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Posso chiedere al mio datore di lavoro di licenziarmi?

23 ottobre 2017


Posso chiedere al mio datore di lavoro di licenziarmi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 ottobre 2017



Il licenziamento è un atto che proviene da una scelta del datore di lavoro: barattare le proprie dimissioni solo per percepire l’indennità di disoccupazione può essere reato.

Perché mai qualcuno dovrebbe chiedere, al proprio datore di lavoro, di licenziarlo? Innanzitutto perché non vuol più lavorare presso quell’azienda. In secondo luogo perché, se decidesse di dimettersi, non percepirebbe l’indennità di disoccupazione. L’assegno dell’Inps riservato ai «disoccupati involontari» è infatti riconosciuto solo a chi perde il posto di lavoro non per propria scelta. Il che può avvenire solo a seguito di licenziamento o di dimissioni per giusta causa, determinate cioè da una grave colpa dell’azienda (ad esempio il mancato pagamento dello stipendio), ma non invece nel caso in cui sia il dipendente che voglia interrompere i rapporti per proprie valutazioni (anche se determinate da motivi di salute). Pertanto, quando il licenziamento nasconde una decisione non del datore ma del dipendente, al solo fine di consentire a quest’ultimo di ottenere l’assegno di disoccupazione, il rischio è quello di una incriminazione per «indebita percezione di erogazioni statali». Ed allora, se ti stai domandando se è legale chiedere al datore di lavoro di licenziarti, la risposta è assolutamente «no!». Ma…

Ma… non è facile individuare le frodi ai danni dello Stato. La ragione è duplice.

Da un lato c’è il fatto che, se il licenziamento viene ben motivato (e trova conforto nei dati documentali dell’azienda), è difficile individuare la sua natura simulatoria. In altre parole, un eventuale controllo difficilmente potrebbe risalire al soggetto cui è imputabile la scelta di porre fine al rapporto di lavoro. Del resto, la “volontà” è un meccanismo che si forma interiormente alle persone e, quindi, è difficile risalire al soggetto cui sia imputabile la “prima decisione” di porre fine al rapporto. Si immagini il caso di un’azienda con alcuni problemi di bilancio che motiva il licenziamento – seppur richiesto dal dipendente – con le tradizionali ragioni economiche. A questo punto, il datore avrà l’esigenza di garantirsi da eventuali successivi ripensamenti del dipendente e dalla possibilità che questi, ritornando sui propri passi, impugni il licenziamento; pertanto l’accordo tra le parti (che prevede, a fronte dell’accettazione del licenziamento e del pagamento immediato del Tfr, la rinuncia alla contestazione) dovrà avvenire dinanzi alle rappresentanze sindacali o all’Ispettorato del lavoro.

In secondo luogo c’è un altro aspetto che rende difficile, se non impossibile, scoprire la natura simulata del licenziamento. Secondo quanto chiarito dall’Inps [1], il dipendente che viene licenziato ha diritto all’indennità di disoccupazione anche se detto licenziamento avviene per sua colpa grave. Così, ad esempio, basterà che il lavoratore minacci per iscritto il datore o compia un atto di insubordinazione – anche se non concordato con l’azienda – per offrire un valido appiglio al proprio licenziamento. In questo modo, alla perdita del lavoro conseguirà il diritto a ottenere la Naspi.

Certo, il vero rischio per il dipendente che chiede al datore di lavoro di licenziarlo è che sia proprio quest’ultimo a denunciarlo. Trattandosi peraltro, nel caso di specie, di un reato procedibile d’ufficio basterebbe una semplice segnalazione alle autorità. Senza contare che, in una tale ipotesi, il dipendente verrebbe costretto a restituire all’Inps tutti gli importi nel frattempo percepiti. C’è però da dire che, di questi tempi, un dipendente con anzianità di servizio costa di più all’azienda di un dipendente giovane; sicché il licenziamento di chi ha più anni di lavoro alle spalle è sempre ben accolto dall’azienda.

note

[1] Inps circolare n. 142/2015.

Autore immagine: 123rf com


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