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Lo sai che? Vaccino: non c’è relazione con l’autismo

Lo sai che? Pubblicato il 24 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 24 ottobre 2017

Scagionati i vaccini antipoliomielite, morbillo, parotite e rosolia: non c’è alcuna prova che il trivalente comporti l’autismo.

Di nuovo sul banco degli imputati il vaccino obbligatorio. Ma questa volta ne esce assolto. Solo però all’esito dell’appello e del successivo giudizio in Cassazione. Il primo grado aveva invece dato ragione a una coppia di genitori che aveva fatto somministrare al proprio figlio le seguenti vaccinazioni: antipoliomielite di tipo Sabm, DTP — antidifterica, antitetanica e antipertossica – e MPR — morbillo, parotite e rosolia; all’esito delle stesse il minore aveva subito dei gravi disturbi con definitiva diagnosi di autismo.

Il vaccino può essere causa di autismo?

Se il vaccino sia o meno in correlazione con l’autismo è una domanda che ha afflitto a lungo le famiglie italiane, prima soprattutto dell’obbligo di vaccinazione introdotto di recente dal governo. In verità, le sentenze della Cassazione – salvo qualche rara eccezione (leggi Danno da vaccino obbligatorio) – non hanno mai riconosciuto alcuna relazione tra i due eventi. Nel 2012 il Tribunale di Rimini, con una sentenza shock [1], aveva accertato che il vaccino MPR (il famoso vaccino trivalente contro morbillo, parotite e rosolia) era in rapporto di causa-effetto con l’autismo in un bambino di 15 mesi. I giudici avevano così riconosciuto il danno da vaccino sulla base delle perizie medico legali dalle quali risultava il nesso di causalità tra vaccino e malattia. In questi casi la legge prevede, come risarcimento, un assegno reversibile per quindici anni e un assegno una tantum per il periodo ricompreso tra il manifestarsi della patologia e il risarcimento; quest’ultimo è in misura pari, per ciascun anno, al 30% dell’indennizzo. La sentenza, oltre a spaventare migliaia di genitori, ha animato le critiche di numerosi medici.

Successivamente è stata la stessa Cassazione a rivedere i precedenti giudizi e a invitare i tribunali alla prudenza su un argomento che, peraltro, ha diviso (in parte) la scienza medica. Il Dipartimento della Salute ha affermato, in passato, che il vaccino trivalente rimane la migliore protezione contro morbillo, epatite e rosolia; esso è stato ufficialmente riconosciuto, dall’Organizzazione mondiale della sanità, come un vaccino sicuro e c’è una grande quantità di studi che dimostrano che i bambini che lo hanno ricevuto non sono a rischio di autismo rispetto a quelli a cui non è stato somministrato. Dall’altro lato alcuni studi medici hanno accertato che, in assenza di altri disturbi, esiste una ragionevole probabilità scientifica che la somministrazione del vaccino MPR possa scatenare l’autismo.

La nuova pronuncia della Cassazione

Con un’ordinanza di ieri [2], la Suprema Corte è tornata sulle relazioni tra vaccino obbligatorio e autismo ritenendo non provata alcuna relazione di causa-effetto. La Corte ha affermato che non è dimostrato il nesso causale tra la malattia e la somministrazione di medicinali; i giudici – come di norma in questi casi – hanno fondato la propria decisione sulle risultanze della perizia del consulente incaricato dal tribunale (in questo caso la Corte di Appello).

I genitori del bambino avevano contrapposto «altre argomentazioni, desunte da diversa ed ulteriore letteratura scientifica che – si legge nella sentenza -, pur manifestando l’acceso dibattito che da tempo si registra sulla questione, non rivela acquisizioni ed elementi decisivi» al fine di confutare la soluzione adottata dal consulente tecnico. Per la Cassazione, invece, bisogna attenersi al principio di diritto secondo cui «la prova a carico dell’interessato ha ad oggetto l’effettuazione della somministrazione vaccinale e il verificarsi dei danni alla salute e il nesso causale tra la prima e i secondi, da valutarsi secondo un criterio di ragionevole probabilità scientifica, mentre nel caso il nesso causale costituisce solo un’ipotesi possibile». «Né – conclude la pronuncia – risulta decisiva la critica avente ad oggetto la mancata individuazione, da parte del consulente, di una possibile eziologia alternativa, considerato che la Corte riferisce il passaggio della consulenza ove si ammette che l’eziologia di tale della malattia, così come della stragrande maggioranza dei disturbi mentali, risulta tuttora in gran parte sconosciuta». Detto in parole povere, secondo i giudici non ci sono prove sufficienti del fatto che il vaccino possa causare l’autismo.

note

[1] Trib. di Rimini sent. n. 148 del 15.03.2012.

