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Mansioni che danno diritto al lavoro subordinato full time

25 ottobre 2017


Mansioni che danno diritto al lavoro subordinato full time

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 ottobre 2017



Il dipendente che svolge mansioni ripetitive ed elementari va considerato subordinato; ha quindi diritto alle differenze retributive e ai contributi.

Di false partite Iva l’Italia è piena: lavoratori formalmente alle dipendenze di un’azienda, inquadrati però come collaboratori esterni. Il punto è che, al di là del tipo di contratto prescelto dal datore, se il giudice ritiene che il prestatore d’opera svolge mansioni tipicamente rientranti nel lavoro subordinato, converte il rapporto. Con la conseguenza che la ditta è chiamata a pagare arretrati e contributi in un’unica soluzione. Senza considerare che l’eventuale licenziamento, avvenuto per risoluzione del rapporto contrattuale, diventa illegittimo se manca la giusta causa o il giustificato motivo e, nello stesso tempo, non è avvenuto per iscritto. Cosa può fare il dipendente tutte le volte in cui ritiene di svolgere mansioni che danno diritto al lavoro subordinato full time? Può promuovere un tentativo di conciliazione presso la Direzione del Lavoro (il cosiddetto «Ispettorato») e/o un ricorso in tribunale. Il punto principale però è capire quando c’è lavoro autonomo e quando invece quello subordinato, per non fare un buco nell’acqua e, magari, inasprire soltanto i rapporti con il datore. Di tanto si è occupata la Cassazione con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.

Come capire se un lavoratore è un dipendente o un autonomo

Se hai letto la nostra guida Differenze tra lavoro autunno e lavoro subordinato saprai già che la caratteristica fondamentale e primaria del lavoro dipendente è l’essere sottoposti alle direttive del datore (la cosiddetta «subordinazione»): quest’ultimo deve, cioè, non lasciare alcun margine di manovra e autonomia decisionale al dipendente, dandogli ordini specifici e dettagliati. Il vero dipendente è, insomma, colui che è vincolato dalle rigide istruzioni del capo.

Un secondo indice che svela se un lavoratore è dipendente o autonomo è il potere di controllo da parte del datore: egli ha il diritto di verificare non solo la presenza del lavoratore in azienda, ma anche la qualità delle sue prestazioni. Conseguentemente scatta anche il cosiddetto potere disciplinare, quello cioè di infliggergli le sanzioni e il licenziamento.

In presenza di tali condizioni, se anche al lavoratore viene concessa una «collaborazione esterna», egli si considera subordinato e, quindi – con le buone o con le cattive – va inquadrato correttamente.

Oltre a questi tre elementi, che vengono considerati i principali sintomi della subordinazione, ve ne sono degli altri meno forti e caratterizzanti (sono i cosiddetti «criteri sussidiari»). Tra questi vi è il luogo del lavoro: il doversi recare in azienda è tipico del dipendente, anche se è ben possibile che una persona lavori da casa (leggi Chi lavora da casa è ugualmente un dipendente?). L’orario di lavoro predeterminato in contratto è un’ulteriore caratteristica del lavoro subordinato, benché vi siano situazioni in cui al dipendente è lasciata maggiore elasticità.

Il dipendente subordinato si distingue anche perché non ha un’organizzazione di mezzi e persone al proprio seguito, ma lavora singolarmente e senza assumersi rischi.

C’è infine la questione stipendio: se fisso, regolare e immutabile difficilmente si potrà parlare di un lavoro autonomo.

Che succede se le mansioni sono semplici e ripetitive?

Un ultimo modo per capire quali sono le mansioni che danno diritto al lavoro subordinato full time è indagare sulla natura delle mansioni attribuite al lavoratore. Secondo una sentenza di ieri della Cassazione [1], nei casi in cui le mansioni inerenti alla prestazione siano «elementari, ripetitive e predeterminate nelle modalità di esecuzione», si ha un lavoro dipendente, anche se mancano gli altri tipici elementi che abbiamo appena elencato (ad esempio l’assoggettamento al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore). Insomma, in alcune ipotesi i criteri primari possono non essere determinanti per capire la natura del rapporto di lavoro ed occorre piuttosto far riferimento ai «criteri sussidiari», quali la continuità e la durata del rapporto, le modalità di erogazione del compenso, l’assoggettamento ad un orario, l’assenza di rischio economico e la mancanza di autorganizzazione in capo al lavoratore.

La Cassazione ha chiarito che il mancato esercizio del potere disciplinare è ininfluente quando risulti comunque provata l’assenza di margini d’autonomia del lavoratore nell’esercizio della prestazione. In sostanza, se le prestazioni sono ripetitive e predeterminate, se il lavoratore deve rispettare un orario prestabilito e non corre alcun rischio economico perché percepisce un compenso garantito, allora il mancato esercizio “in concreto” del potere disciplinare è irrilevante, dal momento che la standardizzazione delle mansioni lascia «uno spazio minore all’esplicazione del potere datoriale così come è inteso comunemente.

note

[1] Cass. sent. n. 23846/2007.

Autore immagine: 123rf com


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