Diritto e Fisco | Editoriale

Perché la giustizia non funziona?

24 ottobre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 ottobre 2017



Più di sette anni per una causa. Rimedi? La giustizia che non funziona: non è questione di carenze d’organico ma di assurdità e inefficienze del sistema.

Un solo dato sul sistema giudiziario italiano spiega tutto: una causa in tribunale dura mediamente 2.807 giorni, cioè sette anni e mezzo.

Conseguenze?

Perdita di almeno l’1,3% del Pil (22 miliardi), e perdita di 130 mila posti di lavoro, perché processi civili più brevi e certi incoraggerebbero le banche a finanziare le piccole aziende. E gli stranieri non avrebbero così paura di investire da noi.

È un problema di organico?

Si direbbe di no. La Francia, a parità di giudici e cancellieri, spende 58 euro per abitante. Noi 70. La Direzione generale del ministero della Giustizia monitora 140 uffici giudiziari e stila una classifica che tiene conto della durata media dei processi civili, della gestione dell’arretrato e dei buchi in organico. Beh, nelle prime dieci posizioni per efficienza manca in media il 20% del personale con punte a Biella (quarta con un deficit di impiegati del 38%) e Chieti (decima col 56% di posti vacanti). Al contrario i tribunali in affanno hanno spesso situazioni d’organico più che soddisfacenti. All’ultima in classifica – Enna – manca solo il 2% del personale, la terzultima – Matera – ha un eccesso di impiegati del 4%. Il Sud, come sempre purtroppo, sta molto peggio del Nord.

I colpevoli più tutelati degli innocenti

Che si può fare?

Nel sistema ci sono inefficienze e assurdità evidenti. Prendiamo il processo civile. Sono tutelati più gli autori degli illeciti che le loro vittime.

Come sarebbe?

Partiamo da questo assunto: non c’è nessuna ragione perché in Italia un debitore paghi un creditore. Il caso classico: un debitore non paga e il creditore gli fa causa. Bene, il debitore ha la certezza assoluta che, comunque vada, ne uscirà con un vantaggio. Primo, potrebbe addirittura vincere la causa. Secondo, se pure costretto a pagare, si sarà comunque tenuto per molto tempo soldi non suoi. Terzo, l’interesse legale che sarà costretto a riconoscere al creditore è in ogni caso più basso di quello di mercato. Quarto (la più probabile), il creditore, sfinito dai tempi della giustizia, potrebbe accettare una transazione, con un taglio consistente del dovuto. Senza contare che ci sono molti modi anche per sottrarsi al pagamento dopo la condanna. Chi ha un credito da riscuotere lo sa bene. Risultato: non pagare o comunque non pagare puntualmente conviene. Ecco un modo sicuro per moltiplicare i contenziosi. E intasare i tribunali. Un tempo si diceva, a mo’ di minaccia: «Guarda che ti faccio causa». Adesso, e il tono è sempre di minaccia: «Fammi causa!».

Come se ne può uscire?

Mah, una via potrebbe essere quella del sistema americano, in cui il pagamento del danno non ha solo valore di risarcimento, ma anche valore punitivo. Ed è commisurato anche al comportamento della persona da giudicare: se è stato sleale, se ha fatto il furbo, se ha resistito solo per perdere tempo… Quindi è possibile, per la vittima di un sopruso o per il mancato pagamento di un debito, che la vittima venga risarcita con cifre spropositate, anche centinaia di milioni di dollari, perché la sanzione deve essere sentita (e sottolineo sentita) dal condannato. Mettiamo le assicurazioni: in un sistema come quello italiano conviene resistere alla liquidazione del danno. Conviene resistere sempre, perché lo scotto che eventualmente si pagherà è trascurabile.

Quanti reati esistono? Mistero

Nel penale non può essere così.

Nel penale non sappiamo neanche quante fattispecie di reato esistano. È venuto il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e ce lo ha chiesto. Non gli ha saputo rispondere nessuno, nemmeno al Ministero. Ora, quello di cui siamo sicuri è che il numero delle fattispecie di reato è enorme e che per disintasare i tribunali e rendere i processi una cosa umana bisogna prima di tutto eliminare, dal capitolo reati, le scemenze, retrocedendole a fattispecie amministrative, sanzionabili facilmente e soprattutto contenibili. Non so, la storia degli assegni a vuoto, erano reato, poi sono stati depenalizzati, a questo punto il fenomeno è esploso, ci sono solo a Milano 150 mila cause civili per emissione di assegni a vuoto…

All’estero come funziona?

