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Dopo il licenziamento cosa spetta al lavoratore

7 dicembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 dicembre 2017



Tfr, ferie e permessi non goduti, ratei tredicesima e quattordicesima, indennità di mancato preavviso, Naspi: tutto quello che spetta al lavoratore licenziato.

Non basta un “arrivederci e grazie”, né è sufficiente il solo pagamento dell’ultima mensilità: se sei stato licenziato, devi sapere che ti spetta molto di più rispetto al pagamento dell’ultimo stipendio.

Dopo il licenziamento, difatti, al lavoratore spetta il tfr, cioè la liquidazione, che ammonta all’incirca ad una mensilità per ogni anno lavorato presso l’azienda; spettano poi i ratei delle mensilità aggiuntive (tredicesima e, se dovuta, quattordicesima), la liquidazione dei permessi e delle ferie non goduti e, se il preavviso non è stato dato, o i termini di preavviso risultano parziali, deve essere anche pagata l’indennità sostitutiva del preavviso. A quanto esposto si aggiunge, poi, l’indennità di disoccupazione, che ora si chiama Naspi, e spetta per un massimo di 2 anni; il lavoratore può poi beneficiare anche dell’assegno di ricollocazione, un voucher che serve a retribuire i servizi per l’impiego o le agenzie private che aiutano l’interessato a trovare una nuova occupazione.

Ma vediamo nel dettaglio che cosa spetta al lavoratore dopo il licenziamento, voce per voce.

Liquidazione

La liquidazione, o meglio il tfr, il trattamento di fine rapporto, spetta, nella generalità dei casi, al momento del licenziamento (a meno che il lavoratore non abbia optato per la Quir, cioè per il pagamento del tfr in busta paga, mese per mese, o non abbia scelto di destinarlo a un fondo di previdenza complementare).

Come si calcola la liquidazione spettante?

Per determinare l’ammontare del Tfr, è sufficiente dividere il totale della retribuzione erogata al dipendente durante l’anno (esclusi alcuni emolumenti non imponibili ai fini del trattamento) per 13,5, e sottrarre una quota pari allo 0,5% dell’imponibile, che serve per alimentare il fondo di garanzia dell’Inps (che assicura il pagamento della liquidazione, anche quando l’impresa fallisce). In pratica, ogni anno, il datore di lavoro deve mettere da parte il 6,91% di quanto percepito dal lavoratore, e versare all’Inps lo 0,5%.

In ogni annualità maturano 12 ratei di Tfr, uno per ogni mese: se la frazione di mese supera i 15 giorni, dev’essere contato un rateo intero, se sono inferiori, non viene maturato alcun rateo.

Le somme accantonate vengono rivalutate, anno per anno, per un ammontare pari all’1,,5%, più il 75% del tasso di inflazione (ad esempio, se l’inflazione è al 2%, il suo 75% è l’1,5%, pertanto il trattamento sarà rivalutato del 3%, pari a 1,5% più 1,5%).

Il dipendente può decidere, quando l’impresa ha un organico sotto le 50 unità, di lasciare il Tfr in azienda o versarlo ad un fondo di previdenza complementare (con rendimenti differenti, a seconda del fondo pensionistico scelto); quando l’organico supera i 50 dipendenti, può scegliere tra il fondo di previdenza complementare o il fondo di Tesoreria dell’Inps, in quanto non è possibile lasciare il tfr in azienda.

Ratei di tredicesima

Al momento del licenziamento, al lavoratore spettano anche i ratei maturati delle mensilità aggiuntive, tredicesima e quattordicesima. La tredicesima, normalmente, è liquidata in occasione del Natale.

Come si calcolano i ratei di tredicesima spettante?

La tredicesima non è uguale per tutti, ma è calcolata sulla base dello stipendio “ordinario”, cioè sugli elementi fissi e continuativi della retribuzione.

In particolare, per ogni mese dell’anno, a partire da gennaio, si matura un rateo di tredicesima, pari a 1/12 degli elementi fissi e continuativi della retribuzione (non fanno parte degli elementi fissi e continuativi, ad esempio, lo straordinario, o i compensi ed i premi erogati una tantum, proprio perché si tratta di corrispettivi occasionali e privi del carattere della continuità).

Quando matura la tredicesima?

La tredicesima, invece, non matura nelle seguenti ipotesi:

  • aspettativa non retribuita;
  • astensione per maternità facoltativa (congedo parentale)
  • astensione per malattia del figlio;
  • assenza per malattia oltre il periodo di comporto;
  • assenza per permessi non retribuiti.

Per i dipendenti con contratto di part time orizzontale (servizio prestato in tutte le giornate lavorative, ma per meno ore rispetto all’orario ordinario giornaliero), i ratei di mensilità aggiuntiva maturano normalmente, perché le giornate lavorate sono le stesse: non è necessario, quindi, alcun riproporzionamento dei ratei spettanti, dato che la base di calcolo è la retribuzione corrente, già riproporzionata all’orario parziale, e di conseguenza la tredicesima è già ridotta automaticamente.

Per i dipendenti con contratto di part time verticale o misto (cioè vengono lavorate soltanto alcune giornate della settimana, o del mese, o dell’anno), invece, se l’attività non è prestata per l’intero mese, è contata come mensilità intera quella in cui risultano lavorate almeno 15 giornate.

