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Dimissioni incentivate: se il datore mi chiede di licenziarmi

25 ottobre 2017


Dimissioni incentivate: se il datore mi chiede di licenziarmi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 ottobre 2017



Il lavoratore che accetta di dimettersi, dietro un incentivo all’esodo, non ha diritto all’indennità di disoccupazione dell’Inps.

Non raramente avviene che l’azienda, per eliminare i lavoratori in esubero o dar corso a nuove assunzioni e valersi di personale più giovane, preparato o semplicemente meno costoso, incentivi i dipendenti a “licenziarsi”, o meglio a dimettersi, promettendo benefici economici e condizioni agevolate. Alcuni accettano più perché temono che, anche rifiutando, verrebbero comunque licenziati e allora perderebbero gli incentivi all’uscita. Altri invece vedono nell’offerta l’occasione per cambiare finalmente lavoro e ottenere una “copertura” economica in attesa di reimpiegarsi. Se però, come abbiamo detto in Posso chiedere al mio datore di lavoro di licenziarmi, è vietato al dipendente contrattare il proprio licenziamento solo al fine di ottenere l’indennità di disoccupazione, nulla impedisce al datore di lavoro di trovare un accordo con il lavoratore per ottenere le sue dimissioni spontanee. Si parla, a riguardo, di dimissioni incentivate o anche incentivo all’esodo. Vediamo dunque cosa prevede la legge se il datore di lavoro ti chiede di licenzarti.

L’azienda può imporre al dipendente di licenziarsi?

Il datore di lavoro non può costringere il dipendente a dimettersi. La dimissione resta un atto volontario e spontaneo che, tutt’al più, può essere incentivato con appositi benefici economici. Se il dipendente non accetta l’offerta, l’azienda può procedere – sempre che ne ricorrano però i presupposti – al licenziamento per giustificato motivo oggettivo (quello cioè che deriva da ragioni di carattere strutturale, da una crisi, dalla perdita di commesse, dal rischio di fallimento) o per ragioni disciplinari.

Le aziende con un certo numero di dipendenti possono accordarsi con le organizzazioni sindacali aziendali al fine di incentivare l’esodo dei lavoratori più anziani. In questo caso l’Inps eroga al lavoratore interessato una prestazione mensile fino al raggiungimento dei requisiti pensionistici.

Cosa spetta al lavoratore che accetta di dimettersi?

A fronte dell’accettazione all’esodo, l’azienda promette degli incentivi economici.

Inoltre, le dimissioni incentivate, pur essendo riferibili ad una iniziativa del datore di lavoro, sono caratterizzate dalla volontà del lavoratore di recedere dal rapporto e pertanto non rientrano nel licenziamento per riduzione del personale. Ciò comporta che al lavoratore non spetta il diritto di precedenza in caso di nuove assunzioni, né i trattamenti corrisposti in caso di disoccupazione.

Se accetto di dimettermi mi spetta la disoccupazione?

Come abbiamo appena detto, le dimissioni incentivate non sono un licenziamento, anche se l’iniziativa proviene dal datore di lavoro. Quindi il dipendente che accetta di “licenziarsi” non può ottenere dall’Inps l’indennità di disoccupazione (oggi chiamata Naspi). Se però il datore di lavoro fa credere il contrario al dipendente, quest’ultimo può revocare le dimissioni e ha diritto ad essere reintegrato.

Ai miei colleghi sono stati promessi incentivi all’esodo superiori: è legittimo?

Il datore di lavoro non è tenuto a garantire gli stessi incentivi a tutti i dipendenti, ben potendo prevedere condizioni diverse. La legge infatti non fissa quali sono gli incentivi, il loro ammontare e non obbliga l’azienda a riconoscere pari incentivi a parità di condizioni. In tali casi non può essere recriminato alcun comportamento discriminatorio. 

Che succede se accetto di dimettermi?

Il dipendente che accetta di dimettersi deve metterlo per iscritto. Il rapporto di lavoro si scioglie in questo stesso istante.

L’atto di adesione generalmente contiene anche l’esplicita rinuncia del dipendente all’impugnazione del recesso ed a qualunque pretesa comunque connessa al rapporto di lavoro.

Che succede se l’offerta di dimissioni viene fatta a più dipendenti?

Nelle aziende con più di 15 dipendenti, se c’è un’eccedenza di personale, il datore di lavoro può stipulare accordi con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a livello aziendale al fine di incentivare l’esodo dei lavoratori più anziani, riconoscendo loro una prestazione economica e la copertura contributiva sino al pensionamento. Sia la prestazione economica che la copertura contributiva sono a carico del datore di lavoro.

Firmando l’accordo, il datore di lavoro si impegna a corrispondere ai lavoratori interessati una prestazione di importo pari al trattamento di pensione che spetterebbe in base alle regole vigenti e a corrispondere all’Inps la contribuzione fino al raggiungimento dei requisiti minimi per il pensionamento. I lavoratori coinvolti nel programma devono raggiungere i requisiti minimi contributivi ed anagrafici per il pensionamento, di vecchiaia o anticipato, entro i 4 anni successivi alla cessazione dal rapporto di lavoro a seguito dell’accordo.

In tal caso è prevista un’apposita procedura:

  • l’azienda deve fare, per via telematica, una domanda all’Inps, indicando la lista dei lavoratori che intendono dimettersi; tale elenco va inoltrato almeno 90 giorni prima della data di accesso alla prestazione del primo lavoratore interessato al piano di esodo;
  • l’Inps effettua l’istruttoria per verificare la presenza dei requisiti in capo al lavoratore e al datore di lavoro e provvede alla validazione dell’accordo;
  • a questo punto il lavoratore esprime la propria accettazione;
  • il datore di lavoro viene obbligato a versare mensilmente all’Inps la provvista per la prestazione e per la contribuzione figurativa.

note

Autore immagine: 123rf com

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