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Recesso da una sas: che succede?

17 novembre 2017


Recesso da una sas: che succede?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 novembre 2017



Sono accomandatario di una sas con mio fratello. L’altro 50% è detenuto da un altro accomandante. La sas ora è in crisi. Che cosa succede se decidiamo di recedere?

Il tenore articolato del quesito proposto induce a prendere in considerazione l’ipotesi prospettata di recesso dei soci accomandatari per vagliarne gli eventuali effetti nei confronti della società, del socio accomandante e dei terzi creditori. Ciò senza perdere di vista l’esposizione debitoria illustrata per verificare quali strategie attuare nell’ottica di protezione degli investimenti effettuati. Innanzitutto, nella fattispecie concreta, la durata prevista dai patti sociali induce a ritenere che non si tratti di società contratta a tempo indeterminato. Sia la specifica durata della società (33 anni) sia il termine indicato (l’anno 2040), se rapportati al momento iniziale della costituzione della società, ricadono ampiamente nella durata media della vita umana che è il parametro utilizzato dalla giurisprudenza per stabilire se una società sia costituita o meno a tempo indeterminato. Pertanto, l’eventuale recesso dei due soci accomandatari costituenti il 50% del capitale sociale deve trovare giustificazione in altra causa diversa da quella della durata della società. Nello specifico, laddove i patti sociali non prevedano delle specifiche cause di exit, dovrà essere verificata la ricorrenza di una giusta causa di recesso [1] , definita dalla giurisprudenza come altrui violazione di obblighi contrattuali, ovvero violazione dei doveri di fedeltà, lealtà, diligenza o correttezza inerenti alla natura fiduciaria del rapporto sottostante, con la conseguenza che il recesso del socio di una società di persone può ritenersi determinato da giusta causa solo quando esso costituisca legittima reazione ad un comportamento degli altri soci obiettivamente, ragionevolmente ed irreparabilmente pregiudizievole del rapporto fiduciario esistente tra le parti del rapporto societario [2]. Da quanto riferito, sembra di poter ragionevolmente trovare traccia del suddetto comportamento nelle operazioni compiute dal socio accomandante nonché nella sua attuale latitanza che impedisce qualunque decisione dei soci. Tuttavia, prima di analizzare le modalità e le conseguenze di un eventuale recesso, occorre evidenziare che – per il tipo di società rappresentata dalla sas – i comportamenti tenuti finora dal socio accomandante integrano soprattutto gli estremi del contrasto al divieto di immistione nell’attività gestoria propria degli accomandatari, sanzionato con l’assunzione della responsabilità illimitata da parte dell’accomandante resosi colpevole di atti di gestione non autorizzati e con l’eventuale decisione di esclusione dello stesso dalla compagine sociale. Quest’ultima delibera potrebbe essere legittimamente assunta dai due accomandatari dal momento che la legge prescrive che l’esclusione sia deliberata dalla maggioranza dei soci non computandosi nel numero di questi il socio da escludere ma non diverrebbe efficace prima del decorso di trenta giorni dalla comunicazione della stessa al socio escluso il quale, entro tale termine, potrebbe fare opposizione avanti il tribunale. In questo caso, quindi, si aprirebbe un contenzioso giudiziale volto ad accertare la legittimità o meno dell’esclusione previo accertamento degli atti di immistione nell’amministrazione della società compiuti dall’accomandante nel caso specifico e vietati dalla legge. In caso di esito positivo della causa, il lettore e suo fratello si troverebbero padroni della società ma con l’obbligo di liquidare all’accomandante il valore della sua quota (con le problematiche di cui in appresso) e di ricostituire la figura di quest’ultimo nel termine di sei mesi pena lo scioglimento della società medesima o la sua trasformazione in altro tipo sociale. Analizzando, invece, gli aspetti propri del recesso e immaginando che l’uscita dalla società avvenga per giusta causa individuata nei comportamenti ostruzionistici e prevaricanti dell’accomandante, occorre innanzitutto dire che la comunicazione va indirizzata da parte di ciascun recedente a tutti gli altri soci della società e deve menzionare la giusta causa di recesso. La dichiarazione ha efficacia recettizia, dunque produce i propri effetti nel momento in cui giunge a conoscenza dei destinatari indipendentemente dall’accettazione di questi ultimi. In concreto, il recesso aprirebbe i seguenti scenari:

  • in primo luogo, determinerebbe il diritto del lettore e del fratello a percepire la liquidazione del valore della loro quota sociale. In tale occasione, dovrebbero altresì avanzare il diritto a percepire eventuali compensi previsti e maturati per l’attività di amministrazione svolta così come richiedere la restituzione del finanziamento effettuato e come tale appostato in bilancio. Si tratta, infatti, di crediti che avanzerebbero nei confronti della società e che dovrebbero far valere o durante la loro permanenza in società o, al più tardi, nel momento in cui deciderebbero di uscirne;
  • il socio accomandante, unico superstite della società, avrebbe tempo sei mesi per ricostituire la pluralità dei soci pena lo scioglimento della società e, nel medesimo lasso di tempo, dovrebbe nominare un amministratore provvisorio per il compimento degli atti di ordinaria amministrazione della società.

Tuttavia, nel caso concreto, occorre fare i conti con la situazione patrimoniale della società che vede un saldo negativo considerato il valore dell’unico bene immobile a fronte dei debiti sussistenti. Tale situazione impedisce una pronta liquidazione del valore delle quote del lettore e del fratello così come la restituzione del prestito di a suo tempo da loro erogato alla società e fa immaginare piuttosto che, a fronte del loro recesso, l’accomandante preferisca addivenire allo scioglimento della società procrastinando perciò la liquidazione del valore della loro quota al compimento della liquidazione della società stessa. Inoltre, un eventuale loro recesso li lascerebbe comunque esposti in qualità di ex soci accomandatari, quindi responsabili illimitatamente per le obbligazioni contratte prima della fuoruscita dalla società (nonché eventualmente esposti a fallimento entro l’anno dall’iscrizione del loro recesso nel registro delle imprese qualora venisse dichiarato il default della società) e non garantirebbe loro comunque un rientro immediato dell’investimento effettuato in società fintantoché la società non faccia cassa con le vendite degli appartamenti e la conseguente estinzione del debito con la banca come sopra illustrato. Analogamente eventuali azioni di danni verso l’istituto di credito, salva la vostra posizione di fideiussori che è autonoma dal vostro rapporto con la società, sono esplicabili fintantoché manterranno la qualità di accomandatari e, dunque, di soci amministratori della società che resta l’unico soggetto giuridico cui eventualmente questi danni sono stati arrecati. Similmente, nei confronti dell’accomandante un’esclusione è deliberabile in qualità di accomandatari per contrasto al divieto di immistione nella gestione societaria e non già in qualità terzi ex soci che sono già receduti.

 

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Enrico Braiato

note

[1] Quale menzionata dall’art. 2285, co. 2, cod. civ. per come richiamato dall’art. 2293 cod. civ. e, a cascata, dall’art. 2315 cod. civ. per la sas.

[2] Cass. sent. n. 1602 del 14.02.2000.

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