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Pignoramento delle provvigioni all’agente: che fare?

19 Novembre 2017
Pignoramento delle provvigioni all’agente: che fare?

Sono un agente di commercio, ho da poco avuto un pignoramento presso terzi presso la mia mandante che ha risposto che non devo nulla alla medesima. Il debito è alto e non posso pagarlo neanche a rate. La rateizzazione è una strada già tentata invano perché la rata era enorme.
Posso continuare a lavorare con l’azienda? Cosa posso fare? L’efficacia del pignoramento è terminata con effetto immediato o vale per sempre? Come posso impugnare l’importo pignorabile entro i limiti di un quinto?

Con riguardo all’efficacia del pignoramento notificato al lettore, potrebbero palesarsi due scenari:

  • il creditore procedente, stante la dichiarazione negativa della mandante del lettore, ha creduto alle parole di quest’ultima e, pertanto, il pignoramento è stato dichiarato estinto;
  • il creditore procedente non ha dato per veritiere le dichiarazioni della mandante; in questo caso, si apre un sub-procedimento all’interno del quale il creditore cercherà di provare che la mandante è debitrice del lettore e, quindi, debitor debitoris (debitrice del debitore) della creditrice.

Nel primo caso, il pignoramento cessa di avere qualunque effetto e, pertanto, il lettore potrà continuare ad avere un rapporto commerciale con la mandante. Ovviamente, ciò non vieta al creditore che nel mentre è venuto a conoscenza del ripreso rapporto di lavoro, di rinotificare un nuovo atto di pignoramento; tuttavia, per fare ciò, dovrà prima notificare un nuovo atto di precetto. In questo modo, il lettore sarà messo nelle condizioni di valutare l’interruzione dei rapporti con la mandante prima che la stessa, con la notifica del nuovo pignoramento, sia costretta a dover effettuare una dichiarazione positiva al creditore. Nel secondo caso, invece, il lettore sarà costretto ad aspettare la fine del sub-procedimento (detto “accertamento dell’obbligo del terzo”) poiché, in caso contrario, il creditore con le sue indagini potrebbe scoprire i rapporti nuovamente intrapresi con la mandante e dimostrare in giudizio il debito della stessa nei confronti del lettore. Con riguardo alla somma pignorabile del quinto, questa opera automaticamente (per legge). Ciò significa che nel momento in cui il creditore dovesse ottenere la dichiarazione positiva da parte della mandante, allora chiederebbe al giudice dell’esecuzione di emettere il provvedimento di assegnazione delle somme dichiarate (e pignorate), a titolo di stipendio, dal terzo pignorato nei limiti di un quinto. In questo caso, il giudice emetterà un’ordinanza con la quale assegnerà il quinto dello stipendio che spetterebbe al lettore dalla mandante. Pertanto, se il lettore dovesse ricevere una somma mensile di € 1.000,00 netti, gli andrebbero decurtati mensilmente € 200,00 dalla busta paga, fino all’estinzione del debito in oggetto. Ebbene, nel pignoramento eseguito nei confronti del datore di lavoro non potrà essere pignorata una somma ulteriore a quella stabilita dalla legge. Differentemente, se il pignoramento notificato al lettore dovesse contenere la richiesta di assegnazione per una somma superiore ad un quinto, lo stesso avrebbe il diritto di opporsi rilevando una violazione di legge e, conseguentemente, ottenendo l’estinzione di quella procedura esecutiva.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla



2 Commenti

  1. Sono agente di commercio. Ho ricevuto un accertamento da parte della agenzie delle entrate che mi contesta circa 50.000 euro di spese che ho sostenuto con una azienda che mi ha fatturato dei servizi di segnalazione nominativi, distribuzione volantini, ecc.. Io sono un coordinatore di una rete commerciale e nel 2016 per “procacciare” trovare dei nuovi venditori mi sono appunto servito di questa azienda che pagavo con regolare bonifico e regolare contratto tra le parti per farmi dare nuove persone da inserire nella mia rete commerciale (persone che esistono realmente e che oggi lavorano alcune ancora con me) e contatti di clienti per fare contratti di vendita (ho copia dei contratti). L’agenzia sostiene che queste operazioni non siano mai avvenute e che quelle avvenute non siano inerenti al mio lavoro. L’agenzia sostiene che queste operazioni non siano mai avvenute e che quelle avvenute non siano inerenti al mio lavoro . Vorrei avere da voi un parere per capire se ha senso o no fare ricorso.