[2] Cass. ord. n. 24959/2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 21 settembre – 23 ottobre 2017, n. 24959
Presidente Curzio – Relatore Ghinoy

Fatto e diritto

Rilevato che:
1. la Corte d’appello di Ancona, in riforma della sentenza del Tribunale di Pesaro, rigettava la domanda proposta da G.D. e B.C. , genitori esercenti la potestà sul minore G.P. , al fine di ottenere l’indennizzo previsto dagli artt. 1 e 2 della legge n. 210 del 1992, a motivo dell’avere il proprio figlio contratto sindrome autistica, asseritamente a causa della somministrazione dei vaccini (antipoliomielite di tipo Sabin, DTP – antidifterica, antitetanica e antipertossica – e MPR – morbillo parotite e rosolia) a lui praticati tra il 1998 e il 2003. La Corte recepiva le conclusioni del nominato c.t.u., che aveva escluso la sussistenza del nesso di causalità tra la malattia e le vaccinazioni.
2. Per la cassazione della sentenza G.D. e B.C. propongono ricorso, a fondamento del quale deducono come unico motivo l’omessa e contraddittoria motivazione su un punto decisivo per il giudizio e lamentano che la Corte territoriale abbia ignorato le critiche tecniche mosse alla c.t.u., in relazione alla diagnosi formulata ed alla validità sul piano scientifico delle conclusioni.
3. Ha resistito con controricorso il Ministero della salute.
4. Il Collegio ha autorizzato la redazione della motivazione in forma semplificata.
Considerato che:
2. il ricorso è inammissibile.
La Corte territoriale ha recepito l’analisi e le conclusioni del c.t.u. nominato in grado d’appello, che aveva operato una valutazione complessiva degli elementi acquisiti al giudizio in relazione alla storia clinica del periziato e sulla base dei criteri temporali e della continuità fenomenica, nonché in considerazione dello stato delle acquisizioni della scienza medica ed epidemiologica, superando anche nella sostanza le osservazioni critiche alla c.t.u.. È quindi pervenuta al convincimento che sussista la mera possibilità di una correlazione eziologica tra le vaccinazioni e la malattia, e non un rilevante grado di probabilità scientifica.
2. Deve qui ribadirsi che il vizio, denunciabile in sede di legittimità, della sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, è ravvisabile in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata, o nell’omissione degli accertamenti strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi, mentre al di fuori di tale ambito la censura costituisce mero dissenso diagnostico che si traduce in un’inammissibile critica del convincimento del giudice (v. ex plurimis da ultimo Cass. ord. n. 1652 del 2012, Cass. ord. 23/12/2014 n. 27378, Cass. 16/02/2017 n. 4124).
3. Nel caso, alle puntuali argomentazioni del c.t.u. di secondo grado, che si sono avvalse anche della letteratura scientifica, i ricorrenti contrappongono altre argomentazioni, desunte da diversa ed ulteriore letteratura scientifica che, pur manifestando l’acceso dibattito che da tempo si registra sulla questione, non rivela acquisizioni ed elementi decisivi al fine di confutare la soluzione da quello adottata.
La Corte territoriale si è quindi attenuta ai principi dettati da questa Corte anche con riguardo alla materia che ci occupa, secondo i quali (v. Cass. 17/01/2005 n. 753, Cass. 19/01/2011 n. 1135, Cass. 29/12/2016 n. 27449, ord.) la prova a carico dell’interessato ha ad oggetto l’effettuazione della somministrazione vaccinale e il verificarsi dei danni alla salute e il nesso causale tra la prima e i secondi, da valutarsi secondo un criterio di ragionevole probabilità scientifica, mentre nel caso il nesso causale costituisce solo un’ipotesi possibile.
3. Né risulta decisiva la critica avente ad oggetto la mancata individuazione da parte del c.t.u. di una possibile eziologia alternativa, considerato che la Corte riferisce il passaggio della consulenza ove si ammette che l’eziologia ditale della malattia, così come della stragrande maggioranza dei disturbi mentali, risulta tuttora 1n gran parte sconosciuta. Quanto poi al rapporto della Casa farmaceutica GSK datato 16.12.2001, esso riguarda il vaccino esavalente Infanrix Hexa, che neppure risulta se sia stato somministrato a G.P. .
4. Sicché, il ricorso sollecita in sostanza una rilettura dei dati di causa più coerente con le prospettazioni della parte, e quindi una diversa valutazione di merito, inammissibile in questa sede.
5. Il Collegio, condividendo la proposta del relatore, all’esito della quale le parti non hanno formulato memorie, ritiene quindi che il ricorso risulti inammissibile ex art. 375 comma 1 n. 1 c.p.c., e debba in tal senso essere deciso con ordinanza in camera di consiglio.
6. La regolamentazione delle spese processuali segue la soccombenza.
7. Sussistono i presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dall’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.500,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, rimborso spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.lgs. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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1 Commento

  1. Guarda caso, una sentenza che nega il nesso viene data poco dopo che questi vaccini sono diventati obbligatori… coincidenza??? Oppure pressioni dall’alto?….

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