I mesi nei quali, invece, i giorni di lavoro sono inferiori a 15, non danno luogo ad alcun rateo di tredicesima (salvo eventuali previsioni contrattuali più favorevoli).

Ratei di quattordicesima

Anche la quattordicesima, come la tredicesima, è una mensilità aggiuntiva, ma viene solitamente liquidata assieme alla mensilità di giugno.

La quattordicesima, però, non spetta a tutti i lavoratori, ma soltanto se il contratto collettivo lo prevede. È prevista, ad esempio, dai contratti collettivi del terziario, del commercio e del turismo.

Ferie non godute

Al lavoratore spetta anche la liquidazione delle ferie non godute: queste, che ammontano almeno a 4 settimane l’anno [1], possono difatti essere monetizzate alla cessazione del rapporto di lavoro. Prima del licenziamento, invece, il lavoratore non può rinunciare alle ferie in cambio di un’indennità. È possibile monetizzare, invece, le ferie aggiuntive, rispetto al minimo di 4 settimane, riconosciute eventualmente dal contratto collettivo.

Come si calcolano i ratei ferie spettanti?

Per ogni mese dell’anno matura un rateo ferie pari a 1/12 delle ferie annuali spettanti. Ad esempio, se il lavoratore ha diritto a 26 giornate l’anno, per ogni mese di lavoro matura 2,167 giornate.

Si considera lavorato per intero il mese in cui il servizio è prestato per almeno 15 giornate.

Permessi non goduti

I contratti collettivi riconoscono al lavoratore ulteriori assenze retribuite, i permessi. I permessi sono di varie tipologie: permessi ex festività, rol (riduzione orario di lavoro), banca ore…A differenza delle ferie, i permessi sono monetizzabili anche nel corso del rapporto.

Come si calcolano i permessi non goduti?

I permessi spettanti dipendono dalle previsioni del contratto collettivo e possono variare in base all’anzianità del lavoratore, del livello, della qualifica e dell’orario svolto. È dunque necessario, per capire a quanto ammontano i permessi da liquidare al termine del rapporto, verificare con attenzione che cosa dispone il contratto collettivo applicato.

Indennità sostitutiva del preavviso

Il datore di lavoro che licenzia (così come il lavoratore che si dimette) è obbligato a dare un certo numero di giornate di preavviso, che dipendono, in base alle previsioni del contratto collettivo, dall’anzianità e dal livello d’inquadramento del lavoratore.

Se il datore di lavoro non rispetta il preavviso, è obbligato a liquidare un’indennità sostitutiva, la cosiddetta indennità di mancato preavviso, che corrisponde alle giornate di preavviso non fornite. L’obbligo di preavviso non sussiste nel caso in cui il licenziamento sia per giusta causa.

Indennità di disoccupazione

Il lavoratore licenziato ha diritto anche a un’indennità a carico dello Stato, la Naspi, o indennità di disoccupazione.

I requisiti per aver diritto alla Naspi sono:

  • il possesso dello stato di disoccupazione: bisogna, cioè, aver perso involontariamente il lavoro e rilasciare la Did, la dichiarazione d’immediata disponibilità al lavoro (e alle iniziative di formazione, orientamento e di politica attiva del lavoro);
  • aver lavorato per almeno 30 giornate nell’anno;
  • possedere almeno 13 settimane di contributi negli ultimi 4 anni.

A quanto ammonta la Naspi?

L’indennità di disoccupazione ammonta al 75% dell’imponibile Inps mensile medio degli ultimi 4 anni, se questo è inferiore a 1.195 euro. Se è superiore, deve essere aggiunto il 25% della differenza tra l’imponibile e la predetta cifra. In ogni caso la Naspi mensile non può superare 1.300 euro.

Quanto dura la Naspi?

La durata della Naspi è pari alla metà delle settimane di contributi possedute negli ultimi 4 anni (non possono essere contate le settimane già indennizzate). In ogni caso, non si possono mai superare i 24 mesi. A partire dal 4° mese, la Naspi è ridotta mensilmente del 3%.

Assegno di ricollocazione

Al lavoratore licenziato beneficiario di Naspi spetta, infine, dal 4° mese di disoccupazione, l’assegno di ricollocazione. Si tratta di un voucher, il cui ammontare dipende dal profilo di occupabilità dell’interessato, che serve per retribuire i servizi per l’impiego, che aiutano l’interessato a trovare un nuovo lavoro.

note

[1] D.lgs. 66/2003.

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3 Commenti

    1. Devi possedere almeno 13 settimane di contributi negli ultimi 4 anni.
      La durata invece è pari alla metà delle settimane contributive presenti negli ultimi quattro anni.
      Che vuol dire?
      Se negli ultimi 4 anni, tu hai lavorato:
      – 6 mesi, allora riceverai la Naspi per 3 mesi
      – 2 anni e 2 mesi (= 26 mesi), allora riceverai la Naspi per 13 mesi
      Per l’importo dipende da quanto era il tuo stipendio e comunque cala nel tempo…

  1. Dopo aver campato lavoro dopo 15 giorni mi anno licenziato io ho una copertura di assicurazione in caso di perdita di lavoro mi sapete dire se la sicurazzione mi copre il finanziamento grazie

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