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Lavoro ma sono pensionato: che fare se l’Inps chiede indietro i soldi?

25 Novembre 2017


Lavoro ma sono pensionato: che fare se l’Inps chiede indietro i soldi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 Novembre 2017



Mio padre è andato in pensione ma continua a lavorare in modo autonomo. Ha informato l’Inps che, ora, chiede molti soldi per trattenute mai applicate. Che fare?

A decorrere dal 01/01/2009, viene definitivamente eliminato il divieto di cumulo tra pensione e reddito da lavoro. Fino al 31/12/2008, infatti, erano esenti da qualsivoglia trattenuta, in caso di cumulo tra pensione e reddito da lavoro, solo le pensioni di vecchiaia; quanto alle pensioni di anzianità, invece, erano esenti dal divieto di cumulo soltanto coloro che avessero acquisito il diritto al pensionamento con 40 anni di contributi o, in alternativa, con 37 anni di versamenti, combinati a un età minima di 58 anni. Tutti gli altri pensionati, che decidessero di intraprendere un’attività lavorativa perdevano tutta la pensione se si rioccupavano come dipendenti; mentre se svolgevano un’attività autonoma dovevano rinunciare al minor importo fra il 30% della quota eccedente il trattamento minimo (5.760 euro nel 2008) e il 30% del reddito conseguito. Dal 1° gennaio 2009, invece, assegno pensionistico e redditi da lavoro diventano cumulabili anche per i titolari di trattamenti anticipati. L’Inps dispone che nulla è variato per i soggetti che hanno aderito al regime di cumulabilità nei confronti dei quali continua ad operare l’eventuale trattenuta sulla pensione fino alla scadenza naturale dell’importo dovuto. Ciò in quanto, detti pensionati hanno usufruito del regime di liberalizzazione del cumulo in data anteriore al 1° gennaio 2009 in virtù della specifica disposizione sopra richiamata, che subordina tale diritto al pagamento di un importo una tantum da effettuarsi anche in forma rateale. Nulla è precisato in merito alla retroattività o meno. Ciò premesso, nel caso di specie, a decorrere dal 01/01/2003 il padre del lettore ha beneficiato di un pensionamento anticipato all’età di 54 anni e 38 anni di contributi. Conseguentemente, pur potendo svolgere, sebbene in pensione, un’attività lavorativa autonoma o dipendente, non era in possesso dei requisiti che gli consentivano di cumulare i due redditi senza alcuna decurtazione dell’assegno pensionistico: il padre, infatti, pur avendo raggiunto la soglia contributiva prevista dalla legge per poter cumulare i due redditi senza alcuna trattenuta da parte dell’Inps, non era in possesso del requisito dell’età a tal fine indispensabile, avendo all’epoca 54 anni di età, anzichè 58. Avendo, quindi, iniziato a svolgere un’attività lavorativa di collaborazione (e, pertanto, autonoma) con l’ex datore di lavoro, l’Inps avrebbe dovuto operare sulla sua pensione una trattenuta pari al minor importo risultante calcolando il 30% della quota eccedente il trattamento pensionistico minimo stabilito dall’Inps per ciascun anno e il 30% del reddito conseguito. Appare pertanto giuridicamente corretta la pretesa restitutoria avanzata dall’Inps. Tuttavia, a fronte di ciò è doveroso osservare quanto segue:

  • l’Ente previdenziale solo nel 2013/2014 si è accorto della mancata decurtazione operata sulla pensione del padre, chiedendo la restituzione dei relativi importi. Il diritto a richiedere la restituzione di somme indebitamente percepite si prescrive in 10 anni da quando il diritto può essere fatto valere; conseguentemente, se la richiesta restitutoria avanzata dall’Inps è pervenuta al padre della lettrice nel 2014, il diritto dell’Ente alla restituzione di quanto indebitamente percepito nel 2013 deve considerarsi prescritto, con conseguente necessità di ricalcolo dell’importo di 31.000 euro richiesto, detraendo le somme che l’Ente avrebbe dovuto trattenere sugli assegni corrisposti al padre nell’anno 2003;
  • pur avendo il padre goduto di un trattamento pensionistico non spettante nella misura effettivamente percepita (e, quindi, indebito, dovendo essere operate sui relativi assegni mensili determinate decurtazioni, omesse dall’Inps), tuttavia ha percepito le relative somme in buona fede, nella convinzione che la concessione da parte dell’Inps − per anni − di un determinato trattamento pensionistico, fosse del tutto legittima. Di conseguenza, può essere richiesta all’Inps una rateizzazione (anche decennale) dei dovuti importi. Tale pretesa potrà essere avanzata dapprima bonariamente, inviando una lettera di diffida all’Ente previdenziale; successivamente in assenza di riscontro o in caso di risposta insoddisfacente, presentando un apposito ricorso.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Valentina Azzini


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