere per reputazione l’onore, il decoro e la dignità della vittima nell’opinione degli altri. In genere, si è soliti dire che l’ingiuria offende la stima che la vittima ha di sé, mentre la diffamazione lede la stima che il pubblico ha della vittima. Secondo la Corte di Cassazione, oggetto della tutela penale del delitto di diffamazione è l’integrità morale della persona: il bene giuridico specifico è dato dalla reputazione dell’uomo, dalla stima diffusa nell’ambiente sociale, dall’opinione che gli altri hanno del suo onore e decoro [2].
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065 euro. Se l’offesa, poi, è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni.
Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Gli aggravi di pena sono giustificati: 1. nel primo caso, dalla maggiore concretezza con cui l’azione disonorevole attribuita viene esposta [3] (si pensi ad un fatto particolarmente riprovevole, oppure ad un reato); 2. nel secondo, dall’enorme potenzialità lesiva della notizia, diffusa mediante giornali, internet, social network, ecc.; 3. nel terzo, dal prestigio delle autorità.

Una legge speciale, poi, ha previsto addirittura la reclusione fino a sei anni per la diffamazione a mezzo stampa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato [4]. In teoria, quindi, si può andare in prigione per diffamazione.

Diffamazione e prigione

Cominciamo subito col dire che andare in prigione per diffamazione è davvero difficile. Perché? È presto detto. Le prime due ipotesi di reato sopra elencate (cioè la diffamazione semplice e quella commessa mediante attribuzione di un fatto specifico) sono state devolute dalla legge alla competenza del giudice di pace. Il giudice di pace non può mai condannare alla reclusione, potendo al massimo infliggere la permanenza domiciliare o il lavoro di pubblica utilità [5]. Queste due sanzioni nulla hanno a che vedere con il carcere; pertanto, anche in caso di condanna, l’autore del reato non finirà in galera.

Per quanto concerne le altre due ipotesi di diffamazione, e cioè l’offesa arrecata con mezzo di pubblicità o ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, invece, è possibile incorrere in una pena detentiva: competente, infatti, è il tribunale in composizione monocratica, abilitato ad infliggere anche il carcere. Se ciò è vero nella teoria, nella pratica è ben difficile che il condannato per diffamazione possa conoscere la prigione. Questo perché, di solito, i giudici tendono ad infliggere pene che si avvicinino alla soglia minima prevista dalla legge. A ciò, poi, si devono aggiungere alcuni istituti giuridici particolari che consentono, soprattutto agli incensurati e a chi si sia macchiato di delitti non gravi, di evitare la reclusione. Parliamo della sospensione condizionale della pena, delle attenuanti generiche e delle misure alternative alla detenzione.

La sospensione condizionale della pena consente al giudice di sospendere la pena (cioè, in parole povere, di neutralizzarne ogni effetto) quando essa non sia superiore ai due anni di reclusione. Le attenuanti generiche, invece, consentono di beneficiare dello sconto di un terzo della pena e vengono praticamente sempre concesse quando si tratta di delitti non gravi. Infine, per le pene non coperte dalla sospensione condizionale (cioè quelle superiori ai due anni) c’è l’ombrello fornito dalle misure alternative: si tratta di speciali sanzioni (affidamento in prova ai servizi sociali, detenzione domiciliare e semilibertà) che consentono di evitare, in tutto o in parte, di andare in prigione quando la condanna non supera i tre anni (quattro in alcuni casi).

Diffamazione e giornalismo

In buona sostanza, non si può andare in prigione per diffamazione se non in ipotesi particolari, tutte riconducibili all’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa. Così, potrà essere condannato alla reclusione (salvo, poi, evitarla per tutti motivi sopra indicati) chi offende una persona attraverso facebook oppure per mezzo della carta stampata.

Ad onor del vero, qualche anno fa, a seguito della condanna riportata da un noto giornalista italiano, in politica si era aperto il dibattito circa l’opportunità che per la diffamazione fosse previsto il carcere. Era stato pertanto approvato, alla Camera dei Deputati, un disegno di legge che aboliva la reclusione, sostituendola con una pesante sanzione economica. L’intento era quello di evitare che la diffamazione potesse essere utilizzata come bavaglio alla libertà di manifestazione del pensiero dei giornalisti. La riforma, tuttavia, non è mai stata approvata e, allo stato, vige ancora la norma riportata nel primo paragrafo.

Diffamazione e depenalizzazione

Un’ultima nota. Nel 2016 il reato di ingiuria è stato abrogato: oggi, quindi, offendere una persona non è più reato [6]. La diffamazione, invece, nonostante la sua somiglianza con l’ingiuria, è sfuggita alla depenalizzazione, a testimonianza del fatto che la sua gravità non è poi così trascurabile.

note

[1] Art. 595 cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 3247/1995 del 24.03.1995.

[3] Cass., sent. n. 2489/1991 del 25.02.1991.

[4] Legge n. 47/1948 del 08.02.1948.

[5] D. lgs. n. 274/2000 del 28.08.2000.

[6] D. lgs. n. 7/2016 del 15.01.2016.

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