Da noi abbiamo, sommando tutto, circa tre milioni di processi di tipo penale che producono un numero di detenuti pari a 67 mila. In Gran Bretagna i processi sono 300 mila e i detenuti 100 mila!

Questo rapporto processo/detenuti, indagato attraverso un indice di produttività, mi fa una certa impressione.

Ma significa solo che la nostra macchina gira a vuoto! Dieci volte i processi inglesi e la metà dei carcerati! E non ci vorrebbe molto a rendere i numeri più compatibili con un sistema efficiente. Per esempio, la condizionale si potrebbe proporre all’imputato all’inizio della procedura invece che alla fine. Sei incensurato, se arriviamo a sentenza hai diritto alla condizionale, ti propongo di non fare il processo, lo accantoniamo, se però ci ricaschi ti processiamo per questo e per quello e il diritto alla condizonale lo avrai perso. Bada che se rifiuti la condizionale preventiva, e ci costringi al dibattimento, alla fine alla condizionale non avrai più diritto…

Comodità dell’Appello

Vanno bene tre gradi di giudizio?

Questi ci sono in tutto il mondo. Ma, guardi un po’, in Francia ricorrono in Appello dopo la sentenza solo il 40% dei condannati. Da noi, più o meno, il cento per cento. Perché?

Perché?

Perché da noi, se ricorre solo l’imputato (e nella stragrande maggioranza dei casi ricorre solo l’imputato, perché il pm ha troppo da fare), l’Appello non può aumentare la pena: può solo confermarla, diminuirla o cancellarla. All’imputato conviene ricorrere, perciò: male che gli vada, alla fine starà come prima. Nell’Appello cioè non c’è rischio. Che ricorrano è ovvio, che i giudici, quindi, siano sommersi, è altrettanto ovvio. Altra questione: mi spieghi perché l’Appello non blocca la prescrizione. Che senso ha che la prescrizione continui anche nel periodo dell’Appello e della Cassazione? L’imputato ricorrerà anche per tentare la via della scadenza dei termini, gli conviene. la nostra Cassazione se la deve vedere con centomila casi l’anno, mentre in Francia i casi che finiscono all’ultimo grado sono appena mille. E sa quanti sono negli Stati Uniti?

Quanti?

Ottanta. Negli Stati Uniti quando l’accusa perde ci fanno i titoli sui giornali! Negli Stati Uniti l’accusa vince quasi sempre perché da loro il processo come lo vediamo al cinema si fa in media quattro volte su cento. Nel 96 per cento dei casi si risolve la questione altrimenti.

Troppi avvocati

Però le cose che lei dice sembrano piuttosto ragionevoli e non così complicate da stabilire. Come mai non si fanno?

In Italia ci sono 250 mila avvocati. Se si dimezzasse il numero di processi, si dimezzerebbe il reddito degli avvocati, a meno che questi non raddoppiassero le loro parcelle, cosa che mi parrebbe improbabile. Può una classe politica che non è stata capace di resistere alle debole lobby dei tassisti opporsi alla potentissima lobby degli avvocati? Ogni anno si iscrivono all’ordine 15 mila nuovi avvocati, i quali poi resteranno in attività una quarantina d’anni. Fa 600 mila avvocati. Esiste un sistema che si può permettere, in prospettiva, 600 mila avvocati? Oltre tutto, il 93 per cento di questi laureati in Giurisprudenza dice di aver scelto l’avvocatura per una forma di ripiego. Cioè, sono demotivati. Ci vorrebbe il numero chiuso, naturalmente.

Quanti sono gli avvocati in Francia?

47 mila. Roma ha più avvocati di tutta la Francia. Il Giappone (127 milioni di abitanti contro i nostri 60) ne ha 20 mila. Che speranza può avere il “Sistema Paese Italia” nel confronto col “Sistema Paese Giappone”? Un Paese con 250 mila avvocati contro un Paese con 20 mila avvocati. Si rende conto?

In sintesi possiamo dire che:

– Nelle cause civili al debitore conviene sempre non pagare e farsi portare in tribunale

– Nel penale conviene sempre ricorrere in Appello

– La condizionale va offerta prima e non concessa dopo

– Ci sono troppi avvocati

note

Autore immagine: 123rf com


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2 Commenti

  1. Mi risulta che la procura della repubblica in sede penale possa ricorrere contro le assoluzioni in primo grado. Come si concilia questo con l’affermazione che in appello la pena non possa essere aumentata?
    Sarebbe interessante capire il motivo di queste stranezze

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