    1. La fattura è documento idoneo a documentare un costo dell’impresa, come si evince chiaramente dall’art. 21 del D.P.R. n. 633 del 1972 che ne disciplina il contenuto, prescrivendo tra l’altro l’indicazione dell’oggetto e del corrispettivo di ogni operazione commerciale; pertanto, in ipotesi di fatture che l’Amministrazione ritenga relative ad operazioni inesistenti, non spetta al contribuente provare che l’operazione è effettiva, ma spetta all’Amministrazione, che adduce la falsità del documento, provare che le operazioni commerciali, oggetto delle fatture, in realtà non sono state mai poste in essere, sicché i costi in esse documentati non possono essere dedotti dal contribuente, nè il diritto alla detrazione dell’IVA effettivamente versata possa essere, in concreto, riconosciuto.Ora, la giurisprudenza tributaria, nel caso che ci riguarda, ha assunto orientamenti difformi, alcuni più vicini al contribuente, altri più rigidi.Ad esempio, secondo la commissione tributaria di Firenze la prova che l’operazione commerciale in realtà non sia mai stata posta in essere o sia stata posta in essere tra altri soggetti, può considerarsi raggiunta ove l’Amministrazione finanziaria fornisca validi elementi che possono anche assumere la consistenza di indizi attendibili, spettando in tale caso al contribuente l’onere di dimostrare l’effettiva esistenza delle operazioni contestate (Comm. trib. reg. Toscana Firenze, sez. VIII, 14/05/2019, n. 826).Pertanto, secondo questa giurisprudenza, spetterebbe al contribuente provare l’esistenza delle fatturazioni contestate, senza che, tuttavia, tale onere possa ritenersi assolto con l’esibizione delle fatture, ovvero in ragione della regolarità formale delle scritture contabili o dei mezzi di pagamento adoperati, che vengono di regola utilizzati proprio allo scopo di far apparire reale un’operazione fittizia (Comm. trib. reg. Molise Campobasso, sez. I, 16/04/2019, n. 312).Ora, la copia dei contratti potrebbe, senz’altro, essere elemento più forte per dimostrare l’esistenza dell’attività svolta, come anche la richiesta di assunzione testimoniale con la clientela procacciata.In questo modo, con il ricorso, si riuscirebbe a convincere il giudice della bontà di quelle fatturazioni.Inoltre, secondo l’ultimo orientamento della commissione tributaria milanese, che sarebbe competente nel Suo caso, nelle controversie concernenti operazioni oggettivamente inesistenti, deve ritenersi assolto l’onere probatorio del contribuente in tutti i casi in cui le operazioni sono documentate da fatture regolari inserite in una corretta contabilità, in quanto, la fattura è documento idoneo ad attestare un costo dell’impresa. Ne consegue che, nell’ipotesi in cui la documentazione sia apparentemente regolare, e che l’Amministrazione finanziaria sostenga che l’operazione documentata nella fattura formalmente corretta è inesistente, ovvero che la fattura è ideologicamente o materialmente falsa, il relativo onere della prova è attribuito all’ufficio impositore. Tale onere non riguarda solo l’oggettiva fittizietà del fornitore, ma anche la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta; conseguentemente, la prova della consapevolezza dell’evasione richiede che l’Amministrazione finanziaria dimostri, in base ad elementi oggettivi e specifici non limitati alla mera fittizietà del fornitore, che il contribuente sapeva o avrebbe dovuto sapere, con l’ordinaria diligenza in rapporto alla qualità professionale ricoperta, che l’operazione si inseriva in una evasione fiscale, ossia che egli disponeva di indizi idonei a porre sull’avviso qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto sulla sostanziale inesistenza del contraente (Comm. trib. prov.le Milano, sez. XIX, 26/06/2019, n. 2917).Questo orientamento è, di sicuro, più vicino alle ragioni del contribuente. Alla luce di ciò, anche consapevoli della giurisprudenza esistente, il ricorso potrebbe avere delle chances di essere accolto, anche se, purtroppo, non Le potrò mai dare la certezza del buon esito, essendo innumerevoli le variabili nel diritto.Inoltre, potrebbe essere opportuno fare ricorso, anche alla luce del fatto che, in mancanza, non potrebbe più contestare quell’accertamento, mentre con l’azione giudiziaria, anche se dovesse andar male, rischierebbe di pagare in più solo le spese legali